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Goals, Gianluca Vialli (2018)

Edito da: Mondadori

PREMESSA
Non inganni il titolo: questo libro non è il racconto delle più importanti reti segnate da Vialli nella sua lunga e fortunata carriera. Sono in realtà dei brevi racconti esemplari, storie di personaggi del calcio e dello sport in generale, che nei desideri dell’autore, vogliono fornire al lettore il coraggio per affrontare le sfide più difficili.

PRO
Libro che nasce in seguito a una esigenza scaturita in Vialli dopo la diagnosi della malattia che lo ha colpito: nei momenti difficili servono esempi ai quali aggrapparsi per non mollare. L’ex attaccante della Nazionale sceglie con cura 99 personaggi +1 le cui storie, sempre appassionanti, mai banali, mostrano quanto siano fondamentali nella vita la perseveranza, i sogni, il duro lavoro, il credere in sé stessi senza mai mollare. Ogni racconto è preceduto da una massima motivazionale, sia essa un antico proverbio cinese o una frase di Aristotele, Steve Jobs o Eleanor Roosevelt fra gli altri. Perché il “+1”? La centesima storia è proprio quella personale di Vialli, che svela gli angosciosi momenti in cui si trova a fare i conti con il dramma del male, la diagnosi, la paura, il sollievo delle prime cure, la vicinanza degli affetti più cari, la luce in fondo al tunnel. I proventi del libro sono inoltre destinati alla Fondazione Vialli e Mauro per la ricerca e lo sport.

CONTRO
La prima fatica letteraria di Vialli era stata “The Italian Job” (ne riparleremo), splendido libro in cui Luca parte delle esperienze come player manager in Inghilterra per vivisezionare il lavoro dell’allenatore grazie anche al contributo di colleghi, sia giornalisti che allenaotir e giocatori. “Goals” è di tutt’altro genere: classico libro da leggere come passatempo, durante un volo intercontintale o anche per svagarsi piacevolmente dopo una dura giornata di lavoro o in pausa studio. Se per voi questo non è un difetto…vi do perfettamente ragione, ma il libro è davvero piacevole e veloce da leggere.

UN ESTRATTO
(fra le varie storie esemplari, presento quella di Jock Stein, figura poco conosciuta in Italia, ma che gode di immenso prestigio nel regno Unito, allenatore della prima squadra britannica a vincere la Coppa dei Campioni con il Celtic)

Anche gli allenatori hanno una classifica, e tra i primi dieci di ogni epoca ce n’è uno forse meno conosciuto di altri: John “Jock” Stein. Uno che come si dice, legò la sua vita la calcio fino all’ultimo respiro. Letteralmente. Scozzese, di tempra dura, ma dal cuore tenero, aveva iniziato a giocare giovane e aveva avuto una più che discreta carriera. Poiché era cattolico, la sua destinazione più naturale non poteva che essere il Celtic, la squadra dei cattolici di Glasgow, quella con le meravigliose strisce orizzontali bianche e verdi. Siamo nel 1951. E il matrimonio è uno di quelli destinati a durare per sempre: quasi trent’anni. Prima come giocatore, poi come allaneatore delle giovanili e infine come tecnico della prima squadra. Fu lui a tirare su ragazzi come Billy Mc Neal, futuro storico capitano della squadra. Jock Stein amava il calcio d’attacco, e il suo Celtic attaccava e attaccava per tutta la partita, a ondate continue. (…) Quel Celtic vinse un titolo dopo l’altro, campionati e coppe di Scozia. E non solo: quando si affacciò in europa, nella Coppa dei Campioni del 1967, arrivò fino a Lisbona per giocarsi la finale contro la Grande Inter di Helenio Herrera. I milanesi erano favoriti, e infatti andarono in vantaggio dopo soli sette minuti con un rigore di Mazzola.a da quel momento in poi il Celtic fu arrembante. Un vero e proprio assedio scozzese, con trentanove tiri verso la porta di Giuliano Sarