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Il minuto di silenzio, Gigi Garanzini (2017)

Edito da: Mondadori, 281 pagine

PREMESSA
Come detto più volte, il calcio è emozione, emozione che risiede a volte in partite che il tempo ammanta di epica, a volte nelle gesta dei campioni o dei semplici personaggi che hanno popolato il mondo del pallone. Prendendo spunto dall’antologia di Edgar Lee Masters, Garanzini mette la sua penna fine e forbita per ricreare la “Spoon River del pallone”.

PRO
Calmo, misurato ed elegante: lo stile di Garanzini è riconoscibile e godibilissimo in ogni sua opera. Qui l’autore fa , come dice lui nella introduzione, una “semplice passeggiata nella memoria”, peccando di modestia. Ogni racconto , ogni storia degli eroi del calcio, sono pennellate da maestro che compongono un affresco meraviglioso. Un paio di pagine vengono dedicate a ognuno, e l’epica sgorga da ogni riga, da ogni vocabolo. In tutti i ritratti non manca nulla: vittorie, il genio , la classe, la ricchezza , la gioia, ma anche umane fragilità, la disperazione post ritiro, drammi familiari, tragedie e depressione; l’autore scandaglia tutto il mondo calcistico, dai campioni siano essi italiani, europei o sudamericani, ma anche giornalisti, allenatori, dirigenti. Un’opera d’arte davvero completa e poetica, che farà innamorare di sé anche chi non è appassionato di calcio.

CONTRO
Imbarazzante il fatto che non abbia razziato qualsiasi tipo di premio letterario. Un libro STUPENDO.

UN ESTRATTO
(scelgo il ritratto di un artista del calcio poco conosciuto da noi, ma stimatissimo nei paesi latinoamericani: Adolfo Pedernera)

Con quel nome fascinoso e altisonante, che riempie la bocca come un tempo riempiva gli occhidella folla di Buenos Aires e poi di Bogotà, Adolfo Pedernera è stato il simbolo del grande River Plate anni ’40. La celeberrima Maquina del River, così chiamata per la perfezione dei suoi meccanismi di gioco e per una velocità di crociera insostenibile per gli avversari. (…)Adolfo Pedernera,per l’appunto, era soprannominato El Maquinista. Perché era lui a guidare quell’attacco formidabile, da destra a sinistra Munoz- Moreno – Pedernera – Labruna – Loustau. Perché a segnare caterve di gol, era il centravanti che smistava il traffico nei paraggi dell’area di rigore, ma anche quello che arretrava a organizzare le offensive, con quel suo lancio millimetrico che puntualmente planava sul piede del compagno più smarcato. Perché era l’accensione e l’acceleratore, il carburatore e il cambio. Un fuoriclasse che disponeva in egual misura di talento e di personalità. (…)Due testimonianze d’autore, impresse a fuoco nella memoria del calcio sudamericano. Nell’estate del ’50, alla vigilia del Maracanazo chiesero a Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay, se non avesse paura dell’attacco del Brasile. “Paura? Ho giocato contro Pedernera!” Cinquant’anni dopo domandarono a Di Stefano, giusto per cambiare, se era stato più grande lui, o Pelé, o Maradona. E Don Alfredo, che all’ombra di Pedernera era cresciuto nel River e lo aveva poi preceduto nei Millonarios di Bogotà dove fecero coppia per anni, sorridendo scandì: “Come si vede che non avete mai visto giocare Pedernera”.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Cartellino rosso, Ken Bensinger (2018)

Edito da: Newton Compton, 414 pagine.

PREMESSA
Succede tutto per caso: un’indagine sulle dichiarazioni dei redditi di alcuni dirigenti sportivi in orbita Fifa scoperchia un pentolone di corruzione di proporzioni ciclopiche. Ken Bensinger, giornalista investigativo vincitore di numerosi premi e finalista al Pulitzer, racconta tutti gli scandali che hanno portato alla caduta di Blatter e alla defenestrazione di tantissimi dirigenti arricchitisi truffaldinamente col calcio.

PRO
Scandali, spie, intrighi, corruzione, personaggi dalla morale dubbia. Manca solo qualche assassinio, e saremmo in un romanzo di Le Carrè. Bensinger ha svolto un lavoro certosino, non trascurando nemmeno il più piccolo e apparentemente insignificante particolare, condendo il suo resoconto con una prosa scorrevole e avvincente (la sua carriera, d’altronde, parla per lui). La mole di dati, cifre e nomi è impressionante, eppure la vicenda ti cattura e non ti molla più.

CONTRO
A differenza di quanto avviene nelle opere di Andrew Jennings, fustigatore del malcostume calcistico, qui l’autore tenta di mantenere una certa neutralità, purtroppo non riuscendovi. La netta condanna, che si può facilmente arguire, agli indifendibili protagonisti negativi del libro,come Havelange, Blatter, Warner, Blazer, Grondona, Teixeira, Marin, Gulati seppur comprensibile e condivisibile dovrebbe essere lasciata al giudizio del lettore.

UN ESTRATTO
(Il tentativo di Bin Hammam di comprare i voti delle federazioni caraibiche tramite delle tangenti, benedetto dall’ambiziosissimo Jack Warner, mostra quanto l’arroganza e il delirio di onnipotenza di quest’ultimo siano ormai ingovernabili persino dai suoi antichi sodali)

Dopo una colazione a buffet all’ Hyatt, la mattina dell’11 maggio, i delegati della CFU a Port of Spain si riunirono in quella che doveva essere una sessione di brainstorming sul futuro del calcio nei Caraibi.Invece i delegati ascoltarono una velenosa tirata di Warner, furioso perché Blatter aveva scoperto dei regali.”Quando Bin Hammam ha chiesto di venire ai Caraibi, voleva portare delle targhe d’argento, dei trofei di legno, delle bandierine e così via” – cominciò Warner nel suo forte patois.”Io gli ho detto che non c’era bisogno di alcunché: lui ha detto che allora voleva portare qualcosa per i Paesi che avesse lo stesso valore di quel dono. Io gli dissi : Se porta contanti, voglio che non li dia a nessuno. può consegnarli alla CFU , e la CFU li distribuirà ai suoi membri – continuò Warner – Non voglio che sembri, nemmeno lontanamente, che qualcuno la possa votare , per via di questi regali.“I delegati, in camicia e giacca sportiva, sedevano in un silenzio basito ascoltando il discorso. Warner disse che sarebbe stato felice di riprendere i soldi da chiunque non li volesse: che Blatter stesso aveva saputo dei regali: che pensava che Bin Hammam potesse proteggere gli interessi dei Caraibi a Zurigo: e che era di cruciale importanza che la CFU mantenesse il controllo della Concacaf votando come un blocco unito.So che ci sono persone qui che si ritengono moralmente superiori li fulminò Warner Se siete pii, andate in chiesa, amici miei, ma il fatto è che gli affari nostri sono affari nostri. Entriamo in questa stanza, imprechiamo e disapproviamo, urliamo e strepitiamo, ma quando ce ne andiamo i nostri affari sono affari nostri, e questa è la solidarietà.Fu solo alle due del pomeriggio che Warner chiamò il suo sempre più agitato segretario generale.La sua spiegazione rese Blazer più incredulo. I soldi veniva no da Bin Hammam che in origine voleva consegnarli a tutti i delegati.Invece Warner aveva detto al qatariota che era meglio distribuirli come una sorta di regalo da parte della CFU. in questa maniera, pensava Warner, avrebbe avuto lui tutto il merito e non sarebbe sembrato che Bin Hammam volesse comprare direttamente i voti.Blazer era furibondo.“In ventuno anni non abbiamo MAI comprato un voto” disse. “Abbiamo affrontato elezioni eabbiamo mantenuto incarichi per tutto questo tempo e non abbiamo mai comprato un voto. Ora hai permesso che questo succedesse e cambieranno tutte le dinamiche della confederazione.”Questo comportamento sconsiderato li metteva entrambi in pericolo. Ma Warner era sprezzante. Se qualcuno aveva un problema, disse, potevano contattarlo direttamente.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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101 momenti magici del calcio, Bertolacci, Fonsato, Tacchini (2019)

Edito da: Nuinui, 320 pagne.

PREMESSA
Un modo straordinario di raccontare la Storia del calcio, dai giorni in cui Ebenezer Cobb Morley alla Freemason’s Tavern decise di dare al gioco delle regole precise, ai recenti trionfi inglesi nelle coppe europee del 2019, non già con una mera esposizione cronologica degli eventi ma concentrandosi su 101 momenti che gli autori non esitano a definire storici per i più svariati motivi.

PRO
Se è vero, come è vero , che il calcio gode di un successo universale, ciò è dovuto principalmente a due motivi: la sua semplicità e le dirompenti emozioni che suscita. Due fattori che sono ben presenti in questa monumentale opera, permeandone ogni pagina. Gli autori spaziano per quasi un secolo e mezzo selezionando con estrema cura i 101 momenti che hanno fatto la Storia : gli episodi , presentati in ordine cronologico, sono le stazioni di un viaggio quasi onirico. Ci sembra quasi di sentire il suono del valzer quando si parla del Wunderteam di Meisl e Sindelar, mentre è il ritmo della samba a risuonare nelle nostre orecchie quando si parla del divino Brasile di Messico 70. Nessun grande campione è escluso da questo percorso, ma sono presenti anche personaggi pittoreschi eppure tremendamente emozionanti, da Sam Bartram, portiere “dimenticato” nella nebbia di un lontano Chelsea – Charlton ai fratelli Starostin che fecero conoscere il calcio a Stalin. E poi la celebre “partita della morte” che ispirò John Huston e il suo “Fuga per la vittoria”, quella giocata sotto le bombe, il portiere che parava tutto e ipnotizzava gli avversari, l’autogol che costa una vita, le tragedie delle squadre spezzate, i grandi allenatori, i grandi manager…pagine che definire coinvolgenti è riduttivo. Il libro inoltre è corredato da magnifiche foto per lo più provenienti dall’archivio Getty. Particolarmente accattivante inoltre l’iniziativa di aggiungere un QR Code a ogni capitolo, grazie al quale, con l’ausilio di una app per smartphone o tablet, si realizza il sogno di ogni autore: far sì che i personaggi su carta prendano davvero vita, anche se solo in video.

CONTRO
Scherziamo, vero?

UN ESTRATTO
(Impresa improba scegliere fra tutto lo scibile della storia calcistica: punto su Brian Clough e il suo Nottingham dei miracoli, unica squadra finora ad avere più coppe Campioni che scudetti nel suo palmares)

Il calcio, lo sport più bello del mondo, è in grado di trasformare i sogni in realtà. Proprio come fece Brian Clough, con il suo Nottingham Forest, un team di provincia della seconda divisione, portato in pochissimo tempo – e per giunta due volte consecutivamente – a esultare sul tetto d’Europa.I believe in miraclesè l’ultimo film documentario (in ordine cronologico) dedicato a Clough, il più grande allenatore del calcio inglese e , ragionevolmente, come sostengono i “più”, del mondo.Perché lui sì, per davvero, quasi sempre assieme al suo fido assistente Peter Taylor, riusciva a tramutare l’impossibile in impresa sensazionale. Portare formazioni provinciali e dalla bacheca semivuota alla gloria: nazionale per il Derby County nel 1972 e addirittura d’Europa, qualche anno dopo, seduto su un’altra panchina delle East Midlands, quella dei rivali del Nottingham Forest. (…) Con grande umiltà, il 6 gennaio del 1975, a stagione in corso, accetta – come a Derby – di ripartire dal basoo. Dal Nottingham Forest, squadra condannata a un lungo anonimato di classifica in seconda divisione. Dopo un anno e mezzo di assestamento, portò i “Garibaldi Reds” , al termine della stagione 1976/77, alla conquista dell’allora First Division. Al termine della stagione successiva, alla conquista del titolo di campione d’Inghilterra e , quella dopo ancora, sul tetto d’Europa (…) con i suoi soliti metodi rivoluzionari, la sua dialettica dissacrante, il suo gioco corale che cambiò un calcio inglese tutto muscoli e tackle nel fango.(…)Il sogno era diventato realtà, il Forest salì sul tetto d’Europa ma i ragazzi terribili di Clough diedero vita, l’anno successivo, a qualcosa di unico: ripetere l’impresa per la seconda volta consecutiva, partecipando come squadra detentrice del trofeo. (…) Nella finalissima del Santiago Bernabeu di Madrid, la banda di Clough si impose ancora una volta 1-0 grazie alla rete al 20′ del folletto scozzese John Robertson. Da team going nowhere della periferia del calcio inglese, il Nottingham Forest passò ben presto a miracolo europeo. Proprio sotto le note di I believe in miracles, inteso questa volta come brano dance delle Jackson Sisters.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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L’ultimo rigore di Faruk, Gigi Riva (2016)

Edito da: Sellerio, prima pubblicazione 2016

PRO
Come un rumore sordo che arriva da lontano e improvvisamente si abbatte sotto ai tuoi piedi, trascinando via tutto e tutti. La morte del maresciallo Tito, nel 1980, ha dato il via a un sisma che ha cambiato la geografia balcanica e non solo. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (nata al termine del secondo conflitto mondiale, seppur questa denominazione fu adottata solo nel 1963), è stata l’architrave sulla quale si poggiavano le 6 repubbliche che la componevano (Bosnia, Slovenia, Serbia, Macedonia, Croazia e Montenegro) sino all’anno di (dis)grazia 1991, quando in pochi giorni il vento dell’indipendenza inizia a spirare senza possibilità di redenzione. Ma ciò che il libro di Gigi Riva, apprezzata penna solo omonima del più grande calciatore della nazionale italiana di calcio, va ad esplorare, oltre alla situazione politica e militare dei giorni terribili del conflitto che infiammò gli anni Novanta, è relativo al 1990. Nel viaggio a ritroso di dodici mesi prima, il protagonista del libro, a sancire ancora una volta il binomio tra football e politica, è il sogno mai realizzato dell’ultima Jugoslavia che partecipò con questo nome a una grande competizione internazionale. E’ quella allenata da Ivica Osim e capitanata dal Faruk che dà il nome all’opera, ma soprattutto il cognome: Hadzibegic, difensore e leader di quella nazionale che avrebbe potuto alzare al cielo italiano quella Coppa del Mondo di cui in questi giorni ricorrono i trent’anni. E invece, come citato da Riva nel libro, alle 7.30 di sera su Firenze cala il sole. Su Argentina-Jugoslavia, finita 3-2 dopo i calci di rigore, quarti di finale, e su quella squadra formidabile: Stojkovic, Prosinecki, Savicevic, il portiere Ivkovic che in pochi mesi para ben due rigori a Sua Maestà Maradona, il 35enne Susic, che, per capirci, aveva giocato pure i Mondiali del 1982 in Spagna. Quel tramonto dietro al “Franchi” è la fine del cammino della squadra nella rassegna iridata, fermata dagli undici metri e da Goycochea, portiere argentino che avrebbe dovuto essere sparring partner e invece, per un infortunio del titolare Pumpido, subentra e sale sugli scudi. Ma qual è il filo conduttore del libro di Riva, ben scritto, con dovizia di particolari e retroscena stuzzicanti? Che il rigore è un po’ come la vita. Tu, da solo, con una sola possibilità, davanti a un avversario. Due porte, oltre a quella fatta di pali e traverse: quella della gloria o quella dell’abisso. Il balzo del numero 12 argentino getta la Jugoslavia giù dalla torre, ed è lampante, pagina dopo pagina, che Riva voglia far emergere una realtà alternativa. E’ la tecnica letteraria del “what if”: cosa sarebbe successo se quel rigore fosse andato dentro? Se la “Jugo” avesse eliminato l’Argentina e fosse andata avanti? Forse i venti di guerra sarebbero stati soffocati dal giubilo federalista? Se posso sbilanciarmi, poco probabile. Ma quando leggerete il capitolo “L’ultimo rigore, parte seconda”, conoscerete la verità alternativa dell’autore. In un viaggio tra Sarajevo, pezzo di cuore di Faruk che lì era nato, e Belgrado, tra la martoriata Vukovar e gli “aiducchi” che danno il nome all’Hajduk Spalato, queste pagine vi scorreranno dentro come un grande corso d’acqua. Ne sentirete il rumore avvincente, nonostante i fatti siano tragici. Scoprirete una grande squadra mai vincente, come talvolta capita in quel grande caos chiamato pallone, e uomini e fatti che hanno scolpito quegli anni turbolenti ciascuno sul proprio sentiero e attraverso la propria personale opera. E anche voi, forse, vedrete quanti orizzonti la vita può regalare se la osservate da undici metri.

CONTRO
Invisibile ai miei occhi qualsiasi cavillo che faccia storcere il naso.

UN ESTRATTO

Nel 1992 la Jugoslavia deve tecnicamente partecipare all’Europeo in Svezia. La squadra si è qualificata vincendo il girone davanti alla Danimarca, ma la risoluzione 757 dell’Onu impedisce alla Repubblica la partecipazione, consentendo ai danesi di prendere il loro posto. Sdoganando inconsapevolmente un’altra storia calcistica da ricordare: la Danimarca vincerà addirittura quell’Europeo. Pochi mesi prima, il 25 marzo 1992, la Jugoslavia gioca la sua ultima partita con la vecchia denominazione. E’ un amichevole contro l’Olanda, ad Amsterdam, perso per 2-0. Al termine, Faruk Hadzibegic, negli spogliatoi, raduna i compagni e pronuncia un discorso a suo modo storico.“Ragazzi, sapete, tutti, quanto io sia attaccato a questa maglia. L’ho difesa contro tutto e tutti, è stato il mio sogno di bambino che si è avverato. Ho tenuto duro sino adesso. Siamo arrivati fin qui, ci aspetterebbe il campionato europeo. Ma io non posso più giocare in queste condizioni. Ora che la mia città, la mia gente, sono bombardate. Ora che la guerra è arrivata nella mia Sarajevo. Io sono il capitano, io mi assumo la responsabilità di sciogliere la squadra. Perché la nazionale di calcio jugoslava non esiste più”. Si è liberato. Non ci ripenserà. Osim lo abbraccia, sa che ha una sola parola. I compagni, attoniti, accettano, rispettano. E’ andato oltre Faruk. Un capitano non scioglie la squadra, è compito della Federazione. Si è preso una libertà che lo eccede, grazie anche alla libertà di cui gode, ai gradi che gli hanno dato per le sessantuno presenze nella rappresentativa, quarto di ogni tempo. Ecco, lo ha fatto. Ora deve completare l’opera coi vertici federali. Chiama Miljan Miljanic. Si ripete. “Miljan, voglio dirle che io, il capitano, sciolgo la squadra. La squadra adesso non ha più senso”. Non gli resta che il club. Sochaux, da esilio, diventa porto”.

