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Aspettando Moratti, Claudio De Carli (2017)

Edito da: Hoepli, 422 pagine.

PREMESSA
250 capitoli: ne servono tanti per raccontare i 22 anni in cui De Carli, prestigiosa firma del Giornale, ha seguito l’Inter e Moratti. Una cronistoria narrati attraverso gli articoli dell’autore, mai banali e pervasi da una stima per Moratti che sconfina in un affetto tanto sincero quanto smisurato.

PRO
Diffido sempre dalla raccolte di articoli: in primo luogo l’opera perde la necessaria freschezza, ma soprattutto perché queste operazioni mi sembrano un vile tentativo di lucrare su una passione , sul genere Severgnini per intenderci. “Aspettando Moratti” rappresenta una magnifica eccezione: De Carli, raffinata penna già alla Notte e al Giornale, racconta fatti e personaggi gravitati attorno all’Inter e al calcio italiano attraverso il suo sguardo, mai scontato e banale. Quello che fa la differenza in quest’opera è il modo in cui l’autore regala un corso intensivo di giornalismo, spiegandoci come si insegue una notizia, come si dà un “buco” ai rivali, i rapporti fra i giornalisti di punta, come si programmano interviste e articoli.

CONTRO
Forse l’opera pecca di parzialità nei confronti del presidente Moratti, ma se è vero che ogni critica è ammantata di bonomia, il libro rimane comunque ben lontano dall’agiografia.

UN ESTRATTO
(scelgo l’estratto su un galantuomo del calcio italiano, recentemente scomparso e mai abbastanza celebrato : Gigi Simoni)

Si vergogni, quel licenziamento nel giorno della Panchina d’oro. Non sono rimasto sorpreso da quanto è ruotato attorno a Gigi Simoni. Ho pensato che certe cose accadono ai buoni. Gli telefono per chiedergli come stia e se abbia voglia di vedermi, sabato a Livorno ha conquistato la sua settima promozione in serie A con l’Ancona: ma dai, vieni, mi fa, quando vieni? Io sono qui, fuori Pisa.Pisa è una di quelle trasferte che ti stracciano. A essere onesti in Toscana, esclusa Firenze, sono le più massacranti: parlo di Empoli, Livorno, Siena, Pistoia, casino con i treni, ricordo anche qualche pullman dalla stazione all’albergo, a volte anche direttamente allo stadio senza neppure un panino da masticare perché se vai e torni in giornata i tempi sono strettissimi.Ma questa volta sono in automobile, le indicazioni di Gigi sono perfette, è una villa tipo cascina sulla sinistra, me la descrive, la individuo al volo. Parcheggio in strada, suono, Gigi mi apre, il primo a presentarsi al cancello è Taribo, un labrador grande, grosso e più nero di West, se mai fosse possibile. Glielo ha regalato Luigi Sartor quando era un cucciolo, mi fa le feste, arriva Simoni, sorrisone, stretta di mano, come va?Entriamo, sala enorme, a volta, Gigi è in pantofole, il piccolo Leonardo e la signora Monica gli girano attorno come due trottole: come sto? Sto che non ho dormito tutta notte, mi fa lui, telefonate, telefonate e telefonate, mi ha chiamato mezza Inter, la mia, e anche il presidente Luzzara, sai com’è, e si stende sulla poltrona, mi resta poco tempo… Cioè? Cioè, quando hai 64 anni non sono più 40, l’ho detto subito al presidente Pieroni, guardi che posso fare al massimo una programmazione di due stagioni. Poi è andata che ho vinto il campionato alla prima ma è meglio non fare calcoli, questo lui lo sa.E adesso? Adesso torno in serie A, fa lui come se si sentisse rassegnato, torno e già mi immagino la standing ovation a San Siro quando ci farò un salto in campionato con l’Ancona. Quando ci sono tornato con il Piacenza è stato uno spettacolo, sessantamila in piedi ad applaudire. Loro avevano capito, io no, ancora adesso, ma non importa e non ho mai chiesto spiegazioni.Non so cosa rispondergli, sulla parete c’è una foto gigantesca di Taribo che palleggia a quattro zampe con Ronaldo ad Appiano Gentile: sono due facce della stessa medaglia, mi fa Gigi, e sprofonda ancora di più nella sua poltrona. Moratti voleva il bel gioco, a me dicevano che avevo un solo schema, palla a Pagliuca e rinvio per Ronaldo. Ronie era un bambino meraviglioso, io ho avuto quello vero, quello che ti faceva vincere e abbiamo vinto. Alla squadra avevo detto che per me erano tutti uguali tranne uno, Ronie ai quei tempi poteva fare quello che voleva, ma non credo che si mise contro di me. Un giorno mi chiama Simeone e mi fa: Gigi, con il carisma che ha Ronaldo avrebbe potuto impedire il tuo licenziamento, bastava una parola e avrebbe convinto Moratti, lo speravamo tutti. Forse il Cholo aveva ragione, mi aveva già chiamato e mi aveva chiesto cosa potesse fare la squadra per farmi riconfermare. West mi aveva detto che voleva venire con me a Piacenza. Sei sempre fuori dal mondo, gli ho risposto, il Piacenza è l’unica squadra di serie A che gioca senza stranieri. C’è rimasto male e mi ha richiamato per chiedermi di portarlo ad Ancona ma qui con il costo del suo cartellino facciamo mezza squadra. Però non credo che Ronaldo si sia mai messo di traverso.Bene, gli dico, questo è il passato, hai rivinto. Con l’Ancona è tutto un altro mondo, mi fa, tornano alla mente le mie prime stagioni in panchina. A Milano se non vinci è finita e passi le settimane a sentire il nome del tuo successore. Devi difenderti da tutti e se uno della rosa lo metti in panchina come sente che l’allenatore è in pericolo diventa un nemico in più, spera solo che ti esonerino. No, non parlo di Ganz, lui era uno che se non giocava diventava matto, non si sentiva inferiore neppure a Ronaldo. Mi diceva che non capiva perché Ronie era sempre titolare e lui no. Poi quando lo mettevi dava l’anima. Ma è normale, il calcio alla fine è questo, io però ho sempre giustificato tutti, anche quelli che non mi andavano. Tanti? Ne bastano pochi, basta un palo o un rigore non dato e i tuoi detrattori ti fucilano.C’entrano qualcosa la Juventus e Ceccarini? Sì, certo, mi risponde convinto, quel giorno gli ho detto che doveva vergognarsi. Una partita che ha segnato il campionato e un’infinità di altre cose, quella squadra è implosa, quei novanta minuti hanno condizionato tutto, io penso che abbiano condizionato perfino il lavoro di Lucescu e il suo esonero, erano troppo legati a me. Quel giorno che West gli ha tirato la maglia addosso ho capito che eravamo rimasti una squadra.Gigi mi chiede se bevo qualcosa, arriva la signora con il piccolo e Taribo. Ha l’Inter sotto la pelle: licenziato il giorno che ho ricevuto la Panchina d’oro dai colleghi a Coverciano, ma con Moratti non ho mai avuto una discussione, siamo rimasti amici e basta. Cosa ricordo? Ricordo che ho pianto.

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Storia del gol, Mario Sconcerti (2015)

Edito da: Mondadori, 352 pagine.

PREMESSA
Il gol è il sale del calcio,e partendo da questo assunto Mario Sconcerti riesce a trovare un modo affascinante per ripercorrere la storia del calcio, dai tempi dei pionieri (Sheffield Fc per gli inglesi , Genoa e Milan per l’Italia) fino ai giorni nostri, vivisezionando il gol come gesto tecnico e come parte dell’evoluzione del gioco, in una ideale prosecuzione della precedente opera “Storia delle idee del calcio”.

PRO
Magnifico libro, in cui il calcio viene trattato non solamente come unno sport, ma come una vera e propria disciplina scientifica. Numerosissimi sono i riferimenti a storia, scienza, filosofia e antropologia. Vengono passati in rassegna i più forti attaccanti che hanno giocato in serie A, e l’autore cerca di trovare una spiegazione ai motivi per cui nei vari decenni la media gol presenta parecchie oscillazioni. Tutte le analisi tecniche sono documentate con grande acume. Ogni capitolo è una dissertazione che fa la gioia anche per gli amanti delle cifre; l’opera presenta una ricca raccolta di dati , numeri e appunto statistiche, facendo moltissimi raffronti fra i bomber di varie epoche.

CONTRO
Pur nel contesto di una prosa “alta” e al contemplo fruibile da chiunque, l’utilizzo di locuzioni ridondanti rende a volte l’esposizione piuttosto nebulosa.

UN ESTRATTO
(scelgo di omaggiare un allenatore poco celebrato dalla stampa, Enzo Bearzot)

La sintesi di Bearzot fra Italia e Olanda “(…) Il calcio è fatto di soluzioni individuali.(…) Se hai Cruijff puoi aspettare ,un suo spunto, la sua differenza. Se non ce l’hai devi complicarti la vita trovando un insieme di qualità che lo sostituiscano.Improvvisamente , in Europa si comincia a cercare un modo per usare il vero messaggio olandese, cioè l’eclettismo, la fine del ruolo rigido, il concetto, questo sì universale, che dentro un singolo giocatore esiste sempre tutto il calcio. Il primo passo in avanti è l’Italia di Bearzot. Siamo sempre stati mescolanza, non potevamo farci sfuggire l’idea di Michels. Bearzot è un friulano colto, si è diplomato al liceo classico, legge le poesie di Hikmet, e fuma con avidità tabacco aromatico. Non ha mai allenato davvero nessuna squadra, ma è forse uno dei pochi al mondo che ha visto tutto. Di mestiere viaggiava cercando il calcio. Allora non c’erano televisioni, c’era Bearzot che era il vice di Valcareggi, commissario tecnico fino al 1974. Bearzot ha finito per avere una cultura calcistica che nessun altro aveva. La novità è che questa conoscenza non era un mezzo per difendersi, ma per progredire. Era pura saggezza che andava accumulandosi nelle mani di un signore che la sapeva tradurre.L’Italia di Bearzot non è da raccontare ma da studiare. Era calcio puro applicato alle leggi di tornei brevi dove le regole sono ancora più strette che nel resto del calcio. Diventava quasi logico. Bearzot sapeva degli avversari, per averli studiati, cose che nemmeno gli avversari sapevano di sé stessi.Sapeva che se Maradona era condannato a fare la seconda punta, Gentile lo avrebbe sempre limitato. Il suo problema sarebbe sorto se gli avversari avessero impostato la propria squadra su Maradona in generale, non facendone semplicemente un altro attaccante. Certo non poteva prevedere che Rossi avrebbe segnato tre gol al Brasile, ma si era messo nelle condizioni di aspettarlo. E aveva messo la squadra nelle condizioni di sopportare il percorso collinare di un fuoriclasse timido come Antognoni, che gli altri però non possedevano. Bearzot aveva la modernità dentro le sue pipe di radica, la sua mancanza di sonno cronica, la sua morale così diritta da diventare utopia, la sua semplicità contadina per cui se piove ci si bagna ma dopo arriva il sole e asciuga tutto. C’è sempre la pioggia e c’è sempre il sole. Basta mettersi nelle condizioni di accettarli.Bearzot inventa un calcio olandese all’italiana. Altri tecnici ci erano andati vicini, lui ebbe soprattutto il modo di mostrarlo al mondo. Non basta mai l’invenzione da sola, serve spiegarla. L’equilibrio dell’Italia di Bearzot è ancora oggi qualcosa di semplice e perfetto, un passaggio nel calcio che rende a posteriori inevitabile il suo trionfo. E’ il successo di Rossi, certo, ma quasi sempre ogni squadra ha il suo Rossi. (…) Bearzot, forse senza esserne completamente cosciente, aveva reso universale il senso del calcio olandese e lo aveva fatto partendo dal calcio più vecchio del mondo, quello italiano. La sintesi di due piccoli eccessi non poteva che essere normalmente perfetta.Fu per questo che scelse di tenere fuori Pruzzo dalla Nazionale. Pruzzo aveva vinto la classifica cannonieri nell’anno dei Mondiali, ma era un singolo, aveva bisogno di una squadra che pensasse a lui. Nessuno dei primi tre attaccanti di quella classifica andò in Nazionale. Al secondo posto arrivò Bivi del Catanzaro, al terzo Pellegrini del Napoli. Rossi non aveva praticamente giocato, Graziani aveva segnato 9 reti. Ma non importava, c’era un concetto di squadra, c’era una vera idea di calcio. Non andò ai Mondiali, nemmeno Eraldo Pecci, da alcune stagioni il miglior regista del campionato. Bearzot gli disse una cosa che sembrava incomprensibile, che giocava troppo bene a calcio, fino a diventarne l’interprete. Troppo invasivo, troppo personale. Bearzot cercava l’insieme. Ecco l’idea, un calcio personalmente universale.Una parentesi tecnica formidabile, quasi senza riscontri.”

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Futbol, Osvaldo Soriano (2014)

Edito da: Einaudi, 208 pagine.

PREMESSA
“Non amo lavorare troppo, né correre per i corridoi di uno stadio, né forse capisco di sport quanto l’incarico richiederebbe. Ma so inventare storie bellissime.”
In questa frase è descritto il capolavoro di Osvaldo Soriano, autore dei 23 racconti di questa formidabile antologia, in cui ci offre la narrazione delle vicende di personaggi magnifici e improbabili, grandi campioni, misconosciuti calciatori, arbitri corrotti, allenatori incapaci, folle inferocite, regalandoci uno spaccato di vita memorabile.

PRO
Artista fra i più acclamati in tutto il mondo, Soriano non ha mai rinnegato (anzi) il suo immenso amore per il calcio. Un sentimento travolgente, che trasuda da ogni pagina, in ogni racconto. Vero e verosimile si mescolano creando una atmosferica quasi fiabesco – onirica ; l’autore narra eventi improbabili, regala l’immortalità a giocatori altrimenti oscuri, rende protagonisti personaggi altrimenti cialtroni, e regala in questo modo una spensieratezza oggi un po’perduta nel calcio.

CONTRO
Un capolavoro non si discute, al massimo si ammette di non averlo capito! Rimane tuttavia inspiegabile la decisione di indicizzare 25 racconti quando in realtà sono 23 (due di essi infatti, “Nostalgie” e “Casablanca”, fanno parte della “Memorie del Mister Peregrino Fernandez”)

UN ESTRATTO
(Non si può non citare “il rigore più lungo del mondo”, forse uno dei più conosciuti racconti di calcio di sempre)

Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine, e quando tutti furono schierati a centrocampo andò dritto verso el Cholo Rivero che gli aveva dato il pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a spintoni el Cholo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore. Allora l’arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una pentola di alluminio.Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell’istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone. Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore – raccontò poi – che lo avrebbe rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato. Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhi rovesciarglisi all’indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area.Mirabelli El Petiso, cioè il Piccoletto, arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra: si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta l’Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : “Non vale! Non vale!” La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il “non vale” continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita. Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall’attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere “che è successo” e quando glielo raccontarono scosse la testa e disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano (l’arbitro, ndr) e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta. Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell’Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia. Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria. Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della Rubia Ferreira ma della sorella del Cholo Rivero, india e vecchia come lui. Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato. “Bene, ragazzo – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.”

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Premier League, Nicola Roggero (2019)

Edito da: Rizzoli, 336 pagine.

PREMESSA
La storia, splendidamente raccontata, della Premier League, dalla fondazione della Football League da parte di William MC Gregor nel 1888 fino ai giorni nostri, passando per Dixie Dean e l’Arsenal di Chapman, il Man Utd di Busby, Brian Clough, il Liverpool che dominò in Europa, il lungo dominio di Sir Alex Ferguson.

PRO
Il merito di aver inventato il calcio può venire superato da una sola cosa: saperne tramandare la tradizione e accettarne lo sviluppo. Ai Maestri inglesi dovremo sempre essere grati per tutto questo, così come grande deve essere la gratitudine per Nicola Roggero, che riesce a condensare con stile e ritmo giornalistico un secolo e mezzo di storia. Aneddoti , curiosità, squadre e campioni leggendari la fanno da padroni per gran parte del libro, ma l’autore non ignora nemmeno la fase oscura degli hooligans e la genesi della Premier League, tuttora il campionato più bello ed emozionante del mondo.

CONTRO
Pur nell’ambito di una narrazione avvincente e accurata, campeggia qualche refuso; un esempio per tutti il Gary Lineker premiato come miglior realizzatore a Italia 90 (vinse Schillaci: Lineker fu capocannoniere in Messico)

UN ESTRATTO
(che compito ingrato e difficile! Fra tante che avrebbero meritato la citazione, scegliamo l’epopea del Nottingham Forest)

Arriva il bis in Coppa Campioni, battuto in finale l’Amburgo con gol di John Robertson al Santiago Bernabeu di Madrid. Un risultato che fa del Nottingham Forest l’unico club con più Coppe dei Campioni che campionati.La squadra è rimasta sostanzialmente la stessa, compresa la capacità di sapersi arrangiare, come nei giorni degli allenamenti in un parco pubblico. Alla vigilia della finale di Madrid, Shilton decide di rifinire la preparazione, e siccome l’albergo non ha un campo da gioco, lui si piazza in una rotonda stradale con l’erba. Lì si mette a parare palloni in mezzo alle macchine che sfrecciano e ai clacson che suonano. Il miracolo di Clough è stato quello di trasformare calciatori medi in fuoriclasse. “Non avevo mai sentito nominare questo Mc Govern, eppure stasera ha dominato il centrocampo ” commenta il fuoriclasse tedesco Gunter Netzer dopo a semifinale di coppa contro il Colonia. Vincono anche la Supercoppa Europea battendo il Barcellona e all’uscita del Camp Nou trovano un centinaio di tifosi attorno al loro autobus. “Siamo nei guai” pensano i giocatori. E invece appena li vedono uscire con Clough tutti cominciano ad applaudire convinti. Il gioco con la palla tenuta sull’erba e non lanciata tra le nuvole aveva conquistato anche i catalani.Il modo di Clough di prendere sempre a spallate la vita ha fatto del Nottingham Forest un club amato dalla working class, non dai salotti buoni. Nel 1979 per il premio della squadra dell’anno la BBC sceglie la nazionale inglese di equitazione che ha vinto il titolo europeo. Con tutto il rispetto per cavalli e cavalieri , non c’è paragone con l’impresa di quelli in maglia rossa. E il Forest non è neppure tra le grandi squadre che fanno parte della Hall of Fame del Museo Nazionale inglese del calcio. Assurdo (…).Dalle parti della foresta di Sherwood potevano essere orgogliosi,come spiegò McGovern : “Siamo stati una cometa, che ha brillato per poco tempo ma di una luce fortissima. Grazie a noi, Nottingham non aveva più solo Robin Hood. Aveva anche Brian Clough e il Forest.”

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Omertà, Andrew Jennings (2015)

Edito da: Rizzoli, 378 pagine.

PREMESSA
Resa dei conti finale del duello che vede opposti Sepp Blatter, tirannico despota della Fifa dal 1998, e il reporter d’assalto Andrew Jennings, che ha scavato nei meandri più bui della corruzione della massima organizzazione calcistica mondiale. Nonostante l’ostracismo delle alte sfere abbia portato al bando del giornalista investigativo scozzese, alla fine la montagna di prove da lui procurate vengono acquisite dall’ Fbi, facendo deflagrare uno scandalo sportivo assolutamente inaudito.

PRO
La carriera di Andrew Jennings parla per lui: reporter di guerra in Cecenia, indagini sulla Mafia in Sicilia, reportage sulla corruzione della Polizia a Londra, indagini sulla corruzione nel CIO e, nel nostro caso, sugli alti papaveri della FIFA. Il punto di forza di qualsiasi reportage di Jennings risiede nella completezza dei suoi dossier: le indagini sono accurate, le prove esibite schiaccianti (cosa che gli ha causato ostracismi ovunque). Il racconto parla di calcio, ma per come è strutturato e per la moralità nulla e le basse trame dei personaggi coinvolti, potrebbe tranquillamente essere inserito in un elenco dei più avvincenti thriller o spy story.

CONTRO
L’argomento non è dei più leggeri, e la mole di dati , cifre, personaggi e avvenimenti è impressionante, probabilmente prima di andare in stampa si è preferito tagliare qualche parte, a discapito di una maggior completezza d’informazione: da questo punto di vista , un piccolissimo passo indietro rispetto al predente libro di Andrew, “I padroni del calcio”

UN ESTRATTO
(Chuck Blazer, soprannominato “La Pancia” da Jennings per la sua pinguedine, si sbarazza dell’ormai ex amico Jack, potentissimo – e corrottissimo- dirigente caraibico)

Warner si era montato la testa. Sapeva che Blatter non sopportava i frequenti scandali che lo vedevano protagonista, legati ai biglietti per i Mondiali,e avrebbe voluto radiarlo dalla Fifa, ma ovviamente non aveva osato farlo. E aveva aspettato troppo: Jack stava cambiando casacca. L’uomo del Qatar voleva i trentacinque voti che lui controllava, e aveva un mucchio di soldi per comprarli. Jack aveva rubato tutto il rubabile con il trucco del Centro di eccellenza, ed era giunto il momento di trovare un nuova fonte di ricchezze.Mohamed Bin Hammam aveva fornito il denaro per comprare i voti che avevano eletto Blatter nel 1998 e poi nuovamente nel 2002. Era convinto che ci fosse un accordo: dopo un altro mandato Blatter si sarebbe fatto da parte e gli avrebbe lasciato il trono imperiale del calcio. Ma Blatter non se ne voleva andare: bisognava cacciarlo con la forza. (…)Warner indì una riunione dei venticinque membri della Caribbean Football Union.Avrebbero obbedito ai suoi ordini nell’elezione presidenziale, e gli altri nove membri della Concacaf – compresi Stati Uniti e Canada – avrebbero dovuto accodarsi. Mo pagò la Sinpaul, l’agenzia di viaggi della famiglia di Jack, per trasferire i funzionari dalle rispettive isole all’Hyatt Hotel di Port of Spain il 10 maggio 2011. Lo stesso Mo tenne un discorso ,e poi ciascuna delegazione ricevette una grossa busta marrone contenente 40000 dollari in contanti “da spendere come volete”.Jack e Chuck si erano difesi a vicenda per vent’anni: entrambi rubavano e uno proteggeva l’altro. Ma ora non più. Chuck indovinò il motivo della visita di Mo a Trinidad e dell’offerta di quelle buste rigonfie. Parlò con i suoi collaboratori più stretti, che sarebbero andati a quell’incontro. Escogitarono un piano. Alla Trump Tower furono inviate fotografie delle buste piene di denaro. Fu girato di nascosto un video con un cellulare. Quando la Pancia ebbe raccolto prove a sufficienza, le consegnò a un avvocato con la richiesta di trovare dei testimoni e redigere una relazione. prima della fine di maggio Blazer sporse reclamo alla FIFA accusando Warner di corruzione. (…)20 giugno 2011, Zurigo, Jack se n’era andato! protestò per qualche settimana, ma le prove erano troppo solide. Blatter aveva ottenuto quel che voleva , ed era troppo intelligente per infierire. Il “rammarico” da lui espresso per l’uscita di Warner era calcolato per non farlo arrabbiare e non indurlo a rivelare che il presidente sapeva benissimo quello che stava accadendo. (…)E poi Blatter esagerò. “In seguito alle dimissioni presentate da Mr. Warner, tutte le procedure del comitato etico in corso contro di lui sono state chiuse, e la presunzione di innocenza viene mantenuta.”Innocenza? Il mondo intero rise di Blatter – e si infuriò con lui – per aver lasciato che Warner la facesse franca. Ma cosa gliene importava ? Si era liberato di quella presenza imbarazzante, e soprattutto si era sbarazzato dell’uomo del Qatar, che quasi certamente l’avrebbe sconfitto nella corsa alla presidenza FIFA. La Pancia aveva vinto.

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La partita del secolo, Riccardo Cucchi (2020)

Edito da: Piemme, 140 pagine

PREMESSA
Il 17 giugno 1970, milioni di italiani si collegano nella notte per seguire la semifinale dei campionati del mondo di calcio in Messico. Saranno spettatori di uno dei momenti più epici del calcio e dello sport italiano in generale. Riccardo Cucchi, radiocronista fra i più amati, rivive insieme a noi le emozioni di quella che ancora oggi viene ricordata in tutto il mondo come la “Partita del Secolo”.

PRO
Tutto il garbo, lo stile e la completezza lessicale di Riccardo Cucchi condensate in un unico libro. Aprendo il volume abbiamo il privilegio di vivere in prima persona le emozioni di quella fantastica partita, con Cucchi che fa per noi la radiocronaca minuto per minuto. Ma il principe dei radiocronisti italiani non si limita a un banale resoconto del match, per quanto già emozionantissimo di per sé: egli riesce a essere seconda voce di sé stesso, concedendosi ampie digressioni nelle quali descrive uno per uno i protagonisti della semifinale (particolarmente toccanti le parole dedicate alla descrizione del dramma di Gerd Muller). C’è spazio inoltre per un sentito omaggio ai cantori di Italia – Germania 4-3 , Nando Martellini ed Enrico Ameri, maestri di stile per l’autore.

CONTRO
Il libro si inserisce in un filone celebrativo (cade proprio quest’anno il cinquantesimo anniversario della Partita del Secolo), e, seppur apprezzabile per la completezza della descrizione del match, poco si differenzia da opere relative allo stesso argomento.

UN ESTRATTO

Il calcio è molto più di un gioco. È umanità, soprattutto. Lo spiegava proprio Vittorio Pozzo: “Il calcio è specchio di vita. Gli uomini che lo praticano rivelano pregi e difetti con assoluta sincerità.” Già. Difficile nascondersi su un campo di calcio, che sia dentro un grande stadio o in una polverosa perfieria urbana. Quando giochi al pallone capisci chi sei. E capiscono chi sei quelli che giocano con te o che ti guardano dagli spalti. Il calcio non mente, aveva ragione Pozzo. Il calcio è verità. E come tutte le attività umane è pieno di difetti. Tutti quelli che si rintracciano nel patrimonio genetico di un essere vivente.Ma ha anche enormi pregi, il calcio, uno in particolare : suscita sogni. (…)Continuai a inseguire sogni. Certo, non più da aspirante calciatore, ma da appassionato di calcio, dentro uno stadio ad aspettare un gol, a vivere un’emozione sognando di raccontarla, da adulto, al microfono. Mi trasformai in quella figura così ben delineata da Eduardo Galeano, tifoso di calcio prima ancora che meraviglioso scrittore uruguaiano, quando definì sé stesso “un mendicante” (…)Mendicare gesti tecnici, mendicare gesti belli, mendicare emozioni: la condizione esistenziale del tifoso teorizzata da Galeano. Mendicare sogni, in definitiva.“Un giorno, un giornalista sportivo mi accusò di essere un venditore di sogni, e suppongo che l’intenzione fosse quella di offendermi. Mai ho ricevuto un elogio così bello, nemmeno da un amico.” Lo ha detto Jorge Valdano, sì, proprio lui, il giocatore del Real Madrid, campione del mondo con l’Argentina di Maradona nel 1986, rivelatosi poi anche un bravo scrittore.

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Mondiali di calcio, Bernard Lions (2014)

Edito da: Rizzoli

PREMESSA
La storia della Coppa del Mondo di calcio raccontata attraverso curiosità, aneddoti e interviste ai protagonisti. Già fra le penne più importanti dell’Equipe, Lions ci fa entrare in una atmosfera da leggenda grazie alle sue interviste esclusive ai protagonisti. L’opera inoltre acquista maggior pregio grazie alla prefazione di Michel Platini e a delle fotografie mozzafiato, in gran parte prese dall’archivio Getty.

PRO
Non è la solita, quasi banale, cronistoria degli eventi. L’autore si concentra sui momenti più emozionanti del torneo, non limitandosi a campioni leggendari e alle nazionali più forti, ma tracciando ritratti di misconosciuti carneadi e di matricole per le quali la sola partecipazione costituì un evento storico. Per ogni edizione, breve riassunto introduttivo dell’edizione, interviste ai protagonisti, cenni storici sui fatti più importanti e zibaldone conclusivo con curiosità, record e contestualizzazione storica con gli eventi dell’anno solare.

CONTRO
Pieno sì di aneddoti interessanti e curiosità per appassionati, il volume pecca però dal punto di vista statistico. L’inserimento, edizione per edizione, di risultati e tabellini avrebbe reso l’opera ancor più completa, e a quel punto, davvero imperdibile.

