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Storia delle idee del calcio, Mario Sconcerti (2012)

Edito da: Baldini, Castoldi & Dalai, prima edizione 2012, 389 pagine.

PREMESSA
Nozionismo e aneddotica l’hanno sempre fatta da padroni quando si è trattato di raccontare la storia del calcio. Per Mario Sconcerti, opinionista principe del Corriere della Sera e commentatore televisivo fra i più noti, spiegare il calcio limitandosi a un elenco di grandi match o alla consultazione di albi d’oro e statistiche sarebbe troppo riduttivo; il calcio non è certo una scienza esatta, ma uno sport emozionale ed emozionante, che si muove sotto la spinta dei sentimenti, della voglia di osare, delle idee. E proprio traendo ispirazione da idee, tattiche e intuizioni geniali di tanti grandi personaggi, lo scrittore fiorentino ci accompagna in un viaggio storico che prende piede dalla Piramide di Cambridge fino ad arrivare ai giorni nostri, attraversando tutto il Novecento e fermandosi a illustrarci il Sistema di Chapman, il Metodo di Pozzo, il catenaccio di Viani e Rocco, la rivoluzione olandese di Michels, l’avvento di Sacchi e il calcio multietnico di oggi.

PRO
Raccontare la storia del calcio prendendo spunto dalla tattica e dalle sue evoluzioni è un punto di partenza davvero originale e indubbiamente interessante. Sconcerti dimostra talento da professore; sa raccontare divinamente una storia, e sa come tenere desta l’attenzione del lettore con una serie di digressioni che rendo meno asettica la narrazione. Gli argomenti sviscerati spaziano dappertutto: non ci si limita alla sola tattica, ma ci sono interi capitoli dedicati alla preparazione fisica (l’ingresso del dottor Arcelli nello staff del Varese), a un nuovo approccio al calcio grazie all’uso della scienza, alla mescolanza fra le varie etnie dei calciatori. Non mancano simpatici aneddoti su grandi personaggi come Meazza, Liedholm, Boniperti, Maradona e una dissertazione sui grandi numeri 10 della storia azzurra, da Rivera a Totti passando per del Piero, Mancini e Baggio.

CONTRO
L’opera mostra semplicità lessicale e di stile, segnalandosi per la mostruosa quantità di dati forniti e temi trattati seppur condensati in “sole” 389 pagine. Un vero peccato però i molti errori sparsi nella prima edizione del libro. Se la Battaglia di Highbury ambientata nel 1933 anziché nel 1934 può essere derubricata a semplice refuso, nel libro Sconcerti si riferisce a Bilardo come CT dell’Argentina a USA 94, mentre invece il selezionatore della albiceleste fu Basile. Parla di Cyterszpiler (chiamato nel libro Cysterpiller, non si sa perché) che abbandona Maradona ai tempi di Barcellona (falso: Diego sostituì Jorge con Coppola ai tempi di Napoli). Clamorosa la topica sull’esordio di Meazza, secondo Sconcerti osteggiato da Viani, quando in realtà fu Poldo Conti a chiedere al’allenatore Weisz “adesso facciamo giocare anche i balilla?” affibbiando involontariamente a Meazza il soprannome che ne accompagnò la carriera.

UN ESTRATTO
(parlando del calcio negli anni Settanta, Sconcerti si sofferma sull’incontro fra le diverse culture di Gianni Agnelli, internazionale e aristocratico, e di Boniperti, sparagnino e popolare: un connubio che porterà la Juventus a vincere tutti i trofei nazionali e internazionali. Qui l’autore racconta un gustoso aneddoto risalente ai primi anni del loro rapporto.)

“Boniperti aveva sui soldi il gusto del grottesco, li difendeva con vigore e ironia. Una volta Gianni Agnelli gli promise un premio per una vittoria, quando era ancora calciatore. Gli chiese cosa volesse, Boniperti rispose nove mucche. L’Avvocato lo guardò stupito, poi pensò di capire. Ecco il Boniperti fattore che torna… Ma Boniperti gli chiese un favore in più. Nessun regalo a scatola chiusa. “Lasci che sia io a scegliere le mucche.”
L’Avvocato era così incuriosito che non solo accettò, ma volle essere presente al momento della scelta. Alla fine capì. Boniperti scelse nove mucche tutte incinte. Il regalo raddoppiava. Forse fu in quel momento che l’Avvocato capì di aver trovato un presidente.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Cantona, Daniele Manusia (2013)

Edito da: ADD Editore; p.191

PREMESSA
Daniele Manusia, direttore di l’UltimoUomo, descrive l’epopea di King Eric, dagli inizi in Francia con l’Auxerre al successo in Inghilterra, dove con il Manchester United diventerà uno dei più grandi giocatori di sempre (e, secondo i mancuniani, il miglior giocatore di tutti i tempi nella centenaria storia dei Red Devils).L’autore ci regala dunque un compendio delle gesta di Cantona, mettendone in luce le crisi private, le grandi giocate, i Brutti Gesti, inquadrando sia il calciatore sia l’uomo – il primo, peraltro, a parlare direttamente, spesso senza filtri, ai giornali e ai tifosi, talvolta pentendosi di ciò che ha detto e fatto. Forse. Perché con Cantona non si sa mai.

PRO
La cosa meravigliosa di Cantona è la piena consapevolezza di sé e dei suoi mezzi, alla quale si accompagna una incrollabile fedeltà ai propri ideali. Proprio per questo motivo, come da lui più volte ammesso, non ha mai voluto essere quello che gli altri volevano che fosse, né tantomeno ha mai detto ciò che gli altri volevano sentirsi dire. Una persona, tra l’altro, con un proprio concetto di ciò che è giusto o sbagliato. Non a caso, sir Alex Ferguson a tal proposito dirà: «se sente che si sta compiendo un’ingiustizia, deve dimostrare al mondo intero che lui la correggerà». Cantona, inoltre, è riuscito a scardinare il luogo comune dell’atleta che pensa unicamente al proprio sport. Non a caso, ha sempre manifestato il suo amore per l’arte, per il beau geste, in ogni sua forma: pittura, lettura, cinema. E proprio per le sue passioni artistiche, in Francia è stato visto (ed etichettato) come un “marginale” – termine utilizzato oltralpe in maniera estremamente dispregiativa, ma che lui ha accolto come un complimento perché, parole sue, ogni essere umano è diverso.

CONTRO
Manusia, a mio modesto avviso, non commette alcun errore nel raccontare le gesta di King Eric, sicché non ci sono dei veri e propri contro. Al più si può obiettare l’atteggiamento di aperto ostracismo mostrato dalla stampa francese nei confronti di Cantona, specialmente dopo il famoso calcio al tifoso del Crystal Palace, in occasione del quale la stampa transalpina lo trattò sostanzialmente come un appestato.

UN ESTRATTO
A mio parere (e non solo mio), il gol più bello di Cantona è stato realizzato durante una partita già vinta, di fine dicembre del ’96, quando lo United sta conducendo per 4-0. All’improvviso, però, la storia:

Eric prende palla a centrocampo. Si districa in mezzo a due avversari, è pesante, anche goffo, sembra che le ginocchia gli si pieghino verso l’interno. Al tempo stesso si capisce subito che gli avversari non possono fare niente per fermarlo, trasformati in statue di sale dalla fluidità un po’ a scatti di Cantona. Dopo un triangolo con McLair si ritrova al limite dell’area. Un difensore lo sta chiudendo in scivolata da sinistra e il portiere è avanzato fino al limite dell’area piccola chiudendogli lo specchio. In una frazione di secondo Cantona riesce a immaginare che ci sia lo spazio per fare un pallonetto. E forse quello spazio non c’è. Ci sarebbe quello sul primo palo, alla sinistra del portiere, ma sembra troppo vicino alla porta perché la palla scavalchi il portiere e scenda in tempo per entrare in rete. Quello che ne viene fuori è un colpo unico, un cucchiaio teso che sembra non scendere mai (anche a causa della prospettiva schiacciata della telecamera) e in diagonale sbatte sulla parte alta del secondo palo e per via dell’effetto continua la sua corsa sull’interno della rete».

Ladies and gentleman, madame and monsieur, The King. Eric Cantona.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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M. L’orgia del potere, Pippo Russo (2016)

Edito da: Edizioni Clichy

PREMESSA
Pippo Russo oltre ad essere scrittore è docente universitario di sociologia, saggista e giornalista. Dopo aver pubblicato un romanzo a sfondo calcistico (“Nedo Ludi”), si è specializzato nel racconto “d’inchiesta”, per mezzo del quale cerca di far emergere verità per molti scomode sul calcio contemporaneo globale.
In questo libro c’è il racconto e una forte critica della scalata di Jorge Mendes, che da proprietario di locali notturni è riuscito a divenire il re dei procuratori mondiali, non senza perplessità sui metodi utilizzati.

PRO
Il libro è una miniera di informazioni per chi cerca di orientarsi in un calcio ormai sempre più lontano dall’essere un gioco. Leggere Pippo Russo fa male, ma è un male necessario se si ha la sensazione che qualcuno o qualcosa stia compromettendo seriamente uno sport bellissimo.
Ho apprezzato la dedizione con la quale l’autore è riuscito a ricostruire vicende molto complesse, che mischiano il calciomercato allo scambio di favori e ad una circolazione molto sospetta del denaro in tutta Europa, in particolare in Portogallo. Personalmente mi ha chiarito in parte ciò che spesso mi sono chiesto, ovvero come mai molti flop pagati profumatamente vengano da quella terra, e nelle pagine troverete anche nomi molto conosciuti da noi italiani, come Joao Mario e Kondogbia. Il fatto che questi calciatori non fossero nominalmente di Mendes ma fossero comunque in qualche modo “spostati” per mezzo della sua influenza, chiarisce il modus operandi di un “super-Agente”, e di come ciò sia in grado di falsare quotazioni e presunti valori tecnici.
Dulcis in fundo: nel libro troverete descrizioni di una stampa complice, o quantomeno fintamente ignara della piega che sta prendendo il calcio. Anche sotto questo aspetto l’opera di Pippo Russo è molto istruttiva.

CONTRO
Non ci sono veri contro, ma semmai delle precisazioni da fare. Questo libro non si legge tutto d’un fiato, non è uno di quei libri da portare sotto l’ombrellone (io l’ho fatto, ma consideratemi un caso perso). La materia di cui tratta l’autore è incredibilmente complessa e quindi bisogna prestare attenzione a ogni pagina, ogni nome e ogni cifra per registrare dettagli senza i quali si rischia di perdersi. La ricostruzione della scalata di Mendes è frammentata e quindi non troppo semplice da seguire, presumo per via dell’impossibilità per l’autore di trovare resoconti lineari della sua vita al di là di un’edulcorata autobiografia.

UN ESTRATTO
Ho scelto un passaggio del libro che tratta di Bebé, uno dei flop più misteriosi nella storia del Manchester United, chiaramente sotto la procura di Mendes.

Sono le settimane di preparazione alla stagione 2010-2011, e le cronache riferiscono che Bebé stia compiendo un buon precampionato col Vitòria Guimaraes. A giugno Goncalo Reis (agente di Bebé prima che glielo soffiasse Mendes, aggiunta del recensore) aveva provato a piazzarlo al PSV Eindhoven, e dai dirigenti del club olandese si era sentito rispondere che non sapevano chi fosse quel giocatore. E invece ad agosto Bebé viene ceduto per una cifra mostruosa: 9 milioni, il prezzo della clausola di rescissione da poco firmata. E ancor più sorprendente è che a prenderlo sia il Manchester United, lo stesso club cui sono approdati Cristiano Ronaldo e Nani. Il giocatore che era stato giudicato «sconosciuto» da una squadra di seconda fascia europea diventa pezzo da 9 milioni per uno dei club più forti al mondo? Si stenta a credere, eppure succede. Ad aggiungere elementi d’incomprensibilità alla vicenda c’è il fatto che Bebé viene preso dal Manchester United anche se non ha ancora disputato una partita ufficiale col Vitòria Guimaraes. E infine, c’è che Bebé cambia agente due giorni prima della conclusione del trasferimento in Inghilterra. […] Risulterà infatti che dei 9 milioni di euro pagati dal Manchester United, soltanto 5,4 (cioè il 60%) finiscono nelle casse del club vimarense. I restanti 3,6 milioni vanno a Jorge Mendes.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il maledetto United, David Peace (2006)

Edito da: Il Saggiatore, prima edizione 2006, 410 pagine

PREMESSA
Una delle parole più abusate, in questa temperie culturale dove si tende sempre all’iperbole, è CAPOLAVORO. Non è questo il caso però di questo splendido romanzo scritto da David Peace, che narra i 44 giorni in cui Brian Clough, allenatore fra i più vincenti e personaggio fra i più amati e controversi della storia del calcio inglese, allenò il Leeds United, venendo poi costretto ad andarsene dall’ostracismo di un ambiente che non gli aveva perdonato l’antica rivalità.

PRO
Particolarmente accattivante è già la struttura del romanzo, in cui la distorsione temporale svolge un ruolo fondamentale. La narrazione non si limita a raccontare delle difficoltà di Clough a rapportarsi con un ambiente che lo detesta, ma fa un sapiente e continuo uso del flashback per raccontare la vita precedente dell’allenatore, raccontando la fine dei suoi giorni da giocatore, il terribile infortunio, la paura di perdere tutto, gli inizi all’ Hartlepool, la gloria al Derby, gli scoppi d’ira, il rapporto strettissimo con Peter Taylor, più di un assistente per lui. Peace, dopo aver compiuto un monumentale lavoro bibliografico, fa emergere ogni lato di Clough, i suoi pregi come allenatore e motivatore, senza risparmiarlo quando deve tratteggiarne la morale ambigua, i tradimenti agli amici, la sua tendenza all’alcolismo. Per non confondere il lettore, Peace utilizza due diversi caratteri, il corsivo per il passato, lo stampatello per il presente, e riesce da maestro consumato sia a dare ritmo all’azione (memorabili i passaggi in cui descrive la fasi salienti delle partite, come un grande radiocronista, enfatizzandone il ritmo con uso sapiente di ripetizioni e punteggiatura) sia a tinteggiare la psicologia dei personaggi, talmente vivi da ispirare una istantanea reazione di simpatia o antipatia in chi legge.

CONTRO
Compito improbo trovare difetti in un romanzo come questo , che ha ispirato un film altrettanto bello e che vedrei benissimo anche come serie Tv, sulla falsariga del recente “The English Game” di Netflix. Si può solo dire che a volte l’uso dello stream of consciousness di joyciana memoria rende un po’ farraginosa la narrazione.

UN ESTRATTO
(È la notte della vigilia del Charity Shield che vedrà il Leeds affrontare il Liverpool. Clough, già osteggiato da parte della dirigenza e della squadra nonostante sia appena al decimo giorno di lavoro, manifesta i primi sintomi di una crisi di rigetto da Elland Road che si rivelerà sempre più forte col passare dei giorni. Magnifica la tecnica di Peace, che solo alla fine svela il destinatario della telefonata, facilmente intuibile comunque dal lettore.)

Loro non sono la mia squadra. Non la mia. Non questa squadra, e non lo saranno mai.Loro sono la sua squadra. Il suo Leeds. Il suo sporco, fottuto Leeds, e lo saranno sempre. Non la mia squadra. Mai. Non la mia. Mai. Non questa squadra. Mai.

Mezzanotte è passata e non riesco a dormire. Ho di nuovo bevuto troppo, e ho un fottuto mal di testa del cazzo. La stanza è troppo calda e i cuscini sono troppo duri e mi manca mia moglie, mi mancano i miei bambini e vorrei non essere io, Brian Howard Clough. Non questa sera e non domani. Tiro fuori la mia rubrica. Alzo il telefono. Faccio il suo numero e lo sveglio.

“Chi è?”
“Sono Brian Clough” gli dico
“Che diavolo vuoi,Brian? È mezzanotte passata.”
“Lo so” gli dico “Mi spiace molto svegliarti in questo modo.”
“Sei ubriaco per caso? Cosa c’è che non va?”
“Sono la tua squadra” gli dico “Voglio che sia tu a sfilare con loro a Wembley .”
“Prego?”
“Tu hai vinto il campionato” gli dico “Tu sfili con loro domani.”
“Adesso il lavoro l’hai avuto tu Brian ” dice Don Revie “A te l’onore.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Preferisco la coppa, Carlo Ancelotti (2009)

PREMESSA
Carlo Ancelotti è senza dubbio uno dei miti viventi del calcio italiano ed è rimasto nel cuore di tutte le squadre che ha allenato. In questa autobiografia si fa aiutare dal giornalista di Sky Alessandro Alciato per portare su carta innumerevoli aneddoti.

PRO
Una lettura leggera, semplice e divertente, un libro da divorare in poco tempo, piacevole nella lettura, intriso di aneddoti ben descritti che riescono a catapultarti nella dimensione del racconto, rendendoti partecipe. Carlo Ancelotti si racconta, lo fa come se si stesse rivolgendo ad un bambino, semplice nella lettura ma mai banale, ogni racconto, per quanto ilare, lascia sempre trasparire quella cultura della vita semplice emiliana.
In più, c’è anche un messaggio importante nella prefazione del libro: “Questa autobiografia è nata dalla voglia di aiutare Stefano Borgonovo e la sua Fondazione per la lotta contro la SLA. I miei compensi vanno alla ricerca perché io voglio conoscere tutto di questa malattia, ma una cosa in particolare: il modo di sconfiggere la Stronza, come la chiamava Stefano.”

CONTRO
Nessuno.

UN ESTRATTO

Una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos ed abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato ed è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto, ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. Aiutato da Daniel Fonseca, un altro che non si faceva certo pregare. Paolo adorava Zizou, io adoravo anche Paolo, puro di cuore e di spirito. Un galeotto mancato, ma con un suo codice d’onore.

Questa recensione è stata pubblicata da Fabrizio De Cagno nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Roberto Baggio, Stefano Piri (2020)

Edito da: 66thand2nd; Febbraio 2020; p. 205

PREMESSA
Stefano Piri, giornalista e redattore di Esquire, si è imbarcato in una storia apparentemente semplice: narrare la carriera di Roberto Baggio. L’autore si dimostra abile nel raccontare l’evoluzione del “personaggio Baggio” mettendo in primo piano l’uomo e solo successivamente il calciatore, l’icona. E lo fa raccontando sia le difficoltà in cui è incorso il “divin codino” (infortuni ed incomprensioni con allenatori) e sia la carriera, vissuta in una sorta di continuo saliscendi sulle montagne russe, partendo dalle prime apparizioni con il Vicenza (periodo durante il quale sembrava il prototipo di un calciatore del futuro) sino a giungere all’epilogo con il Brescia – senza dimenticare quello che, verosimilmente, è stato il suo più grande amore, ossia la maglia azzurra, con la quale ha vissuto anche la più cocente delusione della sua carriera.

PRO
Più del campione in grado di illuminare in un unico momento una partita (in altre parole, il tipico giocatore per il quale “vale la pena pagare il prezzo del biglietto”), ciò che mi ha colpito è stato il ritratto della persona Roberto Baggio (ragazzo prima e di un uomo poi), per il quale era imprescindibile essere rispettato. È, dunque, una figura per la quale è inevitabile parteggiare, in considerazione di tutto ciò che è riuscito a dare al calcio nonostante le disavventure – fisiche e sportive – che ha affrontato durante tutto l’arco della carriera.

CONTRO
L’unica cosa che mi è piaciuta meno è stata quel vago accenno – che, per la verità, permea quasi tutto il libro – ad una presunta irrilevanza di Baggio. Secondo l’autore, infatti, le squadre in cui ha giocato Baggio avrebbero anche potuto fare a meno di lui, motivo per cui il divin codino finirebbe quasi per essere un piacere che gli allenatori sono costretti a negarsi con la maturità (in questo senso si pensi alla stagione 95/96 al Milan, durante la quale le assenze per infortunio sembrano rendere quasi irrilevante la sua mancanza; oppure alla pesante convivenza con Lippi all’Inter durante la stagione 99/00). E ciò mi pare davvero una contraddizione in termini, se si pensa a ciò che Baggio ha rappresentato per il mondo del calcio italiano e non.

UN ESTRATTO
Ce ne sarebbero tanti, su tutti lo sfogo contro Tabarez nella stagione 96/97, reo di non farlo giocare troppo. Però quello che più mi ha colpito, anche per questioni personali, riguarda la partita di Champions League Inter – Real. Eccola qui:

A cinque minuti dalla fine però c’è un’azione confusa in area del Real, Simeone serve Baggio che si gira e calcia in porta quasi alla cieca, con cattiveria, molto da attaccante e molto poco da Baggio. La palla è violenta, centrale, Illgner che si è tuffato a sinistra la tocca col piede ma riesce solo a farla impennare e finire sotto la traversa. A quasi trentadue anni, e da quasi esordiente in Champions League, Baggio corre verso la bandierina strappandosi la maglia come se fosse in fiamme, col viso contratto in un’espressione di esultanza che sembra quasi di orrore: mai visto esultare così, mentre una nuvola di maglie nerazzurre e giacche a vento provenienti dalla panchina lo avvolge.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Duellanti, Paolo Condò (2016)

Edito da : Baldini & Castoldi, 2016, 217 pagine

PREMESSA
Paolo Condò, commentatore sportivo per Sky e columnist della gloriosa Gazzetta dello Sport, regala una grandissima prova di sè con questa splendida opera riguardante i quattro Clasicos disputati nell’aprile 2011, con i grandi rivali di Spagna, Barcellona e Real Madrid, che si affrontano in soli 18 giorni per contendersi campionato, Copa del Rey e Champions League. L’autore ci prende per mano guidandoci , novello Virgilio, in una vera e propria infernale guerra mediatica senza esclusioni di colpi, riuscendo nel contempo a fornirci un meraviglioso affresco di come fosse vivere e lavorare in Spagna per un giornalista sportivo.

PRO
Beh, il libro appassiona innanzitutto perché è la storia di un duello rusticano fra i due condottieri delle squadre all’epoca probabilmente più forti e ricche del mondo (godibilissima la citazione colta in cui paragona i due allenatori ai protagonisti dell’omonimo film di Ridley Scott, dipingendo Mourinho come il sanguigno Feraud e Guardiola al più distaccato D’Hubert). Condò è magistrale nella descrizione di tutto l’ambiente: ogni conferenza stampa è vivisezionata fino alla descrizione dei tic nervosi dei protagonisti, il ritmo narrativo è agile e incalzante, e l’autore spiega ogni reazione dei vari personaggi che si stagliano sullo sfondo scavando a fondo nel passato e nell’animo di ogni attore.

CONTRO
Dovendo proprio trovare il pelo nell’uovo…diciamo che il giornalista triestino è davvero molto, molto bravo a mantenere il più possibile la cosiddetta “neutralità del conduttore”. Non lesina complimenti a Mourinho, sottolineando volentieri i suoi trionfi, l’abilità sia tattica sia nella creazione di alchimia fra i giocatori, la bravura nel piegare ai suoi voleri anche presidenti abituati a comandare anziché chiedere. Ma quando parla di Guardiola, non può trattenersi: la sua sconfinata ammirazione per l’uomo prima che per l’allenatore, lo porta a farsi prendere un po’ la mano, sconfinando nell’agiografia più spinta. Ma la maestria dell’autore sta anche nel far sì che questo suo “tifo” non infici assolutamente la fruibilità e la godibiltà dell’opera.

UN ESTRATTO
Scelgo il passo della commemorazione di Puskas, in cui a mio parere Condò tocca l’apice con una commovente intensità.

A 85 anni don Alfredo, presidente onorario del club e consigliere particolare di Florentino Perez, è una specie di divinità crepuscolare ed esausta. Qualche anno prima, nel 2006, da invitato nella tribuna d’onore del Bernabeu, assistei a una scena che mi strinse il cuore. Prima di una gara col Racing Santander venne ricordato il grande Ferenc Puskas, scomparso in settimana, e nella commozione di quello stadio immenso, accompagnata dalla musica struggente di Ennio Morricone , agli altri due componenti del trio d’attacco magico di fine anni 50, Gento e Di Stefano, si inumidirono gli occhi. Francisco Gento, l’antica freccia madridista, si alzò faticosamente dalla poltroncina. Don Alfredo provò a fare forza sulle ginocchia, ma senza riuscirci: rimase allora seduto con la coppola levata dal capo nella mano sinistra, la destra stretta a quella di Gento in piedi. La cerimonia durò novanta secondi, novanta secondi di fortissima intensità, e in quei due vecchi che si tenevano per mano salutando l’amico di giorni lontani e tanto, tanto gloriosi, c’era il senso feroce del tempo che scorre, crudele e persino offensivo nel decadimento fisico degli antichi eroi.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Buon sangue non mente, Giuseppe D’Onofrio (2006)