Questa recensione è stata pubblicata da Stefano Ravaglia nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Fragile, Marco Van Basten (2020)

Edito da: Mondadori, 348 pagine.

PREMESSA
Il Cigno di Utrecht si racconta in questa dolente biografia; gli inizi con l’Ajax e i trionfi col Milan si alternano al dramma dell’infortunio che gli costerà la carriera , al difficile reinserimento nella vita di tutti i giorni e alle difficoltà familiari e ai disastri finanziari seguiti al ritiro.

PRO
Gli ingredienti per cucinare un’opera che appassioni il lettore ci sono tutti: se è vero che Van Basten, da sempre considerato un esempio di eleganza e stile, ha avuto una carriera infarcita di trionfi sia personali sia di squadra, non si può negare che dopo il ritiro abbia dovuto fare i conti con una ridda di sciagure che portano inevitabilmente il lettore a empatizzare con il grande campione olandese. L’ex attaccante del Milan aveva promesso di non risparmiare nessuno nella sua autobiografia, e in effetti non lesina giudizi, dimostrandosi molto severo sopratutto con sé stesso. Il punto di forza dell’opera sono proprio i momenti in cui mette a nudo le sue difficoltà nel recupero dagli infortuni, la disperazione e la paura del futuro, le difficoltà a reinserirsi in un ambiente dal quale è stato costretto ad allontanarsi in modo tanto traumatico.

CONTRO
Sfortunatamente ottimi ingredienti non sono sufficienti a presentare una squisitezza: il cuoco deve amalgamarli bene. Il romanzo risulta slegato, a volte indugia troppo in alcuni punti, rinunciando a sviscerarne altri appena tratteggiati. Si sa, ogni biografia di un fuoriclasse porta con sé un’altissima percentuale di rischio: solitamente sono opere pensate per essere consumate dal tifoso, si indugia nell’autocompiacimento e nell’autogiustificazione, come per esempio in “Yo soy el Diego”, in cui Maradona riesce nell’impresa di assolversi da tutto fuorché dalla droga (e anche qui, con qualche distinguo). L’eccezione è il memorabile “Open” di Agassi, ma “Fragile” è molto lontano da quel livello. Se Van Basten non è certo parco di giudizi negativi su di sé, si scatena quando parla degli altri. Ne ha per tutti, dal padre putativo Crujiff (un rapporto quasi filiale finito malissimo), a Sacchi ;sfoga il legittimo risentimento per i dottori che gli hanno distrutto la carriera e se la prende con i giornalisti italiani (e per fortuna, aggiungiamo noi, non si è confrontato con quelli dei giorni nostri). I tanto pubblicizzati “giudizi secchi come frustate” si limitano dunque a uno sfogo personale oppure a ovvietà tipo “nel calcio l’unica cosa che conta è fare gol”. Grazie tante Marco, ma con tutto il rispetto ci eravamo arrivati anche noi.

UN ESTRATTO
(18 agosto 1995, Van Basten compie un ultimo giro di campo per salutare i suoi tifosi: la sua caviglia lo costringe al ritiro)

Avanzo e in effetti procedo abbastanza sciolto. Avanzo correndo, voglio dire. Cerro, a passo lentissimo, eppure… Ho iniziato camminando – dieci, venti, trenta metri – poi ho accelerato. E adesso mantengo la velocità. E’ passato un bel po’ di tempo e il percorso non è breve, tutto sommato è solo un giro, ma faticoso. E stranamente non sento alcun dolore. Faccio un passo dopo l’altro, corro come se fossi in trance, quasi in automatico. Per di più in abiti normali, jeans, camicia rosa, giubbotto marrone scamosciato.Mentre procedo, ogni tanto alzo entrambe le mani. E faccio un applauso. Anche quello è un movimento sciolto, fluido. Ripeto l’applauso un paio di volte, mentre continuo a correre. So che è così che si fa, e così lo voglio fare.Malgrado conosca bene questo posto, mi sento a disagio. Malgrado l’applauso assordante, mi sento solo. Provo una sensazione di vuoto, ma proseguo il mio giro come penso di dover fare. Non ci vorrà molto.In realtà non vorrei affatto essere qui, non è così che dovrebbe essere. Non dovrei correre in abiti civili mentre loro sono fermi lì a centrocampo. Dovrei essere qui a scattare. soprattutto a segnare reti, ancora per anni. A fare magie sul prato di San Siro. Il mio prato.Non voglio questo, non ancora. Ho così tanto da dare, così tanti gol da mostrare al mondo. Posso vincere ancora così tanto. Questo era solo l’inizio.Mi sento circondato dal silenzio, malgrado gli ottantamila tifosi e il loro applauso, anche se li sento scandire il mio nome e vedo gli striscioni.(…)D’un tratto lo sento, chiarissimo, prendo coscienza. Sotto gli occhi degli ottantamila, sono testimone del mio addio. Marco Van Basten, il calciatore, non esiste più. State guardando uno che non è più.State applaudendo un fantasma. (…) Il calcio è la mia vita. Ho perso la mia vita. Oggi sono morto come calciatore. Sono qui, ospite al mio funerale.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Un giorno questo calcio sarà tuo, Fulvio Paglialunga (2017)

Edito da: Baldini & Castoldi

PREMESSA
Fulvio Paglialunga, giornalista tarantino (sia per provenienza che per tifo) in forza alla RAI (RaioTre e RaiSport) si cimenta in un’impresa difficile quanto stimolante: raccontare storie di padri e figli nel mondo del calcio, considerando il gioco e l’appartenenza che ne deriva come un lascito di grande valore.

PRO
Questo libro mi ha stupito per la semplicità dello stile annessa alla potenza delle storie raccontate. Più di quindici storie di padri e figli che hanno seguito le loro orme, carichi di speranze e spesso aspettative irrazionali. Ma questo libro non parla di questo, delle aspettative o di altri fattori psicologici di ragazzi pronti a emulare le gesta del genitore. No, questo libro parla di destini, inevitabili, scritti ancora prima di accadere. L’autore riesce così a descrivere vividamente tutta la bellezza della tradizione, da “tradere”, ovvero il “tramandare, trasmettere”. Quanto la storia di un figlio dipende da quella del padre? Quanto possiamo ritenere “slegati” i loro destini? Siamo sicuri si tratti di due destini distinti e non di un unico destino che li comprende entrambi?
Il calcio in questo libro sembra un pretesto, per poter raccontare una visione della vita che rifugge dall’individualità a-cronologica ad oggi presa come modello dalle nuove generazioni, un modello monco, che non riconosce il valore di una storia e della storia. Pensiamo anche solo alla squadra per cui tifiamo: ci caratterizza pienamente e la scelta spesso è determinata dalle volontà dei propri genitori. “Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà…” diceva Gaber, e Paglialunga allo stesso modo racconta (in particolare nella bella appendice), di come è riuscito a far divenire tifoso del Taranto suo figlio.

CONTRO
Forse un filo di retorica di troppo. Soprattutto nel primo capitolo, non all’altezza dei restanti.

UN ESTRATTO

Lui si trova a passeggiare con l’eroe di tutti, mentre va al campo a giocare con gli altri grandi. C’è il papà che gli allaccia le scarpe mentre sono in campo, gli sistema i calzettoni. E lui è seduto, con le gambe distese, e sorride di questo modo assai calcistico di ricevere le coccole: è una delle foto che mette insieme Valentino e Sandro, quando Sandro non sa ancora di essere nato, cosa che spiegherà molto tempo dopo. L’autobiografia di Sandro Mazzola comincia infatti così: “Mazzola Alessandro, nato a Torino, 8 novembre 1942. Questo è scritto in tutti i miei documenti, ma io non sono nato in quell’anno né in quel giorno, sono nato un giorno di maggio del 1949”. Il giorno di Superga Sandro Mazzola ha sei anni e mezzo e già deve nascere di nuovo: il privilegio di essere il figlio di Valentino Mazzola ora lo costringe a fare i conti con il dolore e a diventare un altro.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Maradona, Jimmy Burns (1996)

Edito da: BUR, 336 pagine, edizione aggiornata 2019 (prima edizione , reperibile solo all’estero, 1996)

PREMESSA
Si tratta della biografia non autorizzata di quello che è stato giudicato da molti come il più grande giocatore di tutti i tempi: la narrazione di trionfi e cadute, successi ed eccessi di D10S regala l’occasione di raccontare anche il momento in cui il calcio smette definitivamente di essere solo un gioco e diventa anche intrattenimento e industria.

PRO
Fra i più famosi giornalisti investigativi, esperto di calcio e finanza, in “Maradona” Jimmy Burns offre un compendio di quelle che sono le sue eccellenti qualità. Di Diego ci viene raccontato davvero tutto, non solo grazie a una imponente ricerca bibliografica, ma anche dalla viva voce dei protagonisti che hanno accompagnato l’argentino nel corso della sua ascesa all’apogeo e della sua corsa sfrenata verso il baratro. L’attenzione dell’autore , pur non trascurando il lato calcistico, si concentra maggiormente sulla introspezione psicologica di Maradona (particolarmente toccanti i capitoli in cui si descrive la difficoltà di Diego nell’affrontare le sue emozioni, nel raccontare sé stesso e i suoi demoni interiori agli psicologi dopo essere stato arrestato e condannato per possesso e uso di droga). Il libro quindi non si limita ad essere una semplice biografia di un grandissimo calciatore, ma si tramuta in un saggio che svela i retroscena del calcio internazionale negli anni 80 e 90, non facendo sconti a nessuno.

CONTRO
Burns è un professionista e sa fare ottimamente il suo lavoro: riesce a rimanere equidistante, anche se le abbondanti dosi di ironia dedicate a Maradona tradiscono una antipatia di fondo , facendo il contrario di Condò in “Duellanti”, nel quale il giornalista triestino non riesce a trattenere la sua sconfinata stima per Guardiola. Ma in fondo è naturale, l’ex numero 10 di Napoli e Argentina è uomo che ha sempre suscitato emozioni forti: o lo ami o lo odi,oppure ami odiarlo o odi amarlo, come ben spiega l definizione che Brera diede di lui, chiamandolo “divino aborto”. Peccato inoltre aver privilegiato la politica sportiva e le disavventure maradoniane rispetto alle sue imprese calcistiche: Maradona , come tutti gli artisti, ha avuto i suoi bravi eccessi, ma se tanto è stato amato (e moltissimo gli è stato perdonato) dal suo popolo , il motivo va ricercato proprio nelle magie e nelle emozioni che suscitava grazie ai suoi virtuosismi con la sfera di cuoio.

UN ESTRATTO
(Dopo aver visto in faccia la morte, nel 2001 Maradona organizza la partita d’addio in uno degli stadi che più lo hanno amato e acclamato, la Bombonera, nonostante una forma fisica ben lontana dall’essere anche solo accettabile)

Data la sua pessima forma, tutti sapevano che Maradona non sarebbe stato in grado di segnare un gol da solo. Con l’Argentina in vantaggio grazie alle reti dei compagni, arrivò un calcio di rigore che Maradona potesse battere. Lui si fece avanti, col petto all’infuori e le gambe come tronchi, e infilò la palla in rete, non senza la complicità di Higuita, il portiere, che praticamente non tentò neppure di pararlo. (…) Eravamo a secondo tempo inoltrato e Maradona riusciva a malapena a camminare, altro che trotterellare. Zoppicava vistosamente ed era madido di sudore. Era difficile non provare compassione per quell’uomo, ridotto a una comparsa malridotta nel gioco che tanto amava. (…) Era come se il film della sua vita stesse passando al rallentatore. Gli vennero di nuovo le lacrime agli occhi quando mostrò il dito medio alle celebrità, ai politici e ai dirigenti calcistici che avevano pagato per un posto comodo in tribuna VIP e fece un gesto di solidarietà verso la curva e le tribune dove stavano i disoccupati e quelli dalla pelle scura, i teppisti e i ladri. Fu esattamente in quel momento che i più fedeli fra i fedelissimi di Maradona, gli scamiciati folli e senza legge della curva ultrà nota come la doce (la dodici, così soprannominata perché con la sua passione equivale a un dodicesimo uomo in campo), già da tempo lanciatasi in una danza tribale che faceva vibrare La Bombonera, fecero partire una salva di petardi che pareva una raffica di artiglieria e che colmò lo stadio intero dell’odore e dell’eco della polvere da sparo. La cacofonia dei cori raggiunse una frenesia e un’energia tali da tracimare fin oltre lo stadio, in tutto il Paese, per tutto il pianeta, lasciando i telecronisti di tutto il mondo senza parole, costretti a ripetere sciocchezze come “sono scene incredibili!” Maradona fu portato in spalla dai compagni, gli occhi rivolti al cielo, le braccia spalancate a mo’ di supplica, mentre piangeva come non aveva mai fatto prima, per i suoi fallimenti e le sue vittorie, per i tempi passati e per il tempo che passava, e per il fascino ipnotico dell’immortalità.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Daniele De Rossi o dell’amore reciproco, Daniele Manusia (2020)

Edito da: 66thand2nd. Pagine: 249.

PREMESSA
Dopo il libro su Cantona Daniele Manusia, romano e (prima di tutto) romanista, ci illustra la carriera di Daniele De Rossi accompagnando il lettore attraverso i momenti belli e quelli tristi che hanno caratterizzato la sua vita, sia sotto l’aspetto professionale che privato (mantenendo, per quest’ultimo versante, un doveroso distacco). La carriera di DDR non è quella di un predestinato, tutt’altro. Eppure la sua grinta (talvolta troppa), la sua voglia di correre per due, la sua (innegabile) tecnica unita ad una intelligenza tattica di altissimo livello lo hanno reso un centrocampista imprescindibile per la Roma e per la Nazionale.Un giocatore che, personalmente, ho amato alla follia sia nei momenti più alti che in quelli più bassi, anche quando mi ha dato dei dispiaceri. Insomma, diciamolo, avrei voluto vederlo indossare i colori della Beneamata, mi avrebbe fatto impazzire.Tuttavia, il suo legame con la Roma era (e penso sia tutt’ora) indissolubile. Non a caso, come ha detto lo stesso Capitan Futuro (forse il più ingeneroso tra i tanti soprannomi, dato che quel “futuro” è durato per soli due anni), il suo unico rimpianto “è avere una sola carriera da donare alla Roma”.

PRO
Dal libro traspare come De Rossi sia catalogabile come una delle ultime grandi bandiere del calcio, essendosi dedicato anima e corpo alla Roma (con cui, nonostante tutto, ha vinto relativamente poco). Sarò onesto ma è proprio questo il suo punto forte, cioè l’essersi legato in modo totalizzante a quei colori, tanto da rinunciare a progetti importanti per l’orgoglio di rappresentare e giocare per la sua squadra del cuore. E questo amore si evince anche – e soprattutto – dal modo in cui si separa dai suoi tifosi, dicendo loro “Nessuno mai vi amerà più di me”.Un rapporto intenso al punto che, dopo il suo addio ai colori giallorossi, non potendosi vedere con una maglia di un altro club italiano, sceglierà di andare in Argentina, per giocare nel Boca Juniors, coronando il desiderio di giocare nella Bombonera.

CONTRO
L’unico neo di un’opera godibile sta nel fatto che il libro non aggiunge nulla di nuovo sulla carriera e sulla vita di DDR. Come ammesso dallo stesso autore, infatti, nel libro non ci sono aneddoti né scoop in considerazione del fatto che la storia di De Rossi è di tutti.

UN ESTRATTO
Per capire l’uomo Daniele De Rossi non si può prescindere dal suo rapporto con la storia della Roma. Proprio per questo, il passaggio per me fondamentale riguarda il rapporto con un altro grande capitano, Agostino De Bartolomei. Tutto parte dall’introduzione della fascia di capitano, unica per tutti, introdotta dal 2018/19, sicché De Rossi deve sostituire la sua fascetta, semplice e sobria. Tuttavia…

Nelle prime giornate si rifiuta di indossarla e per questo viene multato. La sua fascia è “una cosa semplice e sobria” come quella che indossava Agostino Di Bartolomei: “Una fascetta semplice e bianca sulla maglietta della Roma”. Avrebbe voluto chiamare il suo terzo figlio Agostino, perché Di Bartolomei «è un capitano che non ho vissuto da tifoso ma è quello a cui mi sono attaccato di più dopo» […] Di Bartolomei – romano di periferia come lui, extra-moenia, cioè fuori le mura aureliane, a differenza di Totti che è cresciuto a Porta Metronia – aveva un rapporto malinconico con la storia della città: «Non è vero che il romano sia un allegrone» ha detto una volta Di Bartolomei, che i romanisti chiamano ancora ‘Ago’, con l’affetto che si riserva a un fratello maggiore. «È soprattutto triste perché è consapevole della sua decadenza dai tempi in cui dominava il mondo a oggi». […] Daniele la storia l’ammira, la distanza non lo fa soffrire. La storia della sua città e della sua squadra – lontana o vicina, in un certo senso quanto lui comincia a giocare davvero anche Totti è già un pezzo di storia – è ricca di persone da cui trarre ispirazione, di avvenimenti che in qualche modo fanno parte di te anche se non li hai vissuti. Quello che lo fa incazzare, invece, è l’impossibilità di tramandarla come vorrebbe, la mancanza di un futuro verso cui traghettare il romanismo.Dentro la sua fascetta semplice e sobria, De Rossi ha fatto scrivere una frase: “Sei tu l’unica mia sposa, sei tu l’unico mio amor”. Un coro che la curva ha iniziato a fare in questi stessi anni che sto raccontando ora. Non lo aveva detto a nessuno, di quella frase, ma quando ha regalato la fascia a un tifoso dopo la prima partita della sua ultima stagione quello l’ha notata. Prima del derby di gennaio 2015 la Curva Sud mette in scena una delle più belle coreografie degli ultimi anni, sollevando sedici stendardi raffiguranti i capitani romani della Storia della Roma.Al centro in basso c’è Agostino Di Bartolomei.Alla sua destra Francesco Totti.Alla sua sinistra Daniele De Rossi. Il suo ritratto è l’unico che urla.

Daniele De Rossi. In altre parole, un condottiero, il mio io in campo.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Recensioni

L’alieno Mourinho, Sandro Modeo (2013)

Edito da: Isbn Edizioni, 185 pagine, 2013 (edizione aggiornata)

PREMESSA
Oh sì,ci è già capitato. Quasi sempre, la biografia del personaggio che abbiamo acquistato si rivela in realtà una banale agiografia, un elenco delle imprese del nostro eroe, che si dimostra raramente fallibile e assurge a rango quasi divino. Ma chi avesse la bontà di leggere il favoloso libro di Modeo (collaboratore fra gli altri del Corriere della Sera e del Guardian) si troverebbe di fronte a un vero e proprio saggio sociopedagogico, che riesce a presentarci tutte le sfaccettature dell’uomo Mourinho, senza fermarsi al lato calcistico, ma anzi sfruttandolo per spiegarci Mou in modo introspettivo e umano.

PRO
Modeo, penna elegante e ricca di cultura, riesce a regalare al calcio dignità e spessore culturale raccontandoci vita e carriera di Josè Mourinho, appoggiandosi a molti altri campi, quali la biologia evoluzionistica, la filosofia , le neuroscienze, la psicologia, ma anche storia e cinema. Il racconto è straordinario : i vari fatti di vita e carriera di Mou sono occasione per fantastiche digressioni in cui l’allenatore portoghese viene paragonato non solo a personaggi di calcio dalla vita avventurosa come Bela Guttmann e Helenio Herrera, ma anche al grandissimo illusionista Harry Houdini. Dipingendo un ritratto di Mou non solo allenatore, ma anche manager, ricercatore, stratega e psicologo, Modeo riesce a spaziare in ogni ambito del sapere, rivelandosi veicolo di cultura ma lasciando anche la porta aperta per un eventuale approfondimento ; l’analisi calcistica inoltre è davvero notevole ( un esempio per tutti il passo in cui viene spiegato il metodo Lobanovsky)

CONTRO
Modeo è indiscutibilmente tanto colto quanto bravissimo: forse a volte non riesce a evitare di cadere nella sindrome di Narciso. Mentre Mourinho riesce a farsi capire con grande facilità da chiunque, Modeo a volte non resiste dalla tentazione di infarcire la sua opera con dei vocaboli altisonanti e complicati poco agevoli a una immediata comprensione del testo, e con delle parentesi magari troppo ampie per personaggi tutto sommato poco significativi.

UN ESTRATTO
(Sono gli ultimi momenti della semifinale di ritorno della Champions League 2010 al Camp Nou di Barcellona, uno dei momenti più alti del periodo interista di Mourinho)

Ognuno degli ultimi minuti ha una compressione nervosa abnorme: e al fischio finale, Mourinho corre – le braccia levate verso l’alto, gli indici tesi – fermandosi, nella stessa postura, sotto il frammento interista del Camp Nou. Il volto contratto in un orgoglio smisurato, il petto ansimante, più per la tensione compressa che per la corsa, li fissa come per dire loro qualcosa senza parlare. Mai come in quel momento è sembrato Harry Houdini : <<Sarò un mistificatore, sarò un comunicatore, ma quello che vivete è vero, ha la pesantezza dura della materia, della fatica dei vostri giocatori, della mia fatica, ed è per voi.>> In quel momento niente e nessuno può insinuarsi in quella comunione: ci prova il portiere del Barça, Valdes, abbrancando Mourinho e tentando di fermarne la corsa: ma viene allontanato con uno sguardo da posseduto, come fosse l’allucinazione indebita di un’altra dimensione. Non c’è più posto per il piano onirico: il sogno non è più tale:il principio di Realtà ha fatto irruzione in una notte che ha la nitidezza dei contorni del mattino. Come non c’è posto per le accuse – incombenti – di pragmatismo e risultatismo. Ogni diaframma fra estetica e concretezza è abolito: il bello , adesso, è lo splendore del vero. Lì, in quel momento, Mourinho vince di fatto la Champions, ben prima della finale del 22 maggio a Madrid.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Recensioni

Undici metri, Ben Lyttleton (2015)

Edito da: Tea , 2015, 398 pagine

PREMESSA
Uno dei motivi per cui il calcio ha così tanta presa nel cuore degli appassionati è per il carico di emozioni che comporta. Ed esiste una cosa che sia più appassionante ed emozionante per lo spettatore di un duello ai rigori, in cui la vittoria di uno significa la morte, in questo caso sportiva, dell’altro? Prendendo spunto da questo assioma, oltre che dalle ripetute sconfitte della nazionale inglese alla cosiddetta “crudele lotteria dei calci di rigore”, Ben Lyttleton ci fa da guida in uno straordinario viaggio su storia e tecnica dei penalties.

PRO
Grazie ai contatti avuti in anni di carriera come giornalista per BBC e Guardian fra gli altri, e come direttore dell’agenzia di consulenza Soccernomics, Lyttleton sviscera il gesto tecnico del calcio di rigore come mai è stato fatto prima. Il libro è ricchissimo di contributi dei protagonisti del mondo dello sport, non solo portieri e attaccanti, ma anche arbitri, preparatori (interessantissima la parte dedicata ai metodi di Lollichon), psicologi, analisti. La narrazione scivola via rapida e appassionante: c’è spazio per la narrazione di imprese leggendarie e disfatte epocali, tabelle e dati statistici, interviste a colleghi giornalisti e studiosi. Il saggio consta di nove capitoli, al termine di ognuno dei quali l’autore racconta la storia di un rigorista simbolo,come Le Tissier, Coppens, Panenka e Palermo, o anche il semisconosciuto Molodetskiy, ognuno dei quali viene tratteggiato con la maestria di un Buffa d’oltremanica Il libro è una vera miniera d’oro di informazioni, capace di sedurre e soddisfare sia il semplice appassionato che lo statistico più accanito: sono imperdibili perfino le appendici, in cui viene svelato come e da chi fu ideato il calcio di rigore e si diffonde il mistero su chi sia stato l’inventore delle sessioni di rigori extra fra lo spagnolo
Ballester, il tedesco Wald e l’israeliano Dagan. Ma se volete scoprirlo…leggete il libro!

CONTRO
Inevitabilmente, nell’ampia dissertazione, ci sono stralci in cui (si veda il capitolo 5 “Grossi dati, grosse decisioni”) la narrazione viene appesantita da una imponente mole di statistiche che possono risultare indigeste a un fruitore più “leggero”.

UN ESTRATTO
(Davvero titanica l’impresa di scegliere un unico estratto in un libro così bello e ricco di contenuti. Scelgo di condividere l’impresa dello Zambia in coppa d’Africa, una storia in cui si mescolano dramma, tensione ed estasi, che meriterebbe davvero un libro a parte)

Nessuno ricorda più chi fu il primo a cantare la Chipolopolo Song durante i calci di rigore che chiusero la sfida contro la Costa d’Avorio nella finale della Coppa d’Africa del 2012 in Gabon. Quello che sappiamo è che, quando il capitano Chris Katongo mise a segno il primo tiro per lo Zambia, una fila di venti persone – tra panchinari e membri dello staff – cominciarono a cantare all’unisono. (…) Le immagini e i suoni di quella scena furono incredibili. Ciò nonostante, non è affatto questo l’aspetto più stimolante della storia di quella nazionale del 2012.Diciannove anni prima, Kalusha Bwalya (al momento in cui scrivo, presidente della federazione calcistica dello Zambia) si trovava a Eindhoven, dove militava nella squadra del Psv, e stava per uscire a fare jogging, quando ricevette una chiamata che gli cambiò la vita. All’altro capo del telefono c’era il contabile della federazione zambese. (…) <<I ragazzi non sono arrivati, è successo qualcosa all’aereo>> disse. L’aereo aveva raggiunto i 6000 piedi di quota e poi si era schiantato nell’oceano, poco più di un minuto dopo essere decollato da Libreville. Tutti i passeggeri – diciotto giocatori, due allenatori, cinque membri della federazione calcistica dello Zambia e i cinque membri dell’equipaggio – persero la vita. Kalusha accettò la verità solo quando accese la televisione e vide il servizio di cronaca della BBC. (…) Il sogno era finito. Ma non per sempre. Per diciannove anni.Kalusha rivestì un ruolo fondamentale nel percorso che portò lo Zambia a raggiungere la finale del 2012. Dopo l’insuccesso nel girone di qualificazione a Mondiali del 2006, aveva messo in atto un piano per creare una squadra di giovani affiatati. Aveva anche richiamato in panchina l’allenatore Hervé Renard, che era riuscito a portare la squadra fino ai quarti di finale nel 2010, poi persi contro la Nigeria. <<Sono cresciuto a Kamuchanga e, da bambino, ho sempre sognato che lo Zambia vincesse un trofeo importante>>, spiegò Kalusha. Aveva giocato in sei edizioni della Coppa d’Africa senza mai vincerla. <<Ho versato sangue e sudore. Ho provato con tutto il cuore e tutta l’anima a portare lo Zambia ai Mondiali. E nessuno è mai riuscito a scoraggiarmi.>> (Lo Zambia arriva ad affrontare in finale la Costa d’Avorio, alla fine dei tempi supplementari il punteggio è ancora fermo sullo 0-0. I primi sette rigori vengono segnati da entrambe le nazionali, poi Kolo Tourè sbaglia il suo)Per consegnare la vittoria della Coppa d’Africa allo Zambia, mancava solo la trasformazione di Rainford Kalaba. Coi suoi compagni di squadra in ginocchio, intenti a cantare, Kalaba lasciò partire un tiraccio che sorvolò la traversa. <<Quando Rainford ha sbagliato, abbiamo pensato che avremmo perso>> confessò Janza, dt della nazionale. <<Anche quei ragazzi che non avrebbero mai immaginato di dover tirare un rigore hanno dovuto fare un passo avanti: è facile indovinare come si sentivano>>, disse Kalusha, che da giocatore era stato un rigorista esperto.(Gervinho però fallisce il rigore successivo per gli ivoriani) Quindi fu il turno di Stoppila Sunzu, che aveva davanti a sè il pallone della vittoria.. Difensore, unitosi da poco alla nazionale, aveva solo tre anni quando la squadra del 1993 aveva perso la vita. Mentre si avvicinava al dischetto, continuò a cantare. Posizionò il pallone e prese la rincorsa, senza mai smettere(…)<<Ho dovuto alzare gli occhi per cercare Dio con lo sguardo affinché mi aiutasse a segnare per il Paese >> disse Sunzu. Anche lui si emozionò al ricordo di quel giorno. <<In realtà non stavo pensando a calciare il rigore: mi ero interamente consegnato nelle mani di Dio. Pensavo spesso a quanto sarebbe stato bello vincere la coppa d’Africa. Devi solo capire dove piazzare il pallone e, se tiri bene, segnerai anche se il portiere riesce a indovinare la direzione. Lasciare il resto nelle mani di Dio era la scelta migliore.>>E così, a pochi chilometri dal luogo della tragedia che aveva cancellato una intera squadra e devastato una intera nazione, Sunzu racchiuse in sé il potere del canto, della preghiera e della fede e spinse quel pallone in porta. Lo Zambia aveva vinto la Coppa d’Africa. L’allenatore Renard prese in braccio un giocatore infortunato, Joseph Musonda, come un padre avrebbe fatto col proprio figlio addormentato, per portarlo a festeggiare con gli altri. Kalusha, che osservava la scena dalla linea del fallo laterale, si mise a piangere sommessamente.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.