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Il calcio secondo Pasolini, Valerio Curcio (2018)

Edito da: Aliberti

PREMESSA
Pier Paolo Pasolini non dovrebbe mai necessitare di una presentazione, non conoscerlo equivale a non conoscere il più grande intellettuale italiano del Novecento. Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, ma soprattutto uomo dalla mente illuminata e di sensibilità non comune. Nei suoi scritti e nelle sue opere la vita viene descritta minuziosamente, interpretata secondo chiavi di lettura mai scontate e spesso scandalizzanti.
Come potrebbe essere altrimenti? Pasolini è “scandaloso” fin dal modo in cui conduce la sua vita privata, nella quale alterna conferenze e dibattiti con i più grandi intellettuali del mondo a partitelle di calcio improvvisate con la manovalanza dei suoi set cinematografici (sarà al centro anche di processi giuridici incentrati su suoi comportamenti considerati amorali, come le sue frequentazioni omosessuali). Il calcio è la passione che vive fin da quando è bambino e gioca anche a lungo, divenendo capitano della squadra della facoltà di lettere di Bologna. Questa passione è chiaramente malvista dagli intellettuali suoi contemporanei, abituati a ritenere il calcio un passatempo volgare, un “oppio dei popoli”. La grandezza di Pasolini sta invece nel non essersi mai auto-escluso dalla popolazione nella sua interezza, nel non essersi mai posto al di sopra delle masse, che anzi ritenne depositarie di una bellezza non comune alle classi sociali più elevate.

PRO
Ritengo questo libro, come si sarà capito dal fervore col quale ho tratteggiato la figura di Pasolini, quanto mai necessario.
In poche pagine (140) Valerio Curcio riesce a raccogliere una gran quantità di documenti relativi alla passione per il calcio di Pasolini.
Ciò che ho particolarmente apprezzato nel libro è la rilevanza che assumono in questo gli aneddoti legati all’attività calcistica dell’intellettuale. I suoi scritti afferenti la sfera calcistica, infatti, a ben vedere non sono molti. Il libro però colma questa pochezza con il racconto di partitelle, dialoghi, e altra aneddotica meritevole di essere conservata.
In un’epoca nella quale da un lato la letteratura calcistica fatica ad essere presa in considerazione dall’élite culturale europea e dall’altro si va sempre di più verso una narrazione giornalistica incentrata sui dati, leggere quanta considerazione Pasolini avesse del calcio è una medicina portentosa per chi vede nel calcio qualcosa in più di un semplice sport.

CONTRO
In alcuni sporadici passaggi l’autore non rende forse appieno la profondità delle considerazioni di Pasolini. Chiaramente è una mia opinione.

UN ESTRATTO

Pasolini fu un frequentatore piuttosto assiduo dell’Olimpico. Gli piaceva vedere il calcio, osservare le persone che tifano, gioiscono e si disperano. «Non c’è nulla che assomiglia a uno stadio pieno di gente: anche i grandi pubblici del cinema, frazionati in mille sale e salette, non sono nulla in confronto a quella massa viva, ruggente, e infine, struggente, di spettatori», scrisse nel 1969. Non andava in tribuna stampa, ma preferiva farsi portare da Citti in mezzo ai tifosi della Roma. Il suo interesse antropologico verso le masse popolari che popolavano gli stadi era affiancato da quello linguistico. Spesso si portava dietro l’immancabile blocchetto degli appunti, dove annotava espressioni o imprecazioni sentite sugli spalti. Quella di rivolgersi più verso le tribune che verso il campo di gioco è un’abitudine che ritorna: lo fece anche assistendo a una partita di calcio ad Asmara nel 1973, quando si recò in Eritrea per girare Il fiore delle mille e una notte. Nonostante fosse una partita del massimo campionato nazionale, il livello lasciava ampiamente a desiderare: «Ma lo spettacolo – per chi, come me, fosse innamorato di tutti gli eritrei – era il pubblico: un pubblico gentile, ordinato, non privo di umorismo, con qualche scoppio però di violenza letteralmente selvaggia. (…) ».

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio Santori nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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La partita, Piero Trellini (2019)

Edito da: Mondadori. 614 pagine.

PREMESSA
“La partita più bella della storia del calcio, come nessuno l’ha mai raccontata”, e mai definizione calza più a pennello di questa. 5 luglio 1982, l’autore, all’epoca dodicenne, viene rapito dalla magia di una match emozionante e spettacolare e a distanza di quasi quarant’anni sforna un capolavoro sviscerando, come un orafo minuzioso, ogni singolo dettaglio di quella partita meravigliosa che funse anche da spartiacque in quell’indimenticabile Mundial.

PRO
Un’opera d’arte, completa sotto tutti i punti di vista. Ci sono grandi personaggi, siano essi giornalisti (Brera, Arpino, Soldati) , politici (Pertini, Spadolini, il grande Artemio Franchi), e naturalmente gli eroi del Sarrià, i calciatori, presentati singolarmente e in maniera completa uno ad uno. Ma anche personaggi oscuri che entrano nella storia per l’intuizione di un fotografo, e arbitri con una storia personale incredibile alle spalle. Si parla della politica del tempo, viene toccato il tema degli intrallazzi della Fifa e degli sponsor che si fanno sempre più predominanti a discapito del romanticismo del calcio, che forse inizia a tramontare in quei giorni. Viene raccontata anche la faida nella famiglia Dassler, con lo scisma Adidas che porta alla fondazione della Puma. Abbiamo retroscena, digressioni, divagazioni, suspense (sì, suspense, anche se sai benissimo come va a finire la partita leggi le pagine col fiato sospeso)…tutto raccontato in una prosa accattivante, semplice eppure mai banale, con un tono epico che regala la giusta aura e dignità letteraria a un evento che ha segnato la storia non solo sportiva dell’Italia degli anni 80, che stava faticosamente uscendo da un decennio buoi e terribile, a riprova (l’ennesima) dell’importanza sociale del calcio e dello sport in generale.

CONTRO
Impossibile trovarne, non amare questo libro significherebbe non amare il calcio e tutte le emozioni che scatena in noi. Un’opera imperdibile.

UN ESTRATTO
(siamo nelle fasi finali del match, il punteggio è fermo sul 2-2, che per l’Italia vuol dire eliminazione)

Il tempo non esiste di per sé. Sono le azioni stesse che creano il senso di ciò che scorre nei suoi minuti. Il cronometro di Klein trangugia impietoso le speranze azzurre. E al gioco italiano non resta che presentare sul campo una folla di idee simultanee e rapidissime. Il pari non basta a nessuna delle due squadre. Gli italiani devono vincere. I brasiliani vogliono vincere. Ma ogni singola fine può diventare un nuovo inizio. (…) Conti osserva la palla. Una sfera che sei mani hanno condotto sull’angolo del campo prima che il suo piede le vada contro. Lancia uno sguardo alla folla che si agita davanti a Peres. e colpisce. La palla arriva alta sul bordo dell’area. Si alzano insieme , schiena contro schiena, Socrates e Paulo Isidoro che la colpisce di testa. Il pallone vola in cielo in un campanile lento e inesorabile e poi precipita in mezzo a sette brasiliani e un paio di Azzurri. Uno di questi è Tardelli, che si gira su sé stesso per dar forza al suo sinistro. Gli vanno incontro come ali furiose Luizinho e Oscar. Inutilmente. Il pallone di Tardelli li attraversa dilaniando l’intera area brasiliana. Peres lo guarda. Di fronte a lui poggiano come sentinelle Graziani a sinistra e Rossi a destra. Entrambi di spalle. Rossi tiene i piedi sull’area piccola. Graziani è un metro più avanti. E’ il particolare che cambia gli eventi. La palla di Tardelli è destinata a sfilare fra i due italiani per arrivare in porta, dritta tra le braccia di Peres che sta seguendo la sua scia. Ma Graziani , in una imitazione del gesto tardelliano, inizia a rotearsi per colpirla al volo di sinistro. Lo stesso pensa Rossi, che poggia il piede sinistro a terra per far partire il destro. L’immagine, dagli occhi di Peres , è questa: due Azzurri perfettamente simmetrici stanno per colpire il pallone.Uno con il destro, l’altro con il sinistro. Se la tocca Graziani, la palla va alla sua destra, se la tocca Rossi va a sinistra. La scelta è intrappolata nel metro che separa i due azzurri. Peres punta su Graziani: colpirà per primo la palla perché è il primo che può intercettarla. E così sembra per un istante. Mentre vede i due piedi che stanno per colpire la sfera, il portiere fa un mezzo passo verso la sua destra. Non può sapere. Non ha il tempo per capire. Graziani sbaglia il tempo, per un soffio. E il pallone lo tocca ancora lui. Rossi. La palla sfila nel suo filo di corrente. E Waldir Peres la sente sul viso. (…)Waldir Peres, di professione portiere, in questo momento corrode fino a spegnerla la possibilità ultima di avere uno spazio e un tempo per sé nella gloria dei giorni che verranno. Potrà rinascere, certo. Ma non lì. La vita per lui sarà altrove. Come per Barbosa. Perché è rete.I tifosi italiani del Sarrià esplodono. Klein fischia e corre impassibile verso il centro del campo. Nella sua testa pensa : “Ma è incredibile!”. Talmente incredibile che il telecronista della RAI Nando Martellini, offuscato dal caldo torrido e dalla tensione , annuncia emozionato : “Ed è pareggio!”. Invece è tre a due. Manca un quarto d’ora alla fine.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Un giorno triste così felice, Lorenzo Iervolino (2014)

Edito da: 66thand2nd. p. 343.

PREMESSA
Lorenzo Iervolino ci regala un viaggio in un mondo “antico”, profondamente diverso da quello che siamo abituati a conoscere, portandoci alla scoperta di uno dei grandi della storia del calcio, ossia Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, a tutti noto come Sócrates o come O Doutor. Tuttavia, Socrates non è stato solo uno dei calciatori più forti di sempre del Brasile e della storia del gioco (nonostante la sua sfortunata esperienza italiana): è stato un medico, prima di essere un cittadino. Un cittadino fiero ed orgoglioso delle sue origini, prima che un calciatore. Un uomo schierato, pronto a difendere le sue idee, prima di essere un semplice calciatore (tanto che Pelè è arrivato a definirlo «il giocatore più intelligente della storia del calcio brasiliano»). Peraltro se pensiamo a Socrates non possiamo che pensare a quel (per certi versi meraviglioso) esperimento che è stato la Democratia Corinthiana, in cui i calciatori del Corinthians avevano la libertà di autogestirsi (e se questo può sembrare assurdo oggi, pensate come poteva essere vista una cosa simile nel Brasile degli anni ’80).

PRO
Il merito di Iervolino è di saper raccontare la carriera e la vita del Doutor legando indissolubilmente il Socrates attivista con il Socrates giocatore. Inoltre, ci viene spiegato il perché si giunse all’esperimento della “Democratia”. Per questo, a mio modesto avviso, Socrates può essere ragionevolmente definito come l’antesignano degli atleti che in tempi successivi prenderanno posizione sulla tematica dei diritti civili. Non a caso, come lui stesso ha avuto modo di dire: «la democrazia corinthiana è stata l’unica cosa importante della mia carriera, tutto il resto sono stati calci ad un pallone».

CONTRO
Nessuno. Considerato il taglio dato dall’autore – che mescola la storia del Brasile (dalla dittatura alla democrazia) con quella di Socrates – in questo caso non c’è nessun contro, perché il quadro complessivo è totalmente coinvolgente.Estratto: mi piacerebbe riportare qui un estratto riguardante non il Socrates calciatore bensì il Socrates cittadino, impegnato per ottenere elezioni dirette, così da porre fine al regime militare che governava il Brasile da circa due decenni. Socrates arrivò addirittura a promettere che, in caso di sconfitta, si sarebbe ritirato. Le elezioni del 25 aprile 1984 non ebbero l’esito sperato (sebbene il regime militare sarebbe caduto l’anno successivo). Socrates, quindi, si ritrovò ad agire di conseguenza.

UN ESTRATTO

Come è dura dirlo: abbiamo perso. Abbiamo perso tutti, anche quelli convinti del contrario. Sento la sconfitta in ogni punto del mio corpo, fa male. Ora devo onorarla, la sconfitta. Mia moglie, i miei figli, i miei amici, ho trascinato tutti in questa lotta. Niente più Corinthians, niente più gloria, bisogna tener fede alle proprie parole, e portare questo mio corpo sconfitto fuori dal paese. Perché è il mio corpo, solo lui, l’unico verbo politico che mi rimane. Ed è la coerenza l’unica arma che ho per resistere al naufragio. Posso dire di averlo imparato da Ernesto Guevara: sempre il primo ad aprire gli occhi sul campo di battaglia. L’ultimo a lasciare il ministero quando gli toccò vestire i panni del burocrate. Non mi sono mai sentito un guerrigliero, solo un cittadino brasiliano che lotta insieme a tutti gli altri. “Sentire ogni sofferenza come la propria”. Posso dire di averlo imparato da Ernesto Guevara: la coerenza e il suo corpo, portati al fronte boliviano per non tradire sé stesso. E non tradire il suo popolo, quello di una nazione senza confini. Oggi posso dire di sentirmi l’ultimo a lasciare il campo. Ma da domani tutto questo rimarrà alle mie spalle.

Signore e signori, O Doutor Socrates, colui che ha colpito la palla di tacco sempre e solo per fare innamorare i suoi tifosi.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Goals, Gianluca Vialli (2018)

Edito da: Mondadori

PREMESSA
Non inganni il titolo: questo libro non è il racconto delle più importanti reti segnate da Vialli nella sua lunga e fortunata carriera. Sono in realtà dei brevi racconti esemplari, storie di personaggi del calcio e dello sport in generale, che nei desideri dell’autore, vogliono fornire al lettore il coraggio per affrontare le sfide più difficili.

PRO
Libro che nasce in seguito a una esigenza scaturita in Vialli dopo la diagnosi della malattia che lo ha colpito: nei momenti difficili servono esempi ai quali aggrapparsi per non mollare. L’ex attaccante della Nazionale sceglie con cura 99 personaggi +1 le cui storie, sempre appassionanti, mai banali, mostrano quanto siano fondamentali nella vita la perseveranza, i sogni, il duro lavoro, il credere in sé stessi senza mai mollare. Ogni racconto è preceduto da una massima motivazionale, sia essa un antico proverbio cinese o una frase di Aristotele, Steve Jobs o Eleanor Roosevelt fra gli altri. Perché il “+1”? La centesima storia è proprio quella personale di Vialli, che svela gli angosciosi momenti in cui si trova a fare i conti con il dramma del male, la diagnosi, la paura, il sollievo delle prime cure, la vicinanza degli affetti più cari, la luce in fondo al tunnel. I proventi del libro sono inoltre destinati alla Fondazione Vialli e Mauro per la ricerca e lo sport.

CONTRO
La prima fatica letteraria di Vialli era stata “The Italian Job” (ne riparleremo), splendido libro in cui Luca parte delle esperienze come player manager in Inghilterra per vivisezionare il lavoro dell’allenatore grazie anche al contributo di colleghi, sia giornalisti che allenaotir e giocatori. “Goals” è di tutt’altro genere: classico libro da leggere come passatempo, durante un volo intercontintale o anche per svagarsi piacevolmente dopo una dura giornata di lavoro o in pausa studio. Se per voi questo non è un difetto…vi do perfettamente ragione, ma il libro è davvero piacevole e veloce da leggere.

UN ESTRATTO
(fra le varie storie esemplari, presento quella di Jock Stein, figura poco conosciuta in Italia, ma che gode di immenso prestigio nel regno Unito, allenatore della prima squadra britannica a vincere la Coppa dei Campioni con il Celtic)

Anche gli allenatori hanno una classifica, e tra i primi dieci di ogni epoca ce n’è uno forse meno conosciuto di altri: John “Jock” Stein. Uno che come si dice, legò la sua vita la calcio fino all’ultimo respiro. Letteralmente. Scozzese, di tempra dura, ma dal cuore tenero, aveva iniziato a giocare giovane e aveva avuto una più che discreta carriera. Poiché era cattolico, la sua destinazione più naturale non poteva che essere il Celtic, la squadra dei cattolici di Glasgow, quella con le meravigliose strisce orizzontali bianche e verdi. Siamo nel 1951. E il matrimonio è uno di quelli destinati a durare per sempre: quasi trent’anni. Prima come giocatore, poi come allaneatore delle giovanili e infine come tecnico della prima squadra. Fu lui a tirare su ragazzi come Billy Mc Neal, futuro storico capitano della squadra. Jock Stein amava il calcio d’attacco, e il suo Celtic attaccava e attaccava per tutta la partita, a ondate continue. (…) Quel Celtic vinse un titolo dopo l’altro, campionati e coppe di Scozia. E non solo: quando si affacciò in europa, nella Coppa dei Campioni del 1967, arrivò fino a Lisbona per giocarsi la finale contro la Grande Inter di Helenio Herrera. I milanesi erano favoriti, e infatti andarono in vantaggio dopo soli sette minuti con un rigore di Mazzola.a da quel momento in poi il Celtic fu arrembante. Un vero e proprio assedio scozzese, con trentanove tiri verso la porta di Giuliano Sarti, che compì parate incredibili. Ma alla fine Tommy Gemmell e Steven Chalmers riuscirono a superarlo, e il Celtic fu la prima squadra britannica , e in generale non latina, a vincere la Coppa dei Campioni. E Jock Stein il primo allenatore a conquistare il treble, quello che oggi tutti chiamano triplete (…) A differenza di altri tecnici vincenti, però, Jock Stein non aveva a disposizione una squadra di fuoriclasse strapagati provenienti da tutto il mondo. Era formata da giocatori nati a non più di trenta miglia da Glasgow, e cresciuti nelle giovanili della squadra.Vero e proprio eroe nazionale, Jock, dopo aver vinto molto e sfiorato una seconda Coppa dei Campioni nel 1970 a San Siro contro il Feyenoord, nel 1978 passò alla guida dell a nazionale scozzese., che portò al mondiale del 1982. Uscì in un girone di ferro, contro Urss, Brasile qualche sospetta decisione arbitrale. Il 10 settembre 1985, però, era ancora sulla panchina della Scozia, a Cardiff, in un match contro il Galles decisivo per qualificarsi al Mondiale di Messico 86. La partita fu tesa, si mise subito male, ma la Scozia non mollava. A nove minuti dalla fine pareggiò su rigore. Un buon risultato, e finalmente Jock poté calmarsi. Chiuse gli occhi, e si accasciò tra le braccia del suo assistente, Alex Ferguson, il futuro Sir. Le sue ultime parole, furono “I’m feeling much better now, doc”, “mi sento molto meglio ora”. Morì sul campo, a soli sessantadue anni, nel posto che conosceva meglio di chiunque altro.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Nereo Rocco, Gigi Garanzini (1999)

Edito da: Baldini & Castoldi

PREMESSA
Lungo viaggio nella memoria per ricordare e omaggiare uno dei personaggi più amati e affascinanti del calcio italiano. L’elegante prosa di Gigi Garanzini ci racconta il Paron attraverso i ricordi di amici, giocatori e compagni, in una sorta di Giro d’Italia che tocca le città più importanti per Rocco.

PRO
Per l’epoca, un modo originale di raccontare vita e opere di un allenatore. Garanzini, amico personale del Paron, conosciuto quando la parabola personale di Rocco stava volgendo al termine, perpetua la memoria del primo allenatore italiano a vincere la Coppa Campioni facendolo raccontare da quelli che lo hanno conosciuto. Ne esce un libro bellissimo, che trasuda un affetto e una memoria vivissimi ancora oggi; uno spaccato di un calcio ormai tramontato, ma dove valori e sentimenti contavano ancora molto. Tra racconti di partite, allenamenti, cene, mitiche gag, il Paron sembra ancora assieme a noi in carne e ossa, col bicchiere di vino perennemente riempito e le sue massime tranchant in dialetto triestino. Il tono si fa malinconico solo nella struggente lettera a Rocco con cui Garanzini conclude il racconto.

CONTRO
La struttura del libro, la cui prima edizione si basava sulle interviste ai testimoni viventi dell’epoca rocchiana, fa sì che manchino nel racconto capitoli dedicati a persone fondamentali nella vicenda di vita del Paron, e cioè Gipo Viani , suo mentore nel primo periodo milanista, e Gianni Brera, amico di una vita. Ed è una lacuna che si fa sentire, anche se la godibilità dell’opera non viene meno.

UN ESTRATTO

In materia di Paron , parlare con Giovan Battista Monti, medico sociale del Milan dal 1965 al maggio 1998, è come consultare la Treccani. Oppure, a piacere, trovarsi davanti a uno sterminato juke-box: tu inserisci un gettone dicendo una parola e lui va avanti con giorno, mese e anno di quell’episodio, di quella gag, con tutte le virgolette al loro posto.(…)”La sai quella del rebus? No? Beh, è dei tempi del Padova. Un giorno si inventa che bisogna stimolare la fantasia, che è ora di finirla coi gavettoni perché i giochi di società aprono la mente. Fa tutto questo preambolo con i giocatori che lo guardano stupiti, poi annuncia rebus animato, città di sette lettere, e dice ad Azzini di mettersi faccia al muro con la schiena piegata e le mani appoggiate. Una volta in posizione, ordina ai primi tre – quattro che ha a tiro di saltargli sopra, e agli altri chiede la soluzione del rebus. Quando Azzini crolla, travolto dal peso degli altri manzi, domanda: nisun che indovina? Sul-mona. No iera dificil.” (…)Pianelli. “Mitica. Cena di gala a villa Pianelli per festeggiare l’arrivo di rocco a Torino. Posate d’argento, camerieri in livrea, ostriche e champagne. Il Paron alla destra del presidente e di fronte alla signora. Ginko, sarà stà l’ostrica, fu lui a raccontarmela una sera in ritiro, a un certo momento go dolor de panza. Domando ‘l bagno. I me compagna de sopra, in quel padronal, un lusso che no te digo, tre speci, rubineti d’oro. me sento dove che te imagini, guardo davanti, e ghe xè un quadro, un de quei del col lungo… Un Modigliani, dissi io, creden do di aiutarlo. Mi guardò con sospetto: ciò, te ga cagà anche ti da Pianelli?

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Radiogol, Riccardo Cucchi (2018)

Edito da: Il saggiatore

PREMESSA
Riccardo Cucchi, storico radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto, racconta la sua carriera nel giornalismo sportivo radiofonico. Prima ancora delle riprese televisive, ad entrare nelle case degli italiani ogni giorno erano le voci di radiocronisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri e appunto Cucchi.

PRO
Carico della giusta quantità di nostalgia, il libro è una perla per chi insieme alle voci dei grandi radiocronisti è cresciuto, immaginando le azioni dei propri beniamini con l’orecchio attaccato alla radiolina. Per persone come me, invece, cresciute insieme a un calcio oltremodo televisivo, le parole di Cucchi suonano come un vecchio racconto della buonanotte: pieno di eroi e incredibili gesta, sentimenti forti, comprimari incredibili e grandi maestri.
Mi sento di consigliare questo libro soprattutto ai bambini, proprio oggi che nella narrazione tele-giornalistica del calcio si va sempre più verso una “pornografia del dato”, una sterile esaltazione della statistica, una morbosa attenzione verso particolari tecnici in realtà insignificanti. Cucchi ci insegna invece che la radiocronaca è il racconto di una storia, non una semplice descrizione dei fatti. Non servono riprese in alta definizione per raccontare una storia, serve solo un grande narratore. Senza l’ausilio delle immagini una radiocronaca è in grado di far sognare il radioascoltatore e portarlo in una dimensione onirica sempre più sconosciuta per i bambini di oggi, che invece avrebbero ancora tanto bisogno di fantasticare intorno ai propri eroi calcistici.

CONTRO
Per me non ce ne sono.

UN ESTRATTO
(Riferendosi in generale ai calciatori, Cucchi descrive il momento in cui smettono di giocare. Ci vedo personalmente un parallelismo con la situazione dell’autore al momento della stesura del libro, dopo il termine della sua carriera come radiocronista.)

Ne ho visti tanti. In alcuni gli occhi mostrano malinconia. un velo di tristezza quando smettono di giocare. Si capisce dopo, molto dopo, quello che si è vissuto. Quando insegui la palla su un campo sei giovane. Non hai tempo per riflettere. Vuoi giocare, crescere in fretta, approdare in una grande squadra; hai energia e velocità nelle gambe. Vai agli allenamenti, sudi, ti metti in mostra perché domenica l’allenatore ti consegni la maglia da titolare, negli spogliatoi. Hai fretta di fare bene, di conquistare l’applauso del pubblico e diventare un beniamino dei tifosi, un calciatore amato. Un calciatore che vive la vita minuto dopo minuto, che la beve come una bibita dolce. E poi, a casa, non pensi a quello che è successo: sogni quello che verrà. Il futuro è lì. Sembra lungo, sembra in grado di donarti tempo, tanto tempo. Hai talmente tanto tempo a disposizione.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio Santori nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il minuto di silenzio, Gigi Garanzini (2017)

Edito da: Mondadori, 281 pagine

PREMESSA
Come detto più volte, il calcio è emozione, emozione che risiede a volte in partite che il tempo ammanta di epica, a volte nelle gesta dei campioni o dei semplici personaggi che hanno popolato il mondo del pallone. Prendendo spunto dall’antologia di Edgar Lee Masters, Garanzini mette la sua penna fine e forbita per ricreare la “Spoon River del pallone”.

PRO
Calmo, misurato ed elegante: lo stile di Garanzini è riconoscibile e godibilissimo in ogni sua opera. Qui l’autore fa , come dice lui nella introduzione, una “semplice passeggiata nella memoria”, peccando di modestia. Ogni racconto , ogni storia degli eroi del calcio, sono pennellate da maestro che compongono un affresco meraviglioso. Un paio di pagine vengono dedicate a ognuno, e l’epica sgorga da ogni riga, da ogni vocabolo. In tutti i ritratti non manca nulla: vittorie, il genio , la classe, la ricchezza , la gioia, ma anche umane fragilità, la disperazione post ritiro, drammi familiari, tragedie e depressione; l’autore scandaglia tutto il mondo calcistico, dai campioni siano essi italiani, europei o sudamericani, ma anche giornalisti, allenatori, dirigenti. Un’opera d’arte davvero completa e poetica, che farà innamorare di sé anche chi non è appassionato di calcio.

CONTRO
Imbarazzante il fatto che non abbia razziato qualsiasi tipo di premio letterario. Un libro STUPENDO.