UN ESTRATTO
(Cile 1962, secondo trionfo consecutivo per il Brasile, trascinato dal fenomenale Garrincha)

Garrincha, l’angelo dalle gambe storte
Mentre lasciano lo stadio di Santiago i cileni hanno ancora la testa che gira. In trentadue minuti e due reti un acrobatico Garrincha ha chiuso loro le porte della finale (2-4, 13 giugno). Causa lo stiramento alla coscia sinistra rimediato contro la Cecoslovacchia (0-0, 2 giugno), Pelé assiste dalla panchina alla danza del suo compagno di squadra più anziano di sette anni.Il quale pensa bene di dare un calcio nel didietro a un cileno: espulso all’ 83′, nemmeno lui può partecipare alla finale. O meglio, non potrebbe, perché la FIFA finisce per cedere alla pressione popolare e alle istanze della Federazione Brasiliana accordandogli un deroga. Saranno per lui la seconda finale e il secondo titolo mondiale consecutivi.Ed è così che Garrincha, il cui vero nome è Manoel Francisco dos Santos, entra nella leggenda. Per molti brasiliani è allo stesso livello di Pelé (i due insieme non hanno mai perso una partita). “In allenamento andavamo d’accordo, ecco tutto” ha ricordato Pelé nel 2000 “Non eravamo amici.” (…)Dopo aver ritardato il decollo della sua carriera, questi handicap diverranno la sua forza. Senza la malformazione alla gamba Garrincha non sarebbe diventato quel virtuoso del dribbling che è stato e nemmeno la migliore ala destra della storia,. Lo capì bene il dottor Gostling, il medico della Selecao, che rifiuterà sempre di farlo operare.Questo permette dunque a Garrincha di dribblare tutti i Joao (“Giovanni”, nome che dà a tutti gli avversari) incontrati sui campi cileni, ma dopo l’infortunio di Pelé sa aggiungere alle qualità di percussore e di uomo assist anche quelle di finalizzatore. (…)Imprevedibile in campo, questo calciatore che cammina come un cowboy lo è anche nella vita. Mentre il civilissimo Pelé cura la propria immagine sui media, l’illetterato Garrincha si perde in una vita privata tumultuosa (riconoscerà quattordici figli). Pelé racconta : “L’ho visto bere della caipirinha durante gli allenamenti. Un giorno che aveva litigato con la moglie Elza Soares è arrivato con una pistola.”Sei i brasiliani si identificano in lui al punto di chiamarlo Alegria do Povo (“Gioia del popolo”), alla fine il giocatore pagherà gli eccessi dell’uomo Garrincha. Lasciato il Botafogo nel 1965, si avvia verso il declino. Colui che un poeta brasiliano aveva soprannominato “l’angelo dalle gambe storte” disputerà comunque un terzo Mondiale nel 1966, in cui giocherà la sua ultima partita contro l’Ungheria (1-3, 15 luglio 1966): è la sua unica sconfitta con la Selecao (contro quarantatrè vittorie e sei pareggi).Minato dall’alcol, dall’artrosi e dalle delusioni coniugali, celebra il suo addio al calcio davanti a 131.000 spettatori il 19 dicembre 1973 al Maracanà. L’angelo Garrincha ripiegherà le sue ali curve nove anni dopo, il 19 gennaio 1983, stroncato a soli 49 anni dalla cirrosi epatica. Pelé non parteciperà al suo funerale.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Sfidare il cielo, Marco Cattaneo (2020)

Edito da: Rizzoli

PREMESSA
Marco Cattaneo, volto noto di Sky Sport e già autore di libri per ragazzi, si è cimentato in un’impresa non facile: selezionare e raccontare ventiquattro partite che hanno fatto la Storia, con la S maiuscola. Si noti bene quindi che l’autore non intende proporre i match più importanti della storia del gioco, ma si propone di raccontare attraverso alcune partite gli avvenimenti storici degli ultimi 150 anni del continente europeo. Anche Sfidare il cielo: le 24 partite che hanno fatto la storia, come i precedenti dell’autore, è destinato ad un pubblico di ragazzi.

PRO
Libro che si legge con semplicità assoluta, e d’altronde l’autore si rivolge principalmente ad un pubblico di adolescenti. Apprezzabile la scelta non banale di parlare di Storia, e non solo quindi di storia del calcio. Tale scelta condiziona la selezione dei ventiquattro match: succede ad esempio che non venga inclusa Italia-Germania 4 a 3, ma bensì un Roma – Real Madrid del 2001, forse non troppo memorabile dal punto di vista sportivo ma sicuramente memorabile sotto il punto di vista geopolitico: si giocò infatti la sera dell’11 settembre, e non serve ricordare che giornata sia stata quella per il mondo intero.

CONTRO
Per il pubblico al quale è destinato e per l’intento pedagogico del libro, non ci sono grandi contro. Se si vuole introdurre un bambino o un ragazzo allo studio della storia questo libro può essere assolutamente funzionale.
In generale le storie seguono sì un ordine cronologico ma forse sono un po’ troppo slegate tra loro, e soprattutto il titolo è lievemente sbagliato: infatti tra i ventiquattro match raccontati sono pochi quelli che hanno avuto davvero un’influenza sulla Storia con la S maiuscola. Sono stati tutti espressione del loro periodo storico, certo, ma di lì a dire che hanno fatto la Storia, ce ne passa. Emblematico il caso di Roma – Real Madrid dell’11 settembre 2001, che capitò sì in un giorno storico, ma senza influenzare molto la vita dell’umanità colpita e terrorizzata dall’attentato.

UN ESTRATTO
Dal capitolo “Un calcio al razzismo”. Partita raccontata: 8 luglio 1998, Francia vs Croazia.

«Vedrai, sarà più dura del solito» disse Jean scendendo dal letto. Luc richiuse l’album delle figurine. «Non dire così! Noi siamo i più forti!» sbottò. Sapeva che uno dei motivi per cui il fratello diceva cosi era che a Jean non piaceva granché l’allenatore della nazionale francese, Aimé Jacquet. E d’altra par te anche i giornalisti lo criticavano di continuo, tanto che lui aveva dichiarato offeso: «Alla fine del Mondiale lascerò la panchina della nazionale, che si vinca oppure no!». Però a Luc era dispiaciuto. Secondo lui non era così male! Ma in quei giorni c’era anche un altro argomento che teneva banco nei dibattiti televisivi, nei bar, nei discorsi dei francesi: la provenienza dei giocatori in nazionale. Perché tanti giocatori erano figli di immigrati originari delle ex-colonie francesi, e quindi veni- vano da famiglie originarie di Guadalupa, dell’Africa, della Nuova Caledonia o addirittura dell’Armenia. E nonostante le lotte di alcuni giganti della storia come Gandhi, Mandela e Martin Luther King, che molto avevano fatto negli anni passati per ottenere la libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione di tutti gli uomini, purtroppo molti francesi non consideravano questi atleti “veramente” dei connazionali e perciò non si riconoscevano in quella squadra colorata.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio Santori nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Un bellissimo spreco di tempo, Riccardo Lorenzetti (2020)

Edito da: Absolutely Free Libri, 234 pagine.

PREMESSA
Prendiamo un po’ di tempo per noi, sediamoci e apriamo questo libro meraviglioso: ogni riga sarà una coccola per il nostro animo, trasportato dalla prosa chiara e lineare di Lorenzetti in un viaggio onirico che ci conduce in quel favoloso mondo di emozioni che il calcio e lo sport in generale sanno creare. L’autore spazia dal calcio alla Formula 1, dal tennis al ciclismo (sport che si presta magnificamente all’epica), condividendo con noi le sue memorie e le sue trepidazioni, e dimostrandoci che, in fondo sono anche le nostre. Prefazione di Giancarlo Brocci e Andrea Bacci.

PRO
Un titolo dolcemente ingannatore: il romanzo è sì bellissimo, ma non certo uno spreco di tempo. L’autore ci regala una lezione importantissima: il sale dell’evento sportivo sono le emozioni, che però sono fugaci, fuggevoli. Rimane però il ricordo, quello sì imperituro, poiché non svanisce mai, e si fa più dolce con l’andare del tempo. Lorenzetti ci racconta personaggi, storie, partite epiche, vittorie memorabili, sconfitte roboanti; da ogni sua pagina traspare un amore sconfinato per l’epica che accompagna lo sport e per le palpitazioni che scatena. Si parla di stima incondizionata (quando parla di quelli che lui considera i suoi Maestri), di amore sconfinato per gli idoli giovanili (Villeneuve, Chiorri, ma soprattutto Trevor Francis “la rosa che non colsi”), di drammi (Heysel), gioia per il trionfo (l’Italia Mundial), ma c’è spazio anche per oscuri protagonisti di provincia, o squadre finite nel dimenticatoio (il Beveren, simbolo delle ostiche squadre belghe anni 70 e 80). Ma Lorenzetti è capace di una impresa impossibile: riesce a farci immedesimare totalmente in lui.,quando scomoda il vangelo di Matteo per raccontare la morte di Villeneuve (e i nostri idoli non sono forse semidei per il nostro io bambino?), ma soprattutto quando racconta di un regalo di uno zio, la “Storia critica del calcio italiano di Brera”, tomo voluminoso e piuttosto impegnativo, che “somigliava a un mattone” ma si rivelò alla fine la “chiave per fare l’ingresso in un mondo magico: quello dove si muovono i campioni, e dove una storia di sport può condizionare la Storia, quella con la S maiuscola.” Esattamente quello che è successo a me, ed è successo a tutte le persone alle quali ho fatto apprezzare qualche estratto. E a me, e, ne sono certo, anche a tutti coloro i quali che lo leggeranno succederà che …“Lo lessi in pochi giorni, godendo di ogni pagina che scorreva, e rammaricandomi al tempo stesso, perché avrei voluto che non finisse mai. Infatti , quando arrivò l’ultima pagina, ero pronto per ricominciarlo daccapo.”

CONTRO
Come trovare difetti in un’opera che fa amare a un interista sfegatato persino il ricordo di uno dei gol subiti più dolorosi di sempre, quello di Hateley? Se c’è un rimpianto che lascia quest libro, è uno e uno solo: vorresti che Lorenzetti ne scrivesse subito un altro, e poi un altro ancora….

UN ESTRATTO
(impresa titanica scegliere un unico estratto: un giorno dovrebbero inserirla nel libro)

Bert Trautmann In Inghilterra, nel primo weekend di novembre, giocano con un papavero rosso stampato sulle magliette.E’ il simbolo che usano per ricordare i caduti in guerra, e il silenzio che cala su quelle cattedrali calcistiche (da Anfield Road a Old Trafford, fino all’ultimo degli stadi della League Two) durante il minuto di raccoglimento, è da brividi. (…)C’è una storia molto bella, legata alla guerra e al football, e vale la pena di raccontarla perché ci narra di un certo Bert Trautmann: che fu portiere del Manchester City dal 1948 al 1964 e che da quelle parti ricordano come il migliore che abbiano mai visto.Era il Manchester City più classico (…) una squadra sfigatina e perdente, nella loro sbiadita maglietta celestina, all’ombra dei potentissimi Diavoli Rosso Fuoco del Manchester United.Trautmann era un portiere fantastico. Una volta, in Coppa di Lega, un bestione del West Ham gli rovinò addosso in uscita e gli fracassò il cranio(!): rimase in campo in quelle condizioni a difendere la porta fino all’ultimo, senza essere battuto. Poi, finita la partita, fu trasportato d’urgenza all’ospedale, dove gli salvarono la vita per un pelo.Era un atleta esemplare, capace di gesti tecnici tali da rasentare l’eroismo: uno di quei campioni che proprio in Inghilterra, dove certe qualità sanno apprezzarle più di tutti, trovano la loro patria ideale… Eppure… Eppure non c’era stadio dove la gente non gli vomitasse addosso di tutto: i tifosi si piazzavano dietro la porta del City , e gli sputavano addosso. (…)Perché Trautmann era tedesco. Ed essere tedeschi in Inghilterra, appena finita la guerra, non era una passeggiata di salute: “bastardo nazista” era la cosa più gentile che potesse ricevere.(…)Era stato soldato della Wehrmacht, e aveva impresso a fuoco il marchio della colpa, in quegli anni di ferite ancora freschissime. Ma fu un uomo e un calciatore esemplare.Quando tornò al “suo” Maine Road, prima di morire, era vecchio e ormai aggredito dal morbo di Alzheimer. Difficile riconoscere in quella larva d’uomo ridotto in una carrozzina, il portiere più meraviglioso della storia del Manchester City.Il pubblico rimase un po’ interdetto. Poi cominciò un leggero mormorio: dalle tribune si levò qualche timido applauso che nel giro di pochi istanti divenne oceanico, con tutti i tifosi che balzarono in piedi in una standing ovation come non era mai stata tributata a nessuno.”Legend!” gli urlarono in coro.Raccontano che il grande Bert Trautmann, nel suo ultimo barlume di lucidità, riuscì a commuoversi.Ecco cosa è il calcio.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Red or dead, David Peace (2014)

Edtito da: Il Saggiatore, 659 pagine, prima edizione 2014.

PREMESSA
La straordinaria parabola di Bill Shankly, leggendario e amatissimo allenatore del Liverpool, raccontata da David Peace. Si parte dal 1959, anno in cui Shankly arriva alla guida di un Liverpool che langue in Seconda Divisione; attraverso una rivoluzione dei metodi di allenamento e un accurato scouting dei giocatori, Shankly condurrà i Reds a dominare in Inghilterra e in Europa, per poi ritirarsi dopo l’ennesimo trionfo, vinto dallo stress. Un pensionamento però di cui si pentirà amaramente pochi mesi dopo…

PRO
Peace lo conosciamo tutti. Accuratissima ricerca, estrema attenzione ai dettagli, maniacale ricostruzione storica, particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, spesse volte fatta intuire al lettore attraverso i dialoghi dei protagonisti: si pensi alla “spietatezza” di Shankly nello sbarazzarsi di giocatori che gli hanno dato tutto, come Saint John e Smith, in nome però del bene superiore del Liverpool Football Club, unica cosa che antepone all’affetto filiale provato per ogni suo giocatore. L’autore è eccezionale anche nel tratteggiare il ritiro del manager, che si pente quasi subito di non poter più essere l’allenatore della squadra che ha tanto amato, e probabilmente la parte migliore del libro è proprio quella in cui viene descritto il dolore di Shankly, maltrattato dai suoi vecchi dirigenti e perfino dal suo storico vice, che tenta di vincere la solitudine e il senso di inutilità autoinflittosi col ritiro andando ad aiutare al Tranmere il suo vecchio giocatore Yeats, o semplicemente allenandosi coi ragazzini al parco o scambiando quattro chiacchiere coi tifosi, gli unici a non averlo mai dimenticato e sempre amato, al pub.

CONTRO
Lo stile di Peace, ricco di ripetizioni ossessive. La punteggiatura che sincopa il ritmo. I dettagli sovrabbondanti, l’uso di venti vocaboli per descrivere cose per le quali ne basterebbero cinque. Bisogna ammettere che la lettura a volte risulta davvero faticosa, e avendo letto il libro anche in lingua originale, posso assicurare che il problema non è dovuto alla cattiva traduzione, anzi davvero ottima.

UN ESTRATTO
(Ian St.John, escluso col Newcastle, irrompe nell’ufficio di Shankly per chiedere spiegazioni. L’allenatore lo rimbalza, in quello che è il manifesto del suo modo di vivere la professione e il rapporto con il club, chiudendo con una frase che lo perseguiterà in un secondo momento)

Avrebbe dovuto dirmelo in faccia.Solo lei e me. Questo avrebbe dovuto fare.Perché? Prima d’ora non l’ho mai fatto con nessuno.Ma prima d’ora io non ero mai stato escluso. Prima d’ora non ero mai stato messo fuori squadra. Non mi era mai accaduto prima d’ora.E poi venirlo a sapere in quel modo. In quel cazzo di ingresso, da un fottuto estraneo. Credevo di meritarmi qualcosa di meglio. Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo tutto il tempo da cui ci conosciamo. Questo non significa niente per lei? Dopo tutti questi anni? Dopo tutte queste partite? Non significa niente? Bill scosse la testa. E Bill disse, Quelle partite erano per il Liverpool Football Club. Le partite che hai giocato, le cose che hai fatto. Erano tutte per il club, non per me…Ian St.John trattenne le lacrime. Ian St.John non riusciva a respirare. Ian St.John deglutì…Lo so che erano per il Liverpool Football Club. Ma erano anche per lei. Perché lei credeva in me. Per questo sono venuto qui. Per lei. Per la sua fiducia in me. (…) Sì, ho fatto tutto questo per il Liverpool Football Club. Ma ogni singola cosa che ho fatto era anche per lei. Per ringraziarla. Della sua fiducia in me. E della sua fede in me. Tutto questo l’ho fatto per lei. Tutto per lei, Boss.Bill aprì la bocca. Bill chiuse la bocca.(…) E poi Bill si alzò. E Bill disse, è quasi ora dell’allenamento, figliolo. faremo tardi. Forza, figliolo. Andiamo… Ian St.John non si mosse. Sabato è sempre stato il più bel giorno della mia vita, sussurrò Ian St.John. Ma sabato scorso è stato il giorno più brutto della mia vita. E questi sono stati i giorni più belli della mia vita. Qui al Liverpool, qui con lei. Ma quei giorni sono finiti, non è così? Ormai sono finiti. Bill alzò di nuovo lo sguardo sull’orologio alla parete. Bill abbassò di nuovo lo sguardo sul suo orologio da polso. Bill scosse la testa. E Bill disse, No, figliolo. No. Non ancora. Ma il momento arriva per tutti noi, figliolo. E perciò devi essere preparato. Devi essere pronto, figliolo. Perché devi decidere come lo affronterai. Con grazia e con dignità? O con rabbia e amarezza? Ma questo soltanto tu puoi deciderlo. Soltanto tu lo sai, figliolo.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.