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George Best. L’immortale, Duncan Hamilton (2015)

Edito da: 66thand2nd,496 pagine, prima edizione italiana 2015

PREMESSA
Personificazione calcistica del motto latino “nomen omen”, George Best non può non essere amato da chiunque ami il calcio. Un artista del campo da calcio, un genio totale, al punto che un asso della carta stampata come Duncan Hamilton decide di mettersi al servizio del campione nordirlandese, raccontandone la sfolgorante ascesa, la vita tumultuosa, gli eccessi, e il triste declino del ragazzo di Cregagh.

PRO
Meraviglioso, coinvolgente, appassionante, toccante, in una parola emozionante. E mai come in questo caso un vocabolo può essere utilizzato per descrivere sia la vita del protagonista della biografia, sia la biografia stessa. Hamilton fornisce una prova all’altezza del campione di cui racconta le gesta: ogni singola pagina trasuda amore , stima e rispetto per il campione nordirlandese. Trascinante e palpabile il suo entusiasmo quando si fa narratore del periodo più fulgido e felice di Best; ma altrettanto delicato e rispettoso è il ritratto che ne fa del declino, sottolineando come George galoppò a briglia sciolta verso il suo inferno personale a causa della sua dolcezza e sensibilità, che trovarono nell’alcol il mezzo per condurlo alla dissipazione di una intera esistenza da film. Bestie aveva già fatto a pezzi sé stesso nella sua autobiografia del 2001, facendosi ben pochi sconti: Hamilton riesce nella titanica impresa di usare maggiore indulgenza con il genio di Belfast, pur non essendo assolutamente indulgente. Leggere questo libro è come assistere alla creazione di un affresco nelle sale vaticane: ogni pennellata descrive un episodio della vita di Best, dall’infanzia in Irlanda alla chiamata a Manchester, i Sixties, decennio gravido di cambiamenti anche nello star system, il successo, la fama, la depressione, gli eccessi, l’alcol, le donne, la rovina, le disavventure giudiziarie, la lenta risalita, gli ultimi anni, ammantati di un unico rimpianto , un rimpianto vestito con la maglia rossa del Manchester United, l’unica squadra che abbia mai amato. Il risultato finale è un capolavoro di livello tale che non capisco come mai stiate ancora leggendo queste righe invece di correre a procurarvelo.

CONTRO
Un solo, e però imperdonabile, difetto. Questo capolavoro avrei voluto scriverlo io.

DUE ESTRATTI
(per capire la sensibilità di Best e il suo rapporto con il suo mentore Matt Busby, scelgo due estratti del magnifico romanzo. Il primo è tratto dall’incontro casuale con l’ex rivale Albert Johanneson, caduto in disgrazia e ridotto a fare il lavapiatti per sopravvivere, il secondo la riunione con l’amatoìissimo mister Busby durante una commemorazione della Coppa Campioni vinta nel 1968)

Quando Best lo incontrò di nuovo, Johanneson era in pessime condizioni. Aveva il viso gonfio e la sclera degli occhi gialla e rossa invece di bianca. Camminava trascinando i piedi. I suoi vestiti avevano bisogno di una bella ripulita. Era quasi senza un soldo. Quella sera Best doveva apparire accanto a Jimmy Greaves in un teatrio cittadino.Decise, invece, di fare un regalo a Jhanneson, e Greaves dovette salire su un palco da solo. Il semplice racconto di questo episodio può far sembrare la scelta di abbandonare Greaves un gesto egoista , e Best un irresponsabile. Lui però non usò Johanneson come una scusa per svignarsela.Best riconobbe un uomo che, come lui, non era sopravvissuto all’ammirazione degli anni Sessanta. Johanneson era caduto più in basso di lui, e più velocemente, e sul suo viso gonfio e avvilito Best riconobbe la terribile disperazione che aveva visto sul proprio. Johanneson aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse e fosse lì per lui, anche se solo per poche ore. Best lo portò in un albergo di lusso, dove i camerieri inizialmente rifiutarono di servire qualcuno che sembrava un barbone. Ci volle qualche parola sottovoce di Best perché cambiassero idea. I due rimasero a chiacchierare fino a mezzanotte, ricordando vecchie partite. Johanneson morì nel 1995, a soli 53 anni. Il cadavere rimase per quasi una settimana nel suo appartamento in un grande condominio prima di esser ritrovato. Quando Best apprese della sua morte (…) fu ancora più convinto di avere fatto la cosa giusta.

Anche i giganti invecchiano e muoiono. Sir Matt Busby se ne andò a quasi 85 anni, nel 1994. Appena diciotto mesi prima, Busby e i vincitori della Coppa dei Campioni del ?68 si erano riuniti per girare un documentario per il venticinquesimo anniversario della finale. Lo United si ritrovò a Wembley.
<<Come stai, figliolo?>> chiese Busby a Best con voce malferma, più simile a quella apprensiva di un genitore che a un semplice saluto.(…) Dopo un po’, esauriti i primi ricordi, Best disse agli altri <<il capo vuole andare>>, e lui e Busby lasciarono il campo insieme. Best accorciò il passo per restare accanto al suo allenatore, che sembrava fragile come il vetro. Best ancora non immaginava il mondo senza di lui. Era impreparato alla morte di Busby come lo era stato a quella della madre.
<<Sai che ti voleva bene?>>, gli chiese il figlio di BUsby, sandy, vicino alla tomba. << Quasi non riuscivo a parlare>> disse Best.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Donne, vodka e gulag. Marco Iaria (2018)

Edito da: Ultrà sport

Donne vodka e gulag di Marco Iaria racconta la vita di Eduard Streltsov, calciatore russo, centravanti della nazionale sovietica e della Torpedo Mosca finito per il suo stile di vita “sopra le righe” anche in un gulag.
Una storia che non parla solo di sport. Io l’ho scoperta per motivi professionali, ma poi ho avuto occasione di chiacchierare con l’autore che mi ha spiegato tutto il lavoro che c’è stato dietro a questo libro e ho capito il perché si sia appassionato a un personaggio del genere. Non notissimo, ma protagonista di una vita a suo modo indimenticabile. Lettura consigliatissima per tutti i curiosi di calcio.

Questa recensione è stata pubblicata da Fabio Donolato nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Giocare da uomo, Javier Zanetti (2013)

Edito da: Mondadori

PREMESSA
Gianni Riotta, “capitano” del giornalismo italiano (ex direttore tg1, ex direttore del Sole 24 ore), guida Javier Zanetti, capitano nerazzurro ritiratosi nel 2014, nella stesura di un’autobiografia corposa che ripercorre tutti i passaggi fondamentali della sua carriera.

PRO
Personalmente, essendo interista ed essendomi molto commosso nel giorno del suo addio, ho ritrovato in queste pagine quasi la storia di un vecchio amico. Quanti di noi sono cresciuti insieme ai loro idoli in calzettoni e scarpini? Beh, questo libro è una fenditura che lascia intravedere cosa c’è sempre stato “dall’altra parte dello schermo”, ovvero una storia personale per molto tempo inaccessibile. Eh sì, perché il caro Javier non si è mai prestato ad alcun tipo di pettegolezzo in carriera, non ha mai rilasciato dichiarazioni superflue, non ha mai esposto nemmeno un briciolo della sua vita privata alle telecamere. Per questo Giocare da uomo sembra quasi una fuga di notizie, per tutta la lettura del libro hai la sensazione di leggere un diario altrui, finora gelosamente custodito.
Troverete nel libro molti ricordi legati a Dock Sud (cittadina argentina che gli ha dato i natali) e alle sue origini umili (padre muratore, lui nella sua squadra), alla moglie Paula (che scoprirete essere stata influente anche nelle decisioni di mercato, Dio la ringrazi!) compagna fedele di una vita, ma anche ovviamente alle stagioni che ha “macinato” in maglia nerazzurra. Sullo sfondo del racconto, si stagliano i precetti morali che hanno guidato la sua carriera (ma direi più in generale la sua vita), e che somigliano quasi a comandamenti che un qualsiasi giovane uomo farebbe bene a conoscere: primo fra tutti, “chi gioca con orgoglio non perde mai”, una verità che forse più di altri l’ex-capitano è stato in grado di imprimere nel dna della sua squadra.
Il racconto non può che concludersi con i ricordi legati al mitico triplete del 2010, legato indissolubilmente (e questo libro è fondamentale per capirlo) al 2002 e a quel 5 maggio che i tifosi nerazzurri nel tempo hanno quasi cercato di rimuovere dalla propria memoria. La telecamere si soffermarono su Ronaldo in lacrime, in quel dell’Olimpico, ma al suo fianco, se guardate bene, c’è anche Javier Adelmas Zanetti. Piange? No, non versa nemmeno una lacrima, sta pensando già a come migliorare nella stagione successiva.

CONTRO
I limiti di questo libro sono tutti legati al genere di cui fa parte. Questa è una delle classiche autobiografie fittizie che andavano e sfortunatamente continuano ad andare di moda. Chiaro che i ricordi e i pensieri siano di Zanetti, ma questo genere letterario, facendo fintamente raccontare al campione di turno in prima persona gli avvenimenti, oscura/plastifica il risultato finale perché cerca quasi di nascondere il lavoro del giornalista incaricato della stesura. Il risultato è che mentre si legge si ha spesso la sensazione che il giocatore non si sarebbe mai espresso in certi termini, e si reputa l’azione del giornalista opprimente. In realtà il problema è proprio nel genere, un problema al quale alcune case editrici intelligenti stanno ovviando, pubblicando i racconti di epopee sportive straordinarie prendendo come punto di vista esplicito quello del giornalista, unico autore del titolo.

UN ESTRATTO

Massimo Moratti, ai giornalisti che gridavano: «Presidente, come suo padre, campione d’Europa…», risponde modesto: «No, lui di Coppe dei Campioni ne ha vinte due…». Ma è felice: il giorno dopo va a colazione con la famiglia all’antico ristorante Botín, al collo la medaglia della vittoria. Mentre sta mangiando, entra un gruppo di tifosi e, tra le risate degli avventori madrileni, si inginocchiano tutti davanti a lui, in festa. Non abbiamo neppure parlato quella sera con Moratti: io sono sbucato da un gradone dello stadio, ci siamo visti e abbracciati forte, in silenzio. Quell’abbraccio significava tante cose, voleva dire: «lo e te ci siamo dall’inizio, dal 1995. Abbiamo vissuto insieme le illusioni e le gioie, i dolori e le ingiustizie, il riscatto e il lavoro. Noi due soli ci siamo dal primo giorno, quando nessuno credeva in noi, e adesso siamo qui, sul tetto del mondo, dopo tutte le battaglie».
Abbraccio Moratti, nessuno merita quella felicità come lui, dopo tutto quel che ha fatto per l’Inter. Quando io e i miei
compagni, negli anni a venire, ci ricorderemo della notte di Madrid e del nostro lavoro, la soddisfazione sarà aver condiviso quella felicità con milioni di tifosi.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il mio anno preferito, Nick Hornby (a cura di)(2001)

Edito da: Guanda, prima edizione 2006 (prima edizione straniera 2001), 245 pagine

PREMESSA
È ben noto quale sia stato il contributo di Nick Hornby nella elevazione del calcio a fenomeno culturale, grazie al suo toccante e intenso “Febbre a 90′ “. Qui compiamo un ulteriore passo in avanti, grazie a questa raccolta di racconti in cui lui e 12 autori condividono con noi la stagione calcistica che più emozioni ha suscitato in loro.

PRO
Di fronte a un titolo del genere, il lettore si aspetterebbe di venire introdotto a una sequela di narrazioni riguardanti epocali trionfi sportivi. Non è così : si raccontano sì successi rilevanti, ma anche salvezze sofferte, disfatte desolanti e stagioni mediocri, si spazia dalle massime competizioni mondiali al dilettantismo di livello quasi amatoriale e dalla travolgente follia di chi escogita i più assurdi stratagemmi per seguire la squadra allo stadio, a chi consuma unghie e pacchetti di sigarette nell’attesa di aggiornamenti sul televideo. Al centro di tutto ci sono la bellezza del calcio e i sentimenti che esso suscita: il calcio non è né sarà mai solo un gioco, ma sogno e vita. Valdano in una intervista azzardò un paragone con Borges, che a un intervistatore che gli chiedeva a cosa servisse la poesia rispose serafico “E a cosa serve l’odore del caffè, o un’alba? A renderci felici.” Gli autori mettono a nudo sè stessi con un riuscito mix di nostalgia, ironia e disincanto, maneggiando con indiscutibile abilità tutti i trucchi del mestiere, coinvolgendo spesso il lettore e riuscendo a volte a sorprenderlo (memorabile in questo senso il capitolo sul Watford di Olly Wicken, maestro dell’inganno).

CONTRO
Compito improbo trovare un difetto in un’opera come questa: gli autori sono convinti sostenitori della tesi secondo la quale molti uomini associano un amore o un evento particolare e totalizzante della propria vita a un gol segnato o un trofeo conquistato. Forse questo può causare disturbo a un lettore con un punto di vista più neutro.

UN ESTRATTO
Dal capitolo “ILLUSIONI DI GRANDEUR”

“Ho scritto quasi interamente basandomi sui ricordi. Eppure sono ricordi felici. Mentre scrivevo, ho scoperto che non mi ricordo il dolore della sconfitta e della retrocessione, oppure che più probabilmente ero troppo innamorato della squadra per aver sentito quel dolore all’epoca. (…) Ero giovane, ingenuo , e impermeabile alla verità. Non vedevo lo squallore meschino di una società allo sbando e in declino. Come diceva la canzone, ero un sognatore. Un piccolo sognatore folle. Il Watford era una squadra di merda.

Ma almeno in un modo importante – per come mi sentivo parte della squadra per cui tifavo – il 1974/75 fu davvero un anno imbattibile. Il mio anno preferito. Nel giro di altri tre anni Graham Taylor ci avrebbe ritirati su dalla Fourth. Tempo sei anni e saremmo arrivai secondi in First Division, avremmo giocato la finale di Coppa d’Inghilterra e tre turni di Coppa UEFA. Il successo avrebbe avuto una parte importante della mia vita, arrivando a costituire una parte significativa della mia identità.

Ma in qualche modo era tutto più significativo quando mi cambiavo nello sgabuzzino del magazziniere. Quando correvo su e giù per la linea laterale. Quando portavo una tuta sformata e rotta con la cerniera che non si chiudeva. Quando mi sentivo a casa.

Un successo del genere non l’ho ottenuto mai più.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Storia delle idee del calcio, Mario Sconcerti (2012)

Edito da: Baldini, Castoldi & Dalai, prima edizione 2012, 389 pagine.

PREMESSA
Nozionismo e aneddotica l’hanno sempre fatta da padroni quando si è trattato di raccontare la storia del calcio. Per Mario Sconcerti, opinionista principe del Corriere della Sera e commentatore televisivo fra i più noti, spiegare il calcio limitandosi a un elenco di grandi match o alla consultazione di albi d’oro e statistiche sarebbe troppo riduttivo; il calcio non è certo una scienza esatta, ma uno sport emozionale ed emozionante, che si muove sotto la spinta dei sentimenti, della voglia di osare, delle idee. E proprio traendo ispirazione da idee, tattiche e intuizioni geniali di tanti grandi personaggi, lo scrittore fiorentino ci accompagna in un viaggio storico che prende piede dalla Piramide di Cambridge fino ad arrivare ai giorni nostri, attraversando tutto il Novecento e fermandosi a illustrarci il Sistema di Chapman, il Metodo di Pozzo, il catenaccio di Viani e Rocco, la rivoluzione olandese di Michels, l’avvento di Sacchi e il calcio multietnico di oggi.

PRO
Raccontare la storia del calcio prendendo spunto dalla tattica e dalle sue evoluzioni è un punto di partenza davvero originale e indubbiamente interessante. Sconcerti dimostra talento da professore; sa raccontare divinamente una storia, e sa come tenere desta l’attenzione del lettore con una serie di digressioni che rendo meno asettica la narrazione. Gli argomenti sviscerati spaziano dappertutto: non ci si limita alla sola tattica, ma ci sono interi capitoli dedicati alla preparazione fisica (l’ingresso del dottor Arcelli nello staff del Varese), a un nuovo approccio al calcio grazie all’uso della scienza, alla mescolanza fra le varie etnie dei calciatori. Non mancano simpatici aneddoti su grandi personaggi come Meazza, Liedholm, Boniperti, Maradona e una dissertazione sui grandi numeri 10 della storia azzurra, da Rivera a Totti passando per del Piero, Mancini e Baggio.

CONTRO
L’opera mostra semplicità lessicale e di stile, segnalandosi per la mostruosa quantità di dati forniti e temi trattati seppur condensati in “sole” 389 pagine. Un vero peccato però i molti errori sparsi nella prima edizione del libro. Se la Battaglia di Highbury ambientata nel 1933 anziché nel 1934 può essere derubricata a semplice refuso, nel libro Sconcerti si riferisce a Bilardo come CT dell’Argentina a USA 94, mentre invece il selezionatore della albiceleste fu Basile. Parla di Cyterszpiler (chiamato nel libro Cysterpiller, non si sa perché) che abbandona Maradona ai tempi di Barcellona (falso: Diego sostituì Jorge con Coppola ai tempi di Napoli). Clamorosa la topica sull’esordio di Meazza, secondo Sconcerti osteggiato da Viani, quando in realtà fu Poldo Conti a chiedere al’allenatore Weisz “adesso facciamo giocare anche i balilla?” affibbiando involontariamente a Meazza il soprannome che ne accompagnò la carriera.

UN ESTRATTO
(parlando del calcio negli anni Settanta, Sconcerti si sofferma sull’incontro fra le diverse culture di Gianni Agnelli, internazionale e aristocratico, e di Boniperti, sparagnino e popolare: un connubio che porterà la Juventus a vincere tutti i trofei nazionali e internazionali. Qui l’autore racconta un gustoso aneddoto risalente ai primi anni del loro rapporto.)

“Boniperti aveva sui soldi il gusto del grottesco, li difendeva con vigore e ironia. Una volta Gianni Agnelli gli promise un premio per una vittoria, quando era ancora calciatore. Gli chiese cosa volesse, Boniperti rispose nove mucche. L’Avvocato lo guardò stupito, poi pensò di capire. Ecco il Boniperti fattore che torna… Ma Boniperti gli chiese un favore in più. Nessun regalo a scatola chiusa. “Lasci che sia io a scegliere le mucche.”
L’Avvocato era così incuriosito che non solo accettò, ma volle essere presente al momento della scelta. Alla fine capì. Boniperti scelse nove mucche tutte incinte. Il regalo raddoppiava. Forse fu in quel momento che l’Avvocato capì di aver trovato un presidente.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Cantona, Daniele Manusia (2013)

Edito da: ADD Editore; p.191

PREMESSA
Daniele Manusia, direttore di l’UltimoUomo, descrive l’epopea di King Eric, dagli inizi in Francia con l’Auxerre al successo in Inghilterra, dove con il Manchester United diventerà uno dei più grandi giocatori di sempre (e, secondo i mancuniani, il miglior giocatore di tutti i tempi nella centenaria storia dei Red Devils).L’autore ci regala dunque un compendio delle gesta di Cantona, mettendone in luce le crisi private, le grandi giocate, i Brutti Gesti, inquadrando sia il calciatore sia l’uomo – il primo, peraltro, a parlare direttamente, spesso senza filtri, ai giornali e ai tifosi, talvolta pentendosi di ciò che ha detto e fatto. Forse. Perché con Cantona non si sa mai.

PRO
La cosa meravigliosa di Cantona è la piena consapevolezza di sé e dei suoi mezzi, alla quale si accompagna una incrollabile fedeltà ai propri ideali. Proprio per questo motivo, come da lui più volte ammesso, non ha mai voluto essere quello che gli altri volevano che fosse, né tantomeno ha mai detto ciò che gli altri volevano sentirsi dire. Una persona, tra l’altro, con un proprio concetto di ciò che è giusto o sbagliato. Non a caso, sir Alex Ferguson a tal proposito dirà: «se sente che si sta compiendo un’ingiustizia, deve dimostrare al mondo intero che lui la correggerà». Cantona, inoltre, è riuscito a scardinare il luogo comune dell’atleta che pensa unicamente al proprio sport. Non a caso, ha sempre manifestato il suo amore per l’arte, per il beau geste, in ogni sua forma: pittura, lettura, cinema. E proprio per le sue passioni artistiche, in Francia è stato visto (ed etichettato) come un “marginale” – termine utilizzato oltralpe in maniera estremamente dispregiativa, ma che lui ha accolto come un complimento perché, parole sue, ogni essere umano è diverso.

CONTRO
Manusia, a mio modesto avviso, non commette alcun errore nel raccontare le gesta di King Eric, sicché non ci sono dei veri e propri contro. Al più si può obiettare l’atteggiamento di aperto ostracismo mostrato dalla stampa francese nei confronti di Cantona, specialmente dopo il famoso calcio al tifoso del Crystal Palace, in occasione del quale la stampa transalpina lo trattò sostanzialmente come un appestato.

UN ESTRATTO
A mio parere (e non solo mio), il gol più bello di Cantona è stato realizzato durante una partita già vinta, di fine dicembre del ’96, quando lo United sta conducendo per 4-0. All’improvviso, però, la storia:

Eric prende palla a centrocampo. Si districa in mezzo a due avversari, è pesante, anche goffo, sembra che le ginocchia gli si pieghino verso l’interno. Al tempo stesso si capisce subito che gli avversari non possono fare niente per fermarlo, trasformati in statue di sale dalla fluidità un po’ a scatti di Cantona. Dopo un triangolo con McLair si ritrova al limite dell’area. Un difensore lo sta chiudendo in scivolata da sinistra e il portiere è avanzato fino al limite dell’area piccola chiudendogli lo specchio. In una frazione di secondo Cantona riesce a immaginare che ci sia lo spazio per fare un pallonetto. E forse quello spazio non c’è. Ci sarebbe quello sul primo palo, alla sinistra del portiere, ma sembra troppo vicino alla porta perché la palla scavalchi il portiere e scenda in tempo per entrare in rete. Quello che ne viene fuori è un colpo unico, un cucchiaio teso che sembra non scendere mai (anche a causa della prospettiva schiacciata della telecamera) e in diagonale sbatte sulla parte alta del secondo palo e per via dell’effetto continua la sua corsa sull’interno della rete».

Ladies and gentleman, madame and monsieur, The King. Eric Cantona.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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M. L’orgia del potere, Pippo Russo (2016)

Edito da: Edizioni Clichy

PREMESSA
Pippo Russo oltre ad essere scrittore è docente universitario di sociologia, saggista e giornalista. Dopo aver pubblicato un romanzo a sfondo calcistico (“Nedo Ludi”), si è specializzato nel racconto “d’inchiesta”, per mezzo del quale cerca di far emergere verità per molti scomode sul calcio contemporaneo globale.
In questo libro c’è il racconto e una forte critica della scalata di Jorge Mendes, che da proprietario di locali notturni è riuscito a divenire il re dei procuratori mondiali, non senza perplessità sui metodi utilizzati.

PRO
Il libro è una miniera di informazioni per chi cerca di orientarsi in un calcio ormai sempre più lontano dall’essere un gioco. Leggere Pippo Russo fa male, ma è un male necessario se si ha la sensazione che qualcuno o qualcosa stia compromettendo seriamente uno sport bellissimo.
Ho apprezzato la dedizione con la quale l’autore è riuscito a ricostruire vicende molto complesse, che mischiano il calciomercato allo scambio di favori e ad una circolazione molto sospetta del denaro in tutta Europa, in particolare in Portogallo. Personalmente mi ha chiarito in parte ciò che spesso mi sono chiesto, ovvero come mai molti flop pagati profumatamente vengano da quella terra, e nelle pagine troverete anche nomi molto conosciuti da noi italiani, come Joao Mario e Kondogbia. Il fatto che questi calciatori non fossero nominalmente di Mendes ma fossero comunque in qualche modo “spostati” per mezzo della sua influenza, chiarisce il modus operandi di un “super-Agente”, e di come ciò sia in grado di falsare quotazioni e presunti valori tecnici.
Dulcis in fundo: nel libro troverete descrizioni di una stampa complice, o quantomeno fintamente ignara della piega che sta prendendo il calcio. Anche sotto questo aspetto l’opera di Pippo Russo è molto istruttiva.

CONTRO
Non ci sono veri contro, ma semmai delle precisazioni da fare. Questo libro non si legge tutto d’un fiato, non è uno di quei libri da portare sotto l’ombrellone (io l’ho fatto, ma consideratemi un caso perso). La materia di cui tratta l’autore è incredibilmente complessa e quindi bisogna prestare attenzione a ogni pagina, ogni nome e ogni cifra per registrare dettagli senza i quali si rischia di perdersi. La ricostruzione della scalata di Mendes è frammentata e quindi non troppo semplice da seguire, presumo per via dell’impossibilità per l’autore di trovare resoconti lineari della sua vita al di là di un’edulcorata autobiografia.

UN ESTRATTO
Ho scelto un passaggio del libro che tratta di Bebé, uno dei flop più misteriosi nella storia del Manchester United, chiaramente sotto la procura di Mendes.

Sono le settimane di preparazione alla stagione 2010-2011, e le cronache riferiscono che Bebé stia compiendo un buon precampionato col Vitòria Guimaraes. A giugno Goncalo Reis (agente di Bebé prima che glielo soffiasse Mendes, aggiunta del recensore) aveva provato a piazzarlo al PSV Eindhoven, e dai dirigenti del club olandese si era sentito rispondere che non sapevano chi fosse quel giocatore. E invece ad agosto Bebé viene ceduto per una cifra mostruosa: 9 milioni, il prezzo della clausola di rescissione da poco firmata. E ancor più sorprendente è che a prenderlo sia il Manchester United, lo stesso club cui sono approdati Cristiano Ronaldo e Nani. Il giocatore che era stato giudicato «sconosciuto» da una squadra di seconda fascia europea diventa pezzo da 9 milioni per uno dei club più forti al mondo? Si stenta a credere, eppure succede. Ad aggiungere elementi d’incomprensibilità alla vicenda c’è il fatto che Bebé viene preso dal Manchester United anche se non ha ancora disputato una partita ufficiale col Vitòria Guimaraes. E infine, c’è che Bebé cambia agente due giorni prima della conclusione del trasferimento in Inghilterra. […] Risulterà infatti che dei 9 milioni di euro pagati dal Manchester United, soltanto 5,4 (cioè il 60%) finiscono nelle casse del club vimarense. I restanti 3,6 milioni vanno a Jorge Mendes.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il maledetto United, David Peace (2006)

Edito da: Il Saggiatore, prima edizione 2006, 410 pagine

PREMESSA
Una delle parole più abusate, in questa temperie culturale dove si tende sempre all’iperbole, è CAPOLAVORO. Non è questo il caso però di questo splendido romanzo scritto da David Peace, che narra i 44 giorni in cui Brian Clough, allenatore fra i più vincenti e personaggio fra i più amati e controversi della storia del calcio inglese, allenò il Leeds United, venendo poi costretto ad andarsene dall’ostracismo di un ambiente che non gli aveva perdonato l’antica rivalità.

PRO
Particolarmente accattivante è già la struttura del romanzo, in cui la distorsione temporale svolge un ruolo fondamentale. La narrazione non si limita a raccontare delle difficoltà di Clough a rapportarsi con un ambiente che lo detesta, ma fa un sapiente e continuo uso del flashback per raccontare la vita precedente dell’allenatore, raccontando la fine dei suoi giorni da giocatore, il terribile infortunio, la paura di perdere tutto, gli inizi all’ Hartlepool, la gloria al Derby, gli scoppi d’ira, il rapporto strettissimo con Peter Taylor, più di un assistente per lui. Peace, dopo aver compiuto un monumentale lavoro bibliografico, fa emergere ogni lato di Clough, i suoi pregi come allenatore e motivatore, senza risparmiarlo quando deve tratteggiarne la morale ambigua, i tradimenti agli amici, la sua tendenza all’alcolismo. Per non confondere il lettore, Peace utilizza due diversi caratteri, il corsivo per il passato, lo stampatello per il presente, e riesce da maestro consumato sia a dare ritmo all’azione (memorabili i passaggi in cui descrive la fasi salienti delle partite, come un grande radiocronista, enfatizzandone il ritmo con uso sapiente di ripetizioni e punteggiatura) sia a tinteggiare la psicologia dei personaggi, talmente vivi da ispirare una istantanea reazione di simpatia o antipatia in chi legge.

CONTRO
Compito improbo trovare difetti in un romanzo come questo , che ha ispirato un film altrettanto bello e che vedrei benissimo anche come serie Tv, sulla falsariga del recente “The English Game” di Netflix. Si può solo dire che a volte l’uso dello stream of consciousness di joyciana memoria rende un po’ farraginosa la narrazione.

UN ESTRATTO
(È la notte della vigilia del Charity Shield che vedrà il Leeds affrontare il Liverpool. Clough, già osteggiato da parte della dirigenza e della squadra nonostante sia appena al decimo giorno di lavoro, manifesta i primi sintomi di una crisi di rigetto da Elland Road che si rivelerà sempre più forte col passare dei giorni. Magnifica la tecnica di Peace, che solo alla fine svela il destinatario della telefonata, facilmente intuibile comunque dal lettore.)

Loro non sono la mia squadra. Non la mia. Non questa squadra, e non lo saranno mai.Loro sono la sua squadra. Il suo Leeds. Il suo sporco, fottuto Leeds, e lo saranno sempre. Non la mia squadra. Mai. Non la mia. Mai. Non questa squadra. Mai.

Mezzanotte è passata e non riesco a dormire. Ho di nuovo bevuto troppo, e ho un fottuto mal di testa del cazzo. La stanza è troppo calda e i cuscini sono troppo duri e mi manca mia moglie, mi mancano i miei bambini e vorrei non essere io, Brian Howard Clough. Non questa sera e non domani. Tiro fuori la mia rubrica. Alzo il telefono. Faccio il suo numero e lo sveglio.

“Chi è?”
“Sono Brian Clough” gli dico
“Che diavolo vuoi,Brian? È mezzanotte passata.”
“Lo so” gli dico “Mi spiace molto svegliarti in questo modo.”
“Sei ubriaco per caso? Cosa c’è che non va?”
“Sono la tua squadra” gli dico “Voglio che sia tu a sfilare con loro a Wembley .”
“Prego?”
“Tu hai vinto il campionato” gli dico “Tu sfili con loro domani.”
“Adesso il lavoro l’hai avuto tu Brian ” dice Don Revie “A te l’onore.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Preferisco la coppa, Carlo Ancelotti (2009)

PREMESSA
Carlo Ancelotti è senza dubbio uno dei miti viventi del calcio italiano ed è rimasto nel cuore di tutte le squadre che ha allenato. In questa autobiografia si fa aiutare dal giornalista di Sky Alessandro Alciato per portare su carta innumerevoli aneddoti.

PRO
Una lettura leggera, semplice e divertente, un libro da divorare in poco tempo, piacevole nella lettura, intriso di aneddoti ben descritti che riescono a catapultarti nella dimensione del racconto, rendendoti partecipe. Carlo Ancelotti si racconta, lo fa come se si stesse rivolgendo ad un bambino, semplice nella lettura ma mai banale, ogni racconto, per quanto ilare, lascia sempre trasparire quella cultura della vita semplice emiliana.
In più, c’è anche un messaggio importante nella prefazione del libro: “Questa autobiografia è nata dalla voglia di aiutare Stefano Borgonovo e la sua Fondazione per la lotta contro la SLA. I miei compensi vanno alla ricerca perché io voglio conoscere tutto di questa malattia, ma una cosa in particolare: il modo di sconfiggere la Stronza, come la chiamava Stefano.”

CONTRO
Nessuno.

UN ESTRATTO

Una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos ed abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato ed è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto, ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. Aiutato da Daniel Fonseca, un altro che non si faceva certo pregare. Paolo adorava Zizou, io adoravo anche Paolo, puro di cuore e di spirito. Un galeotto mancato, ma con un suo codice d’onore.

Questa recensione è stata pubblicata da Fabrizio De Cagno nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Roberto Baggio, Stefano Piri (2020)

Edito da: 66thand2nd; Febbraio 2020; p. 205

PREMESSA
Stefano Piri, giornalista e redattore di Esquire, si è imbarcato in una storia apparentemente semplice: narrare la carriera di Roberto Baggio. L’autore si dimostra abile nel raccontare l’evoluzione del “personaggio Baggio” mettendo in primo piano l’uomo e solo successivamente il calciatore, l’icona. E lo fa raccontando sia le difficoltà in cui è incorso il “divin codino” (infortuni ed incomprensioni con allenatori) e sia la carriera, vissuta in una sorta di continuo saliscendi sulle montagne russe, partendo dalle prime apparizioni con il Vicenza (periodo durante il quale sembrava il prototipo di un calciatore del futuro) sino a giungere all’epilogo con il Brescia – senza dimenticare quello che, verosimilmente, è stato il suo più grande amore, ossia la maglia azzurra, con la quale ha vissuto anche la più cocente delusione della sua carriera.

PRO
Più del campione in grado di illuminare in un unico momento una partita (in altre parole, il tipico giocatore per il quale “vale la pena pagare il prezzo del biglietto”), ciò che mi ha colpito è stato il ritratto della persona Roberto Baggio (ragazzo prima e di un uomo poi), per il quale era imprescindibile essere rispettato. È, dunque, una figura per la quale è inevitabile parteggiare, in considerazione di tutto ciò che è riuscito a dare al calcio nonostante le disavventure – fisiche e sportive – che ha affrontato durante tutto l’arco della carriera.

CONTRO
L’unica cosa che mi è piaciuta meno è stata quel vago accenno – che, per la verità, permea quasi tutto il libro – ad una presunta irrilevanza di Baggio. Secondo l’autore, infatti, le squadre in cui ha giocato Baggio avrebbero anche potuto fare a meno di lui, motivo per cui il divin codino finirebbe quasi per essere un piacere che gli allenatori sono costretti a negarsi con la maturità (in questo senso si pensi alla stagione 95/96 al Milan, durante la quale le assenze per infortunio sembrano rendere quasi irrilevante la sua mancanza; oppure alla pesante convivenza con Lippi all’Inter durante la stagione 99/00). E ciò mi pare davvero una contraddizione in termini, se si pensa a ciò che Baggio ha rappresentato per il mondo del calcio italiano e non.

UN ESTRATTO
Ce ne sarebbero tanti, su tutti lo sfogo contro Tabarez nella stagione 96/97, reo di non farlo giocare troppo. Però quello che più mi ha colpito, anche per questioni personali, riguarda la partita di Champions League Inter – Real. Eccola qui:

A cinque minuti dalla fine però c’è un’azione confusa in area del Real, Simeone serve Baggio che si gira e calcia in porta quasi alla cieca, con cattiveria, molto da attaccante e molto poco da Baggio. La palla è violenta, centrale, Illgner che si è tuffato a sinistra la tocca col piede ma riesce solo a farla impennare e finire sotto la traversa. A quasi trentadue anni, e da quasi esordiente in Champions League, Baggio corre verso la bandierina strappandosi la maglia come se fosse in fiamme, col viso contratto in un’espressione di esultanza che sembra quasi di orrore: mai visto esultare così, mentre una nuvola di maglie nerazzurre e giacche a vento provenienti dalla panchina lo avvolge.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.