Categorie
Recensioni

Mondiali di calcio, Bernard Lions (2014)

Edito da: Rizzoli

PREMESSA
La storia della Coppa del Mondo di calcio raccontata attraverso curiosità, aneddoti e interviste ai protagonisti. Già fra le penne più importanti dell’Equipe, Lions ci fa entrare in una atmosfera da leggenda grazie alle sue interviste esclusive ai protagonisti. L’opera inoltre acquista maggior pregio grazie alla prefazione di Michel Platini e a delle fotografie mozzafiato, in gran parte prese dall’archivio Getty.

PRO
Non è la solita, quasi banale, cronistoria degli eventi. L’autore si concentra sui momenti più emozionanti del torneo, non limitandosi a campioni leggendari e alle nazionali più forti, ma tracciando ritratti di misconosciuti carneadi e di matricole per le quali la sola partecipazione costituì un evento storico. Per ogni edizione, breve riassunto introduttivo dell’edizione, interviste ai protagonisti, cenni storici sui fatti più importanti e zibaldone conclusivo con curiosità, record e contestualizzazione storica con gli eventi dell’anno solare.

CONTRO
Pieno sì di aneddoti interessanti e curiosità per appassionati, il volume pecca però dal punto di vista statistico. L’inserimento, edizione per edizione, di risultati e tabellini avrebbe reso l’opera ancor più completa, e a quel punto, davvero imperdibile.

UN ESTRATTO
(Cile 1962, secondo trionfo consecutivo per il Brasile, trascinato dal fenomenale Garrincha)

Garrincha, l’angelo dalle gambe storte
Mentre lasciano lo stadio di Santiago i cileni hanno ancora la testa che gira. In trentadue minuti e due reti un acrobatico Garrincha ha chiuso loro le porte della finale (2-4, 13 giugno). Causa lo stiramento alla coscia sinistra rimediato contro la Cecoslovacchia (0-0, 2 giugno), Pelé assiste dalla panchina alla danza del suo compagno di squadra più anziano di sette anni.Il quale pensa bene di dare un calcio nel didietro a un cileno: espulso all’ 83′, nemmeno lui può partecipare alla finale. O meglio, non potrebbe, perché la FIFA finisce per cedere alla pressione popolare e alle istanze della Federazione Brasiliana accordandogli un deroga. Saranno per lui la seconda finale e il secondo titolo mondiale consecutivi.Ed è così che Garrincha, il cui vero nome è Manoel Francisco dos Santos, entra nella leggenda. Per molti brasiliani è allo stesso livello di Pelé (i due insieme non hanno mai perso una partita). “In allenamento andavamo d’accordo, ecco tutto” ha ricordato Pelé nel 2000 “Non eravamo amici.” (…)Dopo aver ritardato il decollo della sua carriera, questi handicap diverranno la sua forza. Senza la malformazione alla gamba Garrincha non sarebbe diventato quel virtuoso del dribbling che è stato e nemmeno la migliore ala destra della storia,. Lo capì bene il dottor Gostling, il medico della Selecao, che rifiuterà sempre di farlo operare.Questo permette dunque a Garrincha di dribblare tutti i Joao (“Giovanni”, nome che dà a tutti gli avversari) incontrati sui campi cileni, ma dopo l’infortunio di Pelé sa aggiungere alle qualità di percussore e di uomo assist anche quelle di finalizzatore. (…)Imprevedibile in campo, questo calciatore che cammina come un cowboy lo è anche nella vita. Mentre il civilissimo Pelé cura la propria immagine sui media, l’illetterato Garrincha si perde in una vita privata tumultuosa (riconoscerà quattordici figli). Pelé racconta : “L’ho visto bere della caipirinha durante gli allenamenti. Un giorno che aveva litigato con la moglie Elza Soares è arrivato con una pistola.”Sei i brasiliani si identificano in lui al punto di chiamarlo Alegria do Povo (“Gioia del popolo”), alla fine il giocatore pagherà gli eccessi dell’uomo Garrincha. Lasciato il Botafogo nel 1965, si avvia verso il declino. Colui che un poeta brasiliano aveva soprannominato “l’angelo dalle gambe storte” disputerà comunque un terzo Mondiale nel 1966, in cui giocherà la sua ultima partita contro l’Ungheria (1-3, 15 luglio 1966): è la sua unica sconfitta con la Selecao (contro quarantatrè vittorie e sei pareggi).Minato dall’alcol, dall’artrosi e dalle delusioni coniugali, celebra il suo addio al calcio davanti a 131.000 spettatori il 19 dicembre 1973 al Maracanà. L’angelo Garrincha ripiegherà le sue ali curve nove anni dopo, il 19 gennaio 1983, stroncato a soli 49 anni dalla cirrosi epatica. Pelé non parteciperà al suo funerale.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Sfidare il cielo, Marco Cattaneo (2020)

Edito da: Rizzoli

PREMESSA
Marco Cattaneo, volto noto di Sky Sport e già autore di libri per ragazzi, si è cimentato in un’impresa non facile: selezionare e raccontare ventiquattro partite che hanno fatto la Storia, con la S maiuscola. Si noti bene quindi che l’autore non intende proporre i match più importanti della storia del gioco, ma si propone di raccontare attraverso alcune partite gli avvenimenti storici degli ultimi 150 anni del continente europeo. Anche Sfidare il cielo: le 24 partite che hanno fatto la storia, come i precedenti dell’autore, è destinato ad un pubblico di ragazzi.

PRO
Libro che si legge con semplicità assoluta, e d’altronde l’autore si rivolge principalmente ad un pubblico di adolescenti. Apprezzabile la scelta non banale di parlare di Storia, e non solo quindi di storia del calcio. Tale scelta condiziona la selezione dei ventiquattro match: succede ad esempio che non venga inclusa Italia-Germania 4 a 3, ma bensì un Roma – Real Madrid del 2001, forse non troppo memorabile dal punto di vista sportivo ma sicuramente memorabile sotto il punto di vista geopolitico: si giocò infatti la sera dell’11 settembre, e non serve ricordare che giornata sia stata quella per il mondo intero.

CONTRO
Per il pubblico al quale è destinato e per l’intento pedagogico del libro, non ci sono grandi contro. Se si vuole introdurre un bambino o un ragazzo allo studio della storia questo libro può essere assolutamente funzionale.
In generale le storie seguono sì un ordine cronologico ma forse sono un po’ troppo slegate tra loro, e soprattutto il titolo è lievemente sbagliato: infatti tra i ventiquattro match raccontati sono pochi quelli che hanno avuto davvero un’influenza sulla Storia con la S maiuscola. Sono stati tutti espressione del loro periodo storico, certo, ma di lì a dire che hanno fatto la Storia, ce ne passa. Emblematico il caso di Roma – Real Madrid dell’11 settembre 2001, che capitò sì in un giorno storico, ma senza influenzare molto la vita dell’umanità colpita e terrorizzata dall’attentato.

UN ESTRATTO
Dal capitolo “Un calcio al razzismo”. Partita raccontata: 8 luglio 1998, Francia vs Croazia.

«Vedrai, sarà più dura del solito» disse Jean scendendo dal letto. Luc richiuse l’album delle figurine. «Non dire così! Noi siamo i più forti!» sbottò. Sapeva che uno dei motivi per cui il fratello diceva cosi era che a Jean non piaceva granché l’allenatore della nazionale francese, Aimé Jacquet. E d’altra par te anche i giornalisti lo criticavano di continuo, tanto che lui aveva dichiarato offeso: «Alla fine del Mondiale lascerò la panchina della nazionale, che si vinca oppure no!». Però a Luc era dispiaciuto. Secondo lui non era così male! Ma in quei giorni c’era anche un altro argomento che teneva banco nei dibattiti televisivi, nei bar, nei discorsi dei francesi: la provenienza dei giocatori in nazionale. Perché tanti giocatori erano figli di immigrati originari delle ex-colonie francesi, e quindi veni- vano da famiglie originarie di Guadalupa, dell’Africa, della Nuova Caledonia o addirittura dell’Armenia. E nonostante le lotte di alcuni giganti della storia come Gandhi, Mandela e Martin Luther King, che molto avevano fatto negli anni passati per ottenere la libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione di tutti gli uomini, purtroppo molti francesi non consideravano questi atleti “veramente” dei connazionali e perciò non si riconoscevano in quella squadra colorata.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Un bellissimo spreco di tempo, Riccardo Lorenzetti (2020)

Edito da: Absolutely Free Libri, 234 pagine.

PREMESSA
Prendiamo un po’ di tempo per noi, sediamoci e apriamo questo libro meraviglioso: ogni riga sarà una coccola per il nostro animo, trasportato dalla prosa chiara e lineare di Lorenzetti in un viaggio onirico che ci conduce in quel favoloso mondo di emozioni che il calcio e lo sport in generale sanno creare. L’autore spazia dal calcio alla Formula 1, dal tennis al ciclismo (sport che si presta magnificamente all’epica), condividendo con noi le sue memorie e le sue trepidazioni, e dimostrandoci che, in fondo sono anche le nostre. Prefazione di Giancarlo Brocci e Andrea Bacci.

PRO
Un titolo dolcemente ingannatore: il romanzo è sì bellissimo, ma non certo uno spreco di tempo. L’autore ci regala una lezione importantissima: il sale dell’evento sportivo sono le emozioni, che però sono fugaci, fuggevoli. Rimane però il ricordo, quello sì imperituro, poiché non svanisce mai, e si fa più dolce con l’andare del tempo. Lorenzetti ci racconta personaggi, storie, partite epiche, vittorie memorabili, sconfitte roboanti; da ogni sua pagina traspare un amore sconfinato per l’epica che accompagna lo sport e per le palpitazioni che scatena. Si parla di stima incondizionata (quando parla di quelli che lui considera i suoi Maestri), di amore sconfinato per gli idoli giovanili (Villeneuve, Chiorri, ma soprattutto Trevor Francis “la rosa che non colsi”), di drammi (Heysel), gioia per il trionfo (l’Italia Mundial), ma c’è spazio anche per oscuri protagonisti di provincia, o squadre finite nel dimenticatoio (il Beveren, simbolo delle ostiche squadre belghe anni 70 e 80). Ma Lorenzetti è capace di una impresa impossibile: riesce a farci immedesimare totalmente in lui.,quando scomoda il vangelo di Matteo per raccontare la morte di Villeneuve (e i nostri idoli non sono forse semidei per il nostro io bambino?), ma soprattutto quando racconta di un regalo di uno zio, la “Storia critica del calcio italiano di Brera”, tomo voluminoso e piuttosto impegnativo, che “somigliava a un mattone” ma si rivelò alla fine la “chiave per fare l’ingresso in un mondo magico: quello dove si muovono i campioni, e dove una storia di sport può condizionare la Storia, quella con la S maiuscola.” Esattamente quello che è successo a me, ed è successo a tutte le persone alle quali ho fatto apprezzare qualche estratto. E a me, e, ne sono certo, anche a tutti coloro i quali che lo leggeranno succederà che …“Lo lessi in pochi giorni, godendo di ogni pagina che scorreva, e rammaricandomi al tempo stesso, perché avrei voluto che non finisse mai. Infatti , quando arrivò l’ultima pagina, ero pronto per ricominciarlo daccapo.”

CONTRO
Come trovare difetti in un’opera che fa amare a un interista sfegatato persino il ricordo di uno dei gol subiti più dolorosi di sempre, quello di Hateley? Se c’è un rimpianto che lascia quest libro, è uno e uno solo: vorresti che Lorenzetti ne scrivesse subito un altro, e poi un altro ancora….

UN ESTRATTO
(impresa titanica scegliere un unico estratto: un giorno dovrebbero inserirla nel libro)

Bert Trautmann In Inghilterra, nel primo weekend di novembre, giocano con un papavero rosso stampato sulle magliette.E’ il simbolo che usano per ricordare i caduti in guerra, e il silenzio che cala su quelle cattedrali calcistiche (da Anfield Road a Old Trafford, fino all’ultimo degli stadi della League Two) durante il minuto di raccoglimento, è da brividi. (…)C’è una storia molto bella, legata alla guerra e al football, e vale la pena di raccontarla perché ci narra di un certo Bert Trautmann: che fu portiere del Manchester City dal 1948 al 1964 e che da quelle parti ricordano come il migliore che abbiano mai visto.Era il Manchester City più classico (…) una squadra sfigatina e perdente, nella loro sbiadita maglietta celestina, all’ombra dei potentissimi Diavoli Rosso Fuoco del Manchester United.Trautmann era un portiere fantastico. Una volta, in Coppa di Lega, un bestione del West Ham gli rovinò addosso in uscita e gli fracassò il cranio(!): rimase in campo in quelle condizioni a difendere la porta fino all’ultimo, senza essere battuto. Poi, finita la partita, fu trasportato d’urgenza all’ospedale, dove gli salvarono la vita per un pelo.Era un atleta esemplare, capace di gesti tecnici tali da rasentare l’eroismo: uno di quei campioni che proprio in Inghilterra, dove certe qualità sanno apprezzarle più di tutti, trovano la loro patria ideale… Eppure… Eppure non c’era stadio dove la gente non gli vomitasse addosso di tutto: i tifosi si piazzavano dietro la porta del City , e gli sputavano addosso. (…)Perché Trautmann era tedesco. Ed essere tedeschi in Inghilterra, appena finita la guerra, non era una passeggiata di salute: “bastardo nazista” era la cosa più gentile che potesse ricevere.(…)Era stato soldato della Wehrmacht, e aveva impresso a fuoco il marchio della colpa, in quegli anni di ferite ancora freschissime. Ma fu un uomo e un calciatore esemplare.Quando tornò al “suo” Maine Road, prima di morire, era vecchio e ormai aggredito dal morbo di Alzheimer. Difficile riconoscere in quella larva d’uomo ridotto in una carrozzina, il portiere più meraviglioso della storia del Manchester City.Il pubblico rimase un po’ interdetto. Poi cominciò un leggero mormorio: dalle tribune si levò qualche timido applauso che nel giro di pochi istanti divenne oceanico, con tutti i tifosi che balzarono in piedi in una standing ovation come non era mai stata tributata a nessuno.”Legend!” gli urlarono in coro.Raccontano che il grande Bert Trautmann, nel suo ultimo barlume di lucidità, riuscì a commuoversi.Ecco cosa è il calcio.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Red or dead, David Peace (2014)

Edtito da: Il Saggiatore, 659 pagine, prima edizione 2014.

PREMESSA
La straordinaria parabola di Bill Shankly, leggendario e amatissimo allenatore del Liverpool, raccontata da David Peace. Si parte dal 1959, anno in cui Shankly arriva alla guida di un Liverpool che langue in Seconda Divisione; attraverso una rivoluzione dei metodi di allenamento e un accurato scouting dei giocatori, Shankly condurrà i Reds a dominare in Inghilterra e in Europa, per poi ritirarsi dopo l’ennesimo trionfo, vinto dallo stress. Un pensionamento però di cui si pentirà amaramente pochi mesi dopo…

PRO
Peace lo conosciamo tutti. Accuratissima ricerca, estrema attenzione ai dettagli, maniacale ricostruzione storica, particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, spesse volte fatta intuire al lettore attraverso i dialoghi dei protagonisti: si pensi alla “spietatezza” di Shankly nello sbarazzarsi di giocatori che gli hanno dato tutto, come Saint John e Smith, in nome però del bene superiore del Liverpool Football Club, unica cosa che antepone all’affetto filiale provato per ogni suo giocatore. L’autore è eccezionale anche nel tratteggiare il ritiro del manager, che si pente quasi subito di non poter più essere l’allenatore della squadra che ha tanto amato, e probabilmente la parte migliore del libro è proprio quella in cui viene descritto il dolore di Shankly, maltrattato dai suoi vecchi dirigenti e perfino dal suo storico vice, che tenta di vincere la solitudine e il senso di inutilità autoinflittosi col ritiro andando ad aiutare al Tranmere il suo vecchio giocatore Yeats, o semplicemente allenandosi coi ragazzini al parco o scambiando quattro chiacchiere coi tifosi, gli unici a non averlo mai dimenticato e sempre amato, al pub.

CONTRO
Lo stile di Peace, ricco di ripetizioni ossessive. La punteggiatura che sincopa il ritmo. I dettagli sovrabbondanti, l’uso di venti vocaboli per descrivere cose per le quali ne basterebbero cinque. Bisogna ammettere che la lettura a volte risulta davvero faticosa, e avendo letto il libro anche in lingua originale, posso assicurare che il problema non è dovuto alla cattiva traduzione, anzi davvero ottima.

UN ESTRATTO
(Ian St.John, escluso col Newcastle, irrompe nell’ufficio di Shankly per chiedere spiegazioni. L’allenatore lo rimbalza, in quello che è il manifesto del suo modo di vivere la professione e il rapporto con il club, chiudendo con una frase che lo perseguiterà in un secondo momento)

Avrebbe dovuto dirmelo in faccia.Solo lei e me. Questo avrebbe dovuto fare.Perché? Prima d’ora non l’ho mai fatto con nessuno.Ma prima d’ora io non ero mai stato escluso. Prima d’ora non ero mai stato messo fuori squadra. Non mi era mai accaduto prima d’ora.E poi venirlo a sapere in quel modo. In quel cazzo di ingresso, da un fottuto estraneo. Credevo di meritarmi qualcosa di meglio. Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo tutto il tempo da cui ci conosciamo. Questo non significa niente per lei? Dopo tutti questi anni? Dopo tutte queste partite? Non significa niente? Bill scosse la testa. E Bill disse, Quelle partite erano per il Liverpool Football Club. Le partite che hai giocato, le cose che hai fatto. Erano tutte per il club, non per me…Ian St.John trattenne le lacrime. Ian St.John non riusciva a respirare. Ian St.John deglutì…Lo so che erano per il Liverpool Football Club. Ma erano anche per lei. Perché lei credeva in me. Per questo sono venuto qui. Per lei. Per la sua fiducia in me. (…) Sì, ho fatto tutto questo per il Liverpool Football Club. Ma ogni singola cosa che ho fatto era anche per lei. Per ringraziarla. Della sua fiducia in me. E della sua fede in me. Tutto questo l’ho fatto per lei. Tutto per lei, Boss.Bill aprì la bocca. Bill chiuse la bocca.(…) E poi Bill si alzò. E Bill disse, è quasi ora dell’allenamento, figliolo. faremo tardi. Forza, figliolo. Andiamo… Ian St.John non si mosse. Sabato è sempre stato il più bel giorno della mia vita, sussurrò Ian St.John. Ma sabato scorso è stato il giorno più brutto della mia vita. E questi sono stati i giorni più belli della mia vita. Qui al Liverpool, qui con lei. Ma quei giorni sono finiti, non è così? Ormai sono finiti. Bill alzò di nuovo lo sguardo sull’orologio alla parete. Bill abbassò di nuovo lo sguardo sul suo orologio da polso. Bill scosse la testa. E Bill disse, No, figliolo. No. Non ancora. Ma il momento arriva per tutti noi, figliolo. E perciò devi essere preparato. Devi essere pronto, figliolo. Perché devi decidere come lo affronterai. Con grazia e con dignità? O con rabbia e amarezza? Ma questo soltanto tu puoi deciderlo. Soltanto tu lo sai, figliolo.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Il calcio secondo Pasolini, Valerio Curcio (2018)

Edito da: Aliberti

PREMESSA
Pier Paolo Pasolini non dovrebbe mai necessitare di una presentazione, non conoscerlo equivale a non conoscere il più grande intellettuale italiano del Novecento. Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, ma soprattutto uomo dalla mente illuminata e di sensibilità non comune. Nei suoi scritti e nelle sue opere la vita viene descritta minuziosamente, interpretata secondo chiavi di lettura mai scontate e spesso scandalizzanti.
Come potrebbe essere altrimenti? Pasolini è “scandaloso” fin dal modo in cui conduce la sua vita privata, nella quale alterna conferenze e dibattiti con i più grandi intellettuali del mondo a partitelle di calcio improvvisate con la manovalanza dei suoi set cinematografici (sarà al centro anche di processi giuridici incentrati su suoi comportamenti considerati amorali, come le sue frequentazioni omosessuali). Il calcio è la passione che vive fin da quando è bambino e gioca anche a lungo, divenendo capitano della squadra della facoltà di lettere di Bologna. Questa passione è chiaramente malvista dagli intellettuali suoi contemporanei, abituati a ritenere il calcio un passatempo volgare, un “oppio dei popoli”. La grandezza di Pasolini sta invece nel non essersi mai auto-escluso dalla popolazione nella sua interezza, nel non essersi mai posto al di sopra delle masse, che anzi ritenne depositarie di una bellezza non comune alle classi sociali più elevate.

PRO
Ritengo questo libro, come si sarà capito dal fervore col quale ho tratteggiato la figura di Pasolini, quanto mai necessario.
In poche pagine (140) Valerio Curcio riesce a raccogliere una gran quantità di documenti relativi alla passione per il calcio di Pasolini.
Ciò che ho particolarmente apprezzato nel libro è la rilevanza che assumono in questo gli aneddoti legati all’attività calcistica dell’intellettuale. I suoi scritti afferenti la sfera calcistica, infatti, a ben vedere non sono molti. Il libro però colma questa pochezza con il racconto di partitelle, dialoghi, e altra aneddotica meritevole di essere conservata.
In un’epoca nella quale da un lato la letteratura calcistica fatica ad essere presa in considerazione dall’élite culturale europea e dall’altro si va sempre di più verso una narrazione giornalistica incentrata sui dati, leggere quanta considerazione Pasolini avesse del calcio è una medicina portentosa per chi vede nel calcio qualcosa in più di un semplice sport.

CONTRO
In alcuni sporadici passaggi l’autore non rende forse appieno la profondità delle considerazioni di Pasolini. Chiaramente è una mia opinione.

UN ESTRATTO

Pasolini fu un frequentatore piuttosto assiduo dell’Olimpico. Gli piaceva vedere il calcio, osservare le persone che tifano, gioiscono e si disperano. «Non c’è nulla che assomiglia a uno stadio pieno di gente: anche i grandi pubblici del cinema, frazionati in mille sale e salette, non sono nulla in confronto a quella massa viva, ruggente, e infine, struggente, di spettatori», scrisse nel 1969. Non andava in tribuna stampa, ma preferiva farsi portare da Citti in mezzo ai tifosi della Roma. Il suo interesse antropologico verso le masse popolari che popolavano gli stadi era affiancato da quello linguistico. Spesso si portava dietro l’immancabile blocchetto degli appunti, dove annotava espressioni o imprecazioni sentite sugli spalti. Quella di rivolgersi più verso le tribune che verso il campo di gioco è un’abitudine che ritorna: lo fece anche assistendo a una partita di calcio ad Asmara nel 1973, quando si recò in Eritrea per girare Il fiore delle mille e una notte. Nonostante fosse una partita del massimo campionato nazionale, il livello lasciava ampiamente a desiderare: «Ma lo spettacolo – per chi, come me, fosse innamorato di tutti gli eritrei – era il pubblico: un pubblico gentile, ordinato, non privo di umorismo, con qualche scoppio però di violenza letteralmente selvaggia. (…) ».

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

La partita, Piero Trellini (2019)

Edito da: Mondadori. 614 pagine.

PREMESSA
“La partita più bella della storia del calcio, come nessuno l’ha mai raccontata”, e mai definizione calza più a pennello di questa. 5 luglio 1982, l’autore, all’epoca dodicenne, viene rapito dalla magia di una match emozionante e spettacolare e a distanza di quasi quarant’anni sforna un capolavoro sviscerando, come un orafo minuzioso, ogni singolo dettaglio di quella partita meravigliosa che funse anche da spartiacque in quell’indimenticabile Mundial.

PRO
Un’opera d’arte, completa sotto tutti i punti di vista. Ci sono grandi personaggi, siano essi giornalisti (Brera, Arpino, Soldati) , politici (Pertini, Spadolini, il grande Artemio Franchi), e naturalmente gli eroi del Sarrià, i calciatori, presentati singolarmente e in maniera completa uno ad uno. Ma anche personaggi oscuri che entrano nella storia per l’intuizione di un fotografo, e arbitri con una storia personale incredibile alle spalle. Si parla della politica del tempo, viene toccato il tema degli intrallazzi della Fifa e degli sponsor che si fanno sempre più predominanti a discapito del romanticismo del calcio, che forse inizia a tramontare in quei giorni. Viene raccontata anche la faida nella famiglia Dassler, con lo scisma Adidas che porta alla fondazione della Puma. Abbiamo retroscena, digressioni, divagazioni, suspense (sì, suspense, anche se sai benissimo come va a finire la partita leggi le pagine col fiato sospeso)…tutto raccontato in una prosa accattivante, semplice eppure mai banale, con un tono epico che regala la giusta aura e dignità letteraria a un evento che ha segnato la storia non solo sportiva dell’Italia degli anni 80, che stava faticosamente uscendo da un decennio buoi e terribile, a riprova (l’ennesima) dell’importanza sociale del calcio e dello sport in generale.

CONTRO
Impossibile trovarne, non amare questo libro significherebbe non amare il calcio e tutte le emozioni che scatena in noi. Un’opera imperdibile.

UN ESTRATTO
(siamo nelle fasi finali del match, il punteggio è fermo sul 2-2, che per l’Italia vuol dire eliminazione)

Il tempo non esiste di per sé. Sono le azioni stesse che creano il senso di ciò che scorre nei suoi minuti. Il cronometro di Klein trangugia impietoso le speranze azzurre. E al gioco italiano non resta che presentare sul campo una folla di idee simultanee e rapidissime. Il pari non basta a nessuna delle due squadre. Gli italiani devono vincere. I brasiliani vogliono vincere. Ma ogni singola fine può diventare un nuovo inizio. (…) Conti osserva la palla. Una sfera che sei mani hanno condotto sull’angolo del campo prima che il suo piede le vada contro. Lancia uno sguardo alla folla che si agita davanti a Peres. e colpisce. La palla arriva alta sul bordo dell’area. Si alzano insieme , schiena contro schiena, Socrates e Paulo Isidoro che la colpisce di testa. Il pallone vola in cielo in un campanile lento e inesorabile e poi precipita in mezzo a sette brasiliani e un paio di Azzurri. Uno di questi è Tardelli, che si gira su sé stesso per dar forza al suo sinistro. Gli vanno incontro come ali furiose Luizinho e Oscar. Inutilmente. Il pallone di Tardelli li attraversa dilaniando l’intera area brasiliana. Peres lo guarda. Di fronte a lui poggiano come sentinelle Graziani a sinistra e Rossi a destra. Entrambi di spalle. Rossi tiene i piedi sull’area piccola. Graziani è un metro più avanti. E’ il particolare che cambia gli eventi. La palla di Tardelli è destinata a sfilare fra i due italiani per arrivare in porta, dritta tra le braccia di Peres che sta seguendo la sua scia. Ma Graziani , in una imitazione del gesto tardelliano, inizia a rotearsi per colpirla al volo di sinistro. Lo stesso pensa Rossi, che poggia il piede sinistro a terra per far partire il destro. L’immagine, dagli occhi di Peres , è questa: due Azzurri perfettamente simmetrici stanno per colpire il pallone.Uno con il destro, l’altro con il sinistro. Se la tocca Graziani, la palla va alla sua destra, se la tocca Rossi va a sinistra. La scelta è intrappolata nel metro che separa i due azzurri. Peres punta su Graziani: colpirà per primo la palla perché è il primo che può intercettarla. E così sembra per un istante. Mentre vede i due piedi che stanno per colpire la sfera, il portiere fa un mezzo passo verso la sua destra. Non può sapere. Non ha il tempo per capire. Graziani sbaglia il tempo, per un soffio. E il pallone lo tocca ancora lui. Rossi. La palla sfila nel suo filo di corrente. E Waldir Peres la sente sul viso. (…)Waldir Peres, di professione portiere, in questo momento corrode fino a spegnerla la possibilità ultima di avere uno spazio e un tempo per sé nella gloria dei giorni che verranno. Potrà rinascere, certo. Ma non lì. La vita per lui sarà altrove. Come per Barbosa. Perché è rete.I tifosi italiani del Sarrià esplodono. Klein fischia e corre impassibile verso il centro del campo. Nella sua testa pensa : “Ma è incredibile!”. Talmente incredibile che il telecronista della RAI Nando Martellini, offuscato dal caldo torrido e dalla tensione , annuncia emozionato : “Ed è pareggio!”. Invece è tre a due. Manca un quarto d’ora alla fine.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Un giorno triste così felice, Lorenzo Iervolino (2014)

Edito da: 66thand2nd. p. 343.

PREMESSA
Lorenzo Iervolino ci regala un viaggio in un mondo “antico”, profondamente diverso da quello che siamo abituati a conoscere, portandoci alla scoperta di uno dei grandi della storia del calcio, ossia Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, a tutti noto come Sócrates o come O Doutor. Tuttavia, Socrates non è stato solo uno dei calciatori più forti di sempre del Brasile e della storia del gioco (nonostante la sua sfortunata esperienza italiana): è stato un medico, prima di essere un cittadino. Un cittadino fiero ed orgoglioso delle sue origini, prima che un calciatore. Un uomo schierato, pronto a difendere le sue idee, prima di essere un semplice calciatore (tanto che Pelè è arrivato a definirlo «il giocatore più intelligente della storia del calcio brasiliano»). Peraltro se pensiamo a Socrates non possiamo che pensare a quel (per certi versi meraviglioso) esperimento che è stato la Democratia Corinthiana, in cui i calciatori del Corinthians avevano la libertà di autogestirsi (e se questo può sembrare assurdo oggi, pensate come poteva essere vista una cosa simile nel Brasile degli anni ’80).

PRO
Il merito di Iervolino è di saper raccontare la carriera e la vita del Doutor legando indissolubilmente il Socrates attivista con il Socrates giocatore. Inoltre, ci viene spiegato il perché si giunse all’esperimento della “Democratia”. Per questo, a mio modesto avviso, Socrates può essere ragionevolmente definito come l’antesignano degli atleti che in tempi successivi prenderanno posizione sulla tematica dei diritti civili. Non a caso, come lui stesso ha avuto modo di dire: «la democrazia corinthiana è stata l’unica cosa importante della mia carriera, tutto il resto sono stati calci ad un pallone».

CONTRO
Nessuno. Considerato il taglio dato dall’autore – che mescola la storia del Brasile (dalla dittatura alla democrazia) con quella di Socrates – in questo caso non c’è nessun contro, perché il quadro complessivo è totalmente coinvolgente.Estratto: mi piacerebbe riportare qui un estratto riguardante non il Socrates calciatore bensì il Socrates cittadino, impegnato per ottenere elezioni dirette, così da porre fine al regime militare che governava il Brasile da circa due decenni. Socrates arrivò addirittura a promettere che, in caso di sconfitta, si sarebbe ritirato. Le elezioni del 25 aprile 1984 non ebbero l’esito sperato (sebbene il regime militare sarebbe caduto l’anno successivo). Socrates, quindi, si ritrovò ad agire di conseguenza.

UN ESTRATTO

Come è dura dirlo: abbiamo perso. Abbiamo perso tutti, anche quelli convinti del contrario. Sento la sconfitta in ogni punto del mio corpo, fa male. Ora devo onorarla, la sconfitta. Mia moglie, i miei figli, i miei amici, ho trascinato tutti in questa lotta. Niente più Corinthians, niente più gloria, bisogna tener fede alle proprie parole, e portare questo mio corpo sconfitto fuori dal paese. Perché è il mio corpo, solo lui, l’unico verbo politico che mi rimane. Ed è la coerenza l’unica arma che ho per resistere al naufragio. Posso dire di averlo imparato da Ernesto Guevara: sempre il primo ad aprire gli occhi sul campo di battaglia. L’ultimo a lasciare il ministero quando gli toccò vestire i panni del burocrate. Non mi sono mai sentito un guerrigliero, solo un cittadino brasiliano che lotta insieme a tutti gli altri. “Sentire ogni sofferenza come la propria”. Posso dire di averlo imparato da Ernesto Guevara: la coerenza e il suo corpo, portati al fronte boliviano per non tradire sé stesso. E non tradire il suo popolo, quello di una nazione senza confini. Oggi posso dire di sentirmi l’ultimo a lasciare il campo. Ma da domani tutto questo rimarrà alle mie spalle.

Signore e signori, O Doutor Socrates, colui che ha colpito la palla di tacco sempre e solo per fare innamorare i suoi tifosi.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Goals, Gianluca Vialli (2018)

Edito da: Mondadori

PREMESSA
Non inganni il titolo: questo libro non è il racconto delle più importanti reti segnate da Vialli nella sua lunga e fortunata carriera. Sono in realtà dei brevi racconti esemplari, storie di personaggi del calcio e dello sport in generale, che nei desideri dell’autore, vogliono fornire al lettore il coraggio per affrontare le sfide più difficili.

PRO
Libro che nasce in seguito a una esigenza scaturita in Vialli dopo la diagnosi della malattia che lo ha colpito: nei momenti difficili servono esempi ai quali aggrapparsi per non mollare. L’ex attaccante della Nazionale sceglie con cura 99 personaggi +1 le cui storie, sempre appassionanti, mai banali, mostrano quanto siano fondamentali nella vita la perseveranza, i sogni, il duro lavoro, il credere in sé stessi senza mai mollare. Ogni racconto è preceduto da una massima motivazionale, sia essa un antico proverbio cinese o una frase di Aristotele, Steve Jobs o Eleanor Roosevelt fra gli altri. Perché il “+1”? La centesima storia è proprio quella personale di Vialli, che svela gli angosciosi momenti in cui si trova a fare i conti con il dramma del male, la diagnosi, la paura, il sollievo delle prime cure, la vicinanza degli affetti più cari, la luce in fondo al tunnel. I proventi del libro sono inoltre destinati alla Fondazione Vialli e Mauro per la ricerca e lo sport.

CONTRO
La prima fatica letteraria di Vialli era stata “The Italian Job” (ne riparleremo), splendido libro in cui Luca parte delle esperienze come player manager in Inghilterra per vivisezionare il lavoro dell’allenatore grazie anche al contributo di colleghi, sia giornalisti che allenaotir e giocatori. “Goals” è di tutt’altro genere: classico libro da leggere come passatempo, durante un volo intercontintale o anche per svagarsi piacevolmente dopo una dura giornata di lavoro o in pausa studio. Se per voi questo non è un difetto…vi do perfettamente ragione, ma il libro è davvero piacevole e veloce da leggere.

UN ESTRATTO
(fra le varie storie esemplari, presento quella di Jock Stein, figura poco conosciuta in Italia, ma che gode di immenso prestigio nel regno Unito, allenatore della prima squadra britannica a vincere la Coppa dei Campioni con il Celtic)

Anche gli allenatori hanno una classifica, e tra i primi dieci di ogni epoca ce n’è uno forse meno conosciuto di altri: John “Jock” Stein. Uno che come si dice, legò la sua vita la calcio fino all’ultimo respiro. Letteralmente. Scozzese, di tempra dura, ma dal cuore tenero, aveva iniziato a giocare giovane e aveva avuto una più che discreta carriera. Poiché era cattolico, la sua destinazione più naturale non poteva che essere il Celtic, la squadra dei cattolici di Glasgow, quella con le meravigliose strisce orizzontali bianche e verdi. Siamo nel 1951. E il matrimonio è uno di quelli destinati a durare per sempre: quasi trent’anni. Prima come giocatore, poi come allaneatore delle giovanili e infine come tecnico della prima squadra. Fu lui a tirare su ragazzi come Billy Mc Neal, futuro storico capitano della squadra. Jock Stein amava il calcio d’attacco, e il suo Celtic attaccava e attaccava per tutta la partita, a ondate continue. (…) Quel Celtic vinse un titolo dopo l’altro, campionati e coppe di Scozia. E non solo: quando si affacciò in europa, nella Coppa dei Campioni del 1967, arrivò fino a Lisbona per giocarsi la finale contro la Grande Inter di Helenio Herrera. I milanesi erano favoriti, e infatti andarono in vantaggio dopo soli sette minuti con un rigore di Mazzola.a da quel momento in poi il Celtic fu arrembante. Un vero e proprio assedio scozzese, con trentanove tiri verso la porta di Giuliano Sarti, che compì parate incredibili. Ma alla fine Tommy Gemmell e Steven Chalmers riuscirono a superarlo, e il Celtic fu la prima squadra britannica , e in generale non latina, a vincere la Coppa dei Campioni. E Jock Stein il primo allenatore a conquistare il treble, quello che oggi tutti chiamano triplete (…) A differenza di altri tecnici vincenti, però, Jock Stein non aveva a disposizione una squadra di fuoriclasse strapagati provenienti da tutto il mondo. Era formata da giocatori nati a non più di trenta miglia da Glasgow, e cresciuti nelle giovanili della squadra.Vero e proprio eroe nazionale, Jock, dopo aver vinto molto e sfiorato una seconda Coppa dei Campioni nel 1970 a San Siro contro il Feyenoord, nel 1978 passò alla guida dell a nazionale scozzese., che portò al mondiale del 1982. Uscì in un girone di ferro, contro Urss, Brasile qualche sospetta decisione arbitrale. Il 10 settembre 1985, però, era ancora sulla panchina della Scozia, a Cardiff, in un match contro il Galles decisivo per qualificarsi al Mondiale di Messico 86. La partita fu tesa, si mise subito male, ma la Scozia non mollava. A nove minuti dalla fine pareggiò su rigore. Un buon risultato, e finalmente Jock poté calmarsi. Chiuse gli occhi, e si accasciò tra le braccia del suo assistente, Alex Ferguson, il futuro Sir. Le sue ultime parole, furono “I’m feeling much better now, doc”, “mi sento molto meglio ora”. Morì sul campo, a soli sessantadue anni, nel posto che conosceva meglio di chiunque altro.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Nereo Rocco, Gigi Garanzini (1999)

Edito da: Baldini & Castoldi

PREMESSA
Lungo viaggio nella memoria per ricordare e omaggiare uno dei personaggi più amati e affascinanti del calcio italiano. L’elegante prosa di Gigi Garanzini ci racconta il Paron attraverso i ricordi di amici, giocatori e compagni, in una sorta di Giro d’Italia che tocca le città più importanti per Rocco.

PRO
Per l’epoca, un modo originale di raccontare vita e opere di un allenatore. Garanzini, amico personale del Paron, conosciuto quando la parabola personale di Rocco stava volgendo al termine, perpetua la memoria del primo allenatore italiano a vincere la Coppa Campioni facendolo raccontare da quelli che lo hanno conosciuto. Ne esce un libro bellissimo, che trasuda un affetto e una memoria vivissimi ancora oggi; uno spaccato di un calcio ormai tramontato, ma dove valori e sentimenti contavano ancora molto. Tra racconti di partite, allenamenti, cene, mitiche gag, il Paron sembra ancora assieme a noi in carne e ossa, col bicchiere di vino perennemente riempito e le sue massime tranchant in dialetto triestino. Il tono si fa malinconico solo nella struggente lettera a Rocco con cui Garanzini conclude il racconto.

CONTRO
La struttura del libro, la cui prima edizione si basava sulle interviste ai testimoni viventi dell’epoca rocchiana, fa sì che manchino nel racconto capitoli dedicati a persone fondamentali nella vicenda di vita del Paron, e cioè Gipo Viani , suo mentore nel primo periodo milanista, e Gianni Brera, amico di una vita. Ed è una lacuna che si fa sentire, anche se la godibilità dell’opera non viene meno.

UN ESTRATTO

In materia di Paron , parlare con Giovan Battista Monti, medico sociale del Milan dal 1965 al maggio 1998, è come consultare la Treccani. Oppure, a piacere, trovarsi davanti a uno sterminato juke-box: tu inserisci un gettone dicendo una parola e lui va avanti con giorno, mese e anno di quell’episodio, di quella gag, con tutte le virgolette al loro posto.(…)”La sai quella del rebus? No? Beh, è dei tempi del Padova. Un giorno si inventa che bisogna stimolare la fantasia, che è ora di finirla coi gavettoni perché i giochi di società aprono la mente. Fa tutto questo preambolo con i giocatori che lo guardano stupiti, poi annuncia rebus animato, città di sette lettere, e dice ad Azzini di mettersi faccia al muro con la schiena piegata e le mani appoggiate. Una volta in posizione, ordina ai primi tre – quattro che ha a tiro di saltargli sopra, e agli altri chiede la soluzione del rebus. Quando Azzini crolla, travolto dal peso degli altri manzi, domanda: nisun che indovina? Sul-mona. No iera dificil.” (…)Pianelli. “Mitica. Cena di gala a villa Pianelli per festeggiare l’arrivo di rocco a Torino. Posate d’argento, camerieri in livrea, ostriche e champagne. Il Paron alla destra del presidente e di fronte alla signora. Ginko, sarà stà l’ostrica, fu lui a raccontarmela una sera in ritiro, a un certo momento go dolor de panza. Domando ‘l bagno. I me compagna de sopra, in quel padronal, un lusso che no te digo, tre speci, rubineti d’oro. me sento dove che te imagini, guardo davanti, e ghe xè un quadro, un de quei del col lungo… Un Modigliani, dissi io, creden do di aiutarlo. Mi guardò con sospetto: ciò, te ga cagà anche ti da Pianelli?

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Categorie
Recensioni

Radiogol, Riccardo Cucchi (2018)

Edito da: Il saggiatore

PREMESSA
Riccardo Cucchi, storico radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto, racconta la sua carriera nel giornalismo sportivo radiofonico. Prima ancora delle riprese televisive, ad entrare nelle case degli italiani ogni giorno erano le voci di radiocronisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri e appunto Cucchi.

PRO
Carico della giusta quantità di nostalgia, il libro è una perla per chi insieme alle voci dei grandi radiocronisti è cresciuto, immaginando le azioni dei propri beniamini con l’orecchio attaccato alla radiolina. Per persone come me, invece, cresciute insieme a un calcio oltremodo televisivo, le parole di Cucchi suonano come un vecchio racconto della buonanotte: pieno di eroi e incredibili gesta, sentimenti forti, comprimari incredibili e grandi maestri.
Mi sento di consigliare questo libro soprattutto ai bambini, proprio oggi che nella narrazione tele-giornalistica del calcio si va sempre più verso una “pornografia del dato”, una sterile esaltazione della statistica, una morbosa attenzione verso particolari tecnici in realtà insignificanti. Cucchi ci insegna invece che la radiocronaca è il racconto di una storia, non una semplice descrizione dei fatti. Non servono riprese in alta definizione per raccontare una storia, serve solo un grande narratore. Senza l’ausilio delle immagini una radiocronaca è in grado di far sognare il radioascoltatore e portarlo in una dimensione onirica sempre più sconosciuta per i bambini di oggi, che invece avrebbero ancora tanto bisogno di fantasticare intorno ai propri eroi calcistici.

CONTRO
Per me non ce ne sono.

UN ESTRATTO
(Riferendosi in generale ai calciatori, Cucchi descrive il momento in cui smettono di giocare. Ci vedo personalmente un parallelismo con la situazione dell’autore al momento della stesura del libro, dopo il termine della sua carriera come radiocronista.)

Ne ho visti tanti. In alcuni gli occhi mostrano malinconia. un velo di tristezza quando smettono di giocare. Si capisce dopo, molto dopo, quello che si è vissuto. Quando insegui la palla su un campo sei giovane. Non hai tempo per riflettere. Vuoi giocare, crescere in fretta, approdare in una grande squadra; hai energia e velocità nelle gambe. Vai agli allenamenti, sudi, ti metti in mostra perché domenica l’allenatore ti consegni la maglia da titolare, negli spogliatoi. Hai fretta di fare bene, di conquistare l’applauso del pubblico e diventare un beniamino dei tifosi, un calciatore amato. Un calciatore che vive la vita minuto dopo minuto, che la beve come una bibita dolce. E poi, a casa, non pensi a quello che è successo: sogni quello che verrà. Il futuro è lì. Sembra lungo, sembra in grado di donarti tempo, tanto tempo. Hai talmente tanto tempo a disposizione.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.