PREMESSA
Giuseppe D’Onofrio insegna ematologia e medicina di laboratorio all’Università Cattolica di Roma ed è direttore del Servizio di Emotrasfusione del Policlinico Gemelli di Roma. Più di trent’anni di analisi del sangue gli sono valsi vari riconoscimenti accademici nonché la possibilità di essere scelto come perito ematologo in alcuni processi per doping. Nel gennaio del 2004 viene designato come perito per un processo che sconvolgerà il mondo del calcio italiano (anche se oggi è quasi finito nel dimenticatoio): il processo per doping farmaceutico che vede come imputata la Juventus. Il caso venne aperto a partire dalle dichiarazioni di Zeman del 1998, con le quali l’allora allenatore della Roma aveva avanzato dubbi sull’uso eccessivo di farmaci nel calcio e sulle trasformazioni fisiche di alcuni giocatori della Juventus: “È uno sbalordimento che comincia con Gianluca Vialli. E arriva fino ad Alessandro Del Piero. Io che ho praticato diversi sport pensavo che certi risultati si potessero raggiungere solo col culturismo, dopo anni di lavoro specifico”.
Questo libro, scritto in prima persona da D’Onofrio, offre un vivido resoconto di quel processo, nonché dell’elaborazione della perizia con la quale l’autore avvalorò i sospetti di doping.

PRO
Personalmente ho trovato questa lettura rincuorante. Sono un tifoso del calcio, prima ancora che di una specifica squadra. Ho sempre amato visceralmente questo sport e considero il calcio come un gioco. Dato che giocare, come sappiamo, è un qualcosa ormai concesso solo ai bambini e per brevi periodi, considero il calcio anche come un gioco capace, nel suo piccolo, di resistere e non farci mai invecchiare. Se pensiamo però al calcio degli ultimi decenni, è naturale almeno per noi italiani tornare col pensiero dapprima al processo Calciopoli, che smascherò un vero sistema atto a manipolare i risultati delle partite, e poi al processo per doping farmaceutico che qualche anno prima coinvolse ancora la Juventus, e che viene raccontato nel libro da D’Onofrio.
Leggendo queste pagine non ho potuto far altro che ringraziare l’autore per tre motivi: innanzitutto il coraggio dimostrato nell’occasione del processo, nel quale andò contro gli avvocati di una squadra con grande forza politica ed economica. Poi, in secondo luogo, per aver deciso di scrivere questo libro e tramandare così alla storia fatti che altrimenti rischierebbero di essere oscurati. Infine, l’ho ringraziato in cuor mio per la piacevolezza e la scorrevolezza della lettura, perché non si tratta del libro di un ematologo prestato alla scrittura, ma forse del contrario, ovvero di uno scrittore prestato all’ematologia.
Libro da leggere e far leggere, sia a sportivi che a studiosi che stanno per intraprendere una carriera in laboratorio. Consigliatissimo.

CONTRO
Nessuno. Si potrebbe obiettare che un tifoso della Juventus potrebbe non apprezzare il libro, ma penso che in realtà dovrebbe farlo e rimarcare, se possibile, una differenza tra il tifo e il supporto a condotte fraudolente.

UN ESTRATTO

Qualcosa non quadra. Valori alti, controlli frequenti. Dimas pure lui ha strane dissociazioni sui parametri del ferro. Ma quanti esami del sangue faceva Ferrara! Sei volte in cinque mesi dopo il Capodanno 97-98. Ma che dovevano controllare? Riporto il seguente appunto: «Cazzo! I valori più alti sono tra ottobre ’97 e marzo ’98! Specialmente il 29 dicembre ’97, che succedeva?»
Anche Birindelli ha la massima escursione di emoglobina quel giorno, Tacchinardi perfino arriva a 15,6. Un giorno miracoloso! Anche Montero ha proprio lì il suo valore massimo, addirittura 16,9, molto alto, confermato a febbraio. E Pessotto è una miniera di bizzarrie. La sua ferritina è sempre buona, ma la saturazione si abbassa almeno quattro volte, senza motivo. Ha una conta di reticolociti elevata, 2,7%, segno di stimolazione: ma che glieli misuravano a fare i reticolociti, ai calciatori con l’emoglobina normale? Altro mistero. E poi attenzione, questa è grossa: massimo valore il 14 ottobre ’98, 16,2 di emoglobina e addirittura 49,9% di ematocrito, e che succede? Dopo neanche due settimane gli ripetono tutte le analisi e l’emoglobina scende a 14,2 e l’ematocrito a 44%. Sono indizi seri, questi, sparpagliati, ma tutti nella stessa direzione. Tutte queste analisi dovevano servire a controllare qualcosa. E questi atleti stavano bene, giocavano, non erano infortunati.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio Santori nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.