UN ESTRATTO
(scelgo il ritratto di un artista del calcio poco conosciuto da noi, ma stimatissimo nei paesi latinoamericani: Adolfo Pedernera)

Con quel nome fascinoso e altisonante, che riempie la bocca come un tempo riempiva gli occhidella folla di Buenos Aires e poi di Bogotà, Adolfo Pedernera è stato il simbolo del grande River Plate anni ’40. La celeberrima Maquina del River, così chiamata per la perfezione dei suoi meccanismi di gioco e per una velocità di crociera insostenibile per gli avversari. (…)Adolfo Pedernera,per l’appunto, era soprannominato El Maquinista. Perché era lui a guidare quell’attacco formidabile, da destra a sinistra Munoz- Moreno – Pedernera – Labruna – Loustau. Perché a segnare caterve di gol, era il centravanti che smistava il traffico nei paraggi dell’area di rigore, ma anche quello che arretrava a organizzare le offensive, con quel suo lancio millimetrico che puntualmente planava sul piede del compagno più smarcato. Perché era l’accensione e l’acceleratore, il carburatore e il cambio. Un fuoriclasse che disponeva in egual misura di talento e di personalità. (…)Due testimonianze d’autore, impresse a fuoco nella memoria del calcio sudamericano. Nell’estate del ’50, alla vigilia del Maracanazo chiesero a Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay, se non avesse paura dell’attacco del Brasile. “Paura? Ho giocato contro Pedernera!” Cinquant’anni dopo domandarono a Di Stefano, giusto per cambiare, se era stato più grande lui, o Pelé, o Maradona. E Don Alfredo, che all’ombra di Pedernera era cresciuto nel River e lo aveva poi preceduto nei Millonarios di Bogotà dove fecero coppia per anni, sorridendo scandì: “Come si vede che non avete mai visto giocare Pedernera”.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Cartellino rosso, Ken Bensinger (2018)

Edito da: Newton Compton, 414 pagine.

PREMESSA
Succede tutto per caso: un’indagine sulle dichiarazioni dei redditi di alcuni dirigenti sportivi in orbita Fifa scoperchia un pentolone di corruzione di proporzioni ciclopiche. Ken Bensinger, giornalista investigativo vincitore di numerosi premi e finalista al Pulitzer, racconta tutti gli scandali che hanno portato alla caduta di Blatter e alla defenestrazione di tantissimi dirigenti arricchitisi truffaldinamente col calcio.

PRO
Scandali, spie, intrighi, corruzione, personaggi dalla morale dubbia. Manca solo qualche assassinio, e saremmo in un romanzo di Le Carrè. Bensinger ha svolto un lavoro certosino, non trascurando nemmeno il più piccolo e apparentemente insignificante particolare, condendo il suo resoconto con una prosa scorrevole e avvincente (la sua carriera, d’altronde, parla per lui). La mole di dati, cifre e nomi è impressionante, eppure la vicenda ti cattura e non ti molla più.

CONTRO
A differenza di quanto avviene nelle opere di Andrew Jennings, fustigatore del malcostume calcistico, qui l’autore tenta di mantenere una certa neutralità, purtroppo non riuscendovi. La netta condanna, che si può facilmente arguire, agli indifendibili protagonisti negativi del libro,come Havelange, Blatter, Warner, Blazer, Grondona, Teixeira, Marin, Gulati seppur comprensibile e condivisibile dovrebbe essere lasciata al giudizio del lettore.

UN ESTRATTO
(Il tentativo di Bin Hammam di comprare i voti delle federazioni caraibiche tramite delle tangenti, benedetto dall’ambiziosissimo Jack Warner, mostra quanto l’arroganza e il delirio di onnipotenza di quest’ultimo siano ormai ingovernabili persino dai suoi antichi sodali)

Dopo una colazione a buffet all’ Hyatt, la mattina dell’11 maggio, i delegati della CFU a Port of Spain si riunirono in quella che doveva essere una sessione di brainstorming sul futuro del calcio nei Caraibi.Invece i delegati ascoltarono una velenosa tirata di Warner, furioso perché Blatter aveva scoperto dei regali.”Quando Bin Hammam ha chiesto di venire ai Caraibi, voleva portare delle targhe d’argento, dei trofei di legno, delle bandierine e così via” – cominciò Warner nel suo forte patois.”Io gli ho detto che non c’era bisogno di alcunché: lui ha detto che allora voleva portare qualcosa per i Paesi che avesse lo stesso valore di quel dono. Io gli dissi : Se porta contanti, voglio che non li dia a nessuno. può consegnarli alla CFU , e la CFU li distribuirà ai suoi membri – continuò Warner – Non voglio che sembri, nemmeno lontanamente, che qualcuno la possa votare , per via di questi regali.“I delegati, in camicia e giacca sportiva, sedevano in un silenzio basito ascoltando il discorso. Warner disse che sarebbe stato felice di riprendere i soldi da chiunque non li volesse: che Blatter stesso aveva saputo dei regali: che pensava che Bin Hammam potesse proteggere gli interessi dei Caraibi a Zurigo: e che era di cruciale importanza che la CFU mantenesse il controllo della Concacaf votando come un blocco unito.So che ci sono persone qui che si ritengono moralmente superiori li fulminò Warner Se siete pii, andate in chiesa, amici miei, ma il fatto è che gli affari nostri sono affari nostri. Entriamo in questa stanza, imprechiamo e disapproviamo, urliamo e strepitiamo, ma quando ce ne andiamo i nostri affari sono affari nostri, e questa è la solidarietà.Fu solo alle due del pomeriggio che Warner chiamò il suo sempre più agitato segretario generale.La sua spiegazione rese Blazer più incredulo. I soldi veniva no da Bin Hammam che in origine voleva consegnarli a tutti i delegati.Invece Warner aveva detto al qatariota che era meglio distribuirli come una sorta di regalo da parte della CFU. in questa maniera, pensava Warner, avrebbe avuto lui tutto il merito e non sarebbe sembrato che Bin Hammam volesse comprare direttamente i voti.Blazer era furibondo.“In ventuno anni non abbiamo MAI comprato un voto” disse. “Abbiamo affrontato elezioni eabbiamo mantenuto incarichi per tutto questo tempo e non abbiamo mai comprato un voto. Ora hai permesso che questo succedesse e cambieranno tutte le dinamiche della confederazione.”Questo comportamento sconsiderato li metteva entrambi in pericolo. Ma Warner era sprezzante. Se qualcuno aveva un problema, disse, potevano contattarlo direttamente.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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101 momenti magici del calcio, Bertolacci, Fonsato, Tacchini (2019)

Edito da: Nuinui, 320 pagne.

PREMESSA
Un modo straordinario di raccontare la Storia del calcio, dai giorni in cui Ebenezer Cobb Morley alla Freemason’s Tavern decise di dare al gioco delle regole precise, ai recenti trionfi inglesi nelle coppe europee del 2019, non già con una mera esposizione cronologica degli eventi ma concentrandosi su 101 momenti che gli autori non esitano a definire storici per i più svariati motivi.

PRO
Se è vero, come è vero , che il calcio gode di un successo universale, ciò è dovuto principalmente a due motivi: la sua semplicità e le dirompenti emozioni che suscita. Due fattori che sono ben presenti in questa monumentale opera, permeandone ogni pagina. Gli autori spaziano per quasi un secolo e mezzo selezionando con estrema cura i 101 momenti che hanno fatto la Storia : gli episodi , presentati in ordine cronologico, sono le stazioni di un viaggio quasi onirico. Ci sembra quasi di sentire il suono del valzer quando si parla del Wunderteam di Meisl e Sindelar, mentre è il ritmo della samba a risuonare nelle nostre orecchie quando si parla del divino Brasile di Messico 70. Nessun grande campione è escluso da questo percorso, ma sono presenti anche personaggi pittoreschi eppure tremendamente emozionanti, da Sam Bartram, portiere “dimenticato” nella nebbia di un lontano Chelsea – Charlton ai fratelli Starostin che fecero conoscere il calcio a Stalin. E poi la celebre “partita della morte” che ispirò John Huston e il suo “Fuga per la vittoria”, quella giocata sotto le bombe, il portiere che parava tutto e ipnotizzava gli avversari, l’autogol che costa una vita, le tragedie delle squadre spezzate, i grandi allenatori, i grandi manager…pagine che definire coinvolgenti è riduttivo. Il libro inoltre è corredato da magnifiche foto per lo più provenienti dall’archivio Getty. Particolarmente accattivante inoltre l’iniziativa di aggiungere un QR Code a ogni capitolo, grazie al quale, con l’ausilio di una app per smartphone o tablet, si realizza il sogno di ogni autore: far sì che i personaggi su carta prendano davvero vita, anche se solo in video.

CONTRO
Scherziamo, vero?

UN ESTRATTO
(Impresa improba scegliere fra tutto lo scibile della storia calcistica: punto su Brian Clough e il suo Nottingham dei miracoli, unica squadra finora ad avere più coppe Campioni che scudetti nel suo palmares)

Il calcio, lo sport più bello del mondo, è in grado di trasformare i sogni in realtà. Proprio come fece Brian Clough, con il suo Nottingham Forest, un team di provincia della seconda divisione, portato in pochissimo tempo – e per giunta due volte consecutivamente – a esultare sul tetto d’Europa.I believe in miraclesè l’ultimo film documentario (in ordine cronologico) dedicato a Clough, il più grande allenatore del calcio inglese e , ragionevolmente, come sostengono i “più”, del mondo.Perché lui sì, per davvero, quasi sempre assieme al suo fido assistente Peter Taylor, riusciva a tramutare l’impossibile in impresa sensazionale. Portare formazioni provinciali e dalla bacheca semivuota alla gloria: nazionale per il Derby County nel 1972 e addirittura d’Europa, qualche anno dopo, seduto su un’altra panchina delle East Midlands, quella dei rivali del Nottingham Forest. (…) Con grande umiltà, il 6 gennaio del 1975, a stagione in corso, accetta – come a Derby – di ripartire dal basoo. Dal Nottingham Forest, squadra condannata a un lungo anonimato di classifica in seconda divisione. Dopo un anno e mezzo di assestamento, portò i “Garibaldi Reds” , al termine della stagione 1976/77, alla conquista dell’allora First Division. Al termine della stagione successiva, alla conquista del titolo di campione d’Inghilterra e , quella dopo ancora, sul tetto d’Europa (…) con i suoi soliti metodi rivoluzionari, la sua dialettica dissacrante, il suo gioco corale che cambiò un calcio inglese tutto muscoli e tackle nel fango.(…)Il sogno era diventato realtà, il Forest salì sul tetto d’Europa ma i ragazzi terribili di Clough diedero vita, l’anno successivo, a qualcosa di unico: ripetere l’impresa per la seconda volta consecutiva, partecipando come squadra detentrice del trofeo. (…) Nella finalissima del Santiago Bernabeu di Madrid, la banda di Clough si impose ancora una volta 1-0 grazie alla rete al 20′ del folletto scozzese John Robertson. Da team going nowhere della periferia del calcio inglese, il Nottingham Forest passò ben presto a miracolo europeo. Proprio sotto le note di I believe in miracles, inteso questa volta come brano dance delle Jackson Sisters.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Recensioni

L’ultimo rigore di Faruk, Gigi Riva (2016)

Edito da: Sellerio, prima pubblicazione 2016

PRO
Come un rumore sordo che arriva da lontano e improvvisamente si abbatte sotto ai tuoi piedi, trascinando via tutto e tutti. La morte del maresciallo Tito, nel 1980, ha dato il via a un sisma che ha cambiato la geografia balcanica e non solo. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (nata al termine del secondo conflitto mondiale, seppur questa denominazione fu adottata solo nel 1963), è stata l’architrave sulla quale si poggiavano le 6 repubbliche che la componevano (Bosnia, Slovenia, Serbia, Macedonia, Croazia e Montenegro) sino all’anno di (dis)grazia 1991, quando in pochi giorni il vento dell’indipendenza inizia a spirare senza possibilità di redenzione. Ma ciò che il libro di Gigi Riva, apprezzata penna solo omonima del più grande calciatore della nazionale italiana di calcio, va ad esplorare, oltre alla situazione politica e militare dei giorni terribili del conflitto che infiammò gli anni Novanta, è relativo al 1990. Nel viaggio a ritroso di dodici mesi prima, il protagonista del libro, a sancire ancora una volta il binomio tra football e politica, è il sogno mai realizzato dell’ultima Jugoslavia che partecipò con questo nome a una grande competizione internazionale. E’ quella allenata da Ivica Osim e capitanata dal Faruk che dà il nome all’opera, ma soprattutto il cognome: Hadzibegic, difensore e leader di quella nazionale che avrebbe potuto alzare al cielo italiano quella Coppa del Mondo di cui in questi giorni ricorrono i trent’anni. E invece, come citato da Riva nel libro, alle 7.30 di sera su Firenze cala il sole. Su Argentina-Jugoslavia, finita 3-2 dopo i calci di rigore, quarti di finale, e su quella squadra formidabile: Stojkovic, Prosinecki, Savicevic, il portiere Ivkovic che in pochi mesi para ben due rigori a Sua Maestà Maradona, il 35enne Susic, che, per capirci, aveva giocato pure i Mondiali del 1982 in Spagna. Quel tramonto dietro al “Franchi” è la fine del cammino della squadra nella rassegna iridata, fermata dagli undici metri e da Goycochea, portiere argentino che avrebbe dovuto essere sparring partner e invece, per un infortunio del titolare Pumpido, subentra e sale sugli scudi. Ma qual è il filo conduttore del libro di Riva, ben scritto, con dovizia di particolari e retroscena stuzzicanti? Che il rigore è un po’ come la vita. Tu, da solo, con una sola possibilità, davanti a un avversario. Due porte, oltre a quella fatta di pali e traverse: quella della gloria o quella dell’abisso. Il balzo del numero 12 argentino getta la Jugoslavia giù dalla torre, ed è lampante, pagina dopo pagina, che Riva voglia far emergere una realtà alternativa. E’ la tecnica letteraria del “what if”: cosa sarebbe successo se quel rigore fosse andato dentro? Se la “Jugo” avesse eliminato l’Argentina e fosse andata avanti? Forse i venti di guerra sarebbero stati soffocati dal giubilo federalista? Se posso sbilanciarmi, poco probabile. Ma quando leggerete il capitolo “L’ultimo rigore, parte seconda”, conoscerete la verità alternativa dell’autore. In un viaggio tra Sarajevo, pezzo di cuore di Faruk che lì era nato, e Belgrado, tra la martoriata Vukovar e gli “aiducchi” che danno il nome all’Hajduk Spalato, queste pagine vi scorreranno dentro come un grande corso d’acqua. Ne sentirete il rumore avvincente, nonostante i fatti siano tragici. Scoprirete una grande squadra mai vincente, come talvolta capita in quel grande caos chiamato pallone, e uomini e fatti che hanno scolpito quegli anni turbolenti ciascuno sul proprio sentiero e attraverso la propria personale opera. E anche voi, forse, vedrete quanti orizzonti la vita può regalare se la osservate da undici metri.

CONTRO
Invisibile ai miei occhi qualsiasi cavillo che faccia storcere il naso.

UN ESTRATTO

Nel 1992 la Jugoslavia deve tecnicamente partecipare all’Europeo in Svezia. La squadra si è qualificata vincendo il girone davanti alla Danimarca, ma la risoluzione 757 dell’Onu impedisce alla Repubblica la partecipazione, consentendo ai danesi di prendere il loro posto. Sdoganando inconsapevolmente un’altra storia calcistica da ricordare: la Danimarca vincerà addirittura quell’Europeo. Pochi mesi prima, il 25 marzo 1992, la Jugoslavia gioca la sua ultima partita con la vecchia denominazione. E’ un amichevole contro l’Olanda, ad Amsterdam, perso per 2-0. Al termine, Faruk Hadzibegic, negli spogliatoi, raduna i compagni e pronuncia un discorso a suo modo storico.“Ragazzi, sapete, tutti, quanto io sia attaccato a questa maglia. L’ho difesa contro tutto e tutti, è stato il mio sogno di bambino che si è avverato. Ho tenuto duro sino adesso. Siamo arrivati fin qui, ci aspetterebbe il campionato europeo. Ma io non posso più giocare in queste condizioni. Ora che la mia città, la mia gente, sono bombardate. Ora che la guerra è arrivata nella mia Sarajevo. Io sono il capitano, io mi assumo la responsabilità di sciogliere la squadra. Perché la nazionale di calcio jugoslava non esiste più”. Si è liberato. Non ci ripenserà. Osim lo abbraccia, sa che ha una sola parola. I compagni, attoniti, accettano, rispettano. E’ andato oltre Faruk. Un capitano non scioglie la squadra, è compito della Federazione. Si è preso una libertà che lo eccede, grazie anche alla libertà di cui gode, ai gradi che gli hanno dato per le sessantuno presenze nella rappresentativa, quarto di ogni tempo. Ecco, lo ha fatto. Ora deve completare l’opera coi vertici federali. Chiama Miljan Miljanic. Si ripete. “Miljan, voglio dirle che io, il capitano, sciolgo la squadra. La squadra adesso non ha più senso”. Non gli resta che il club. Sochaux, da esilio, diventa porto”.

Questa recensione è stata pubblicata da Stefano Ravaglia nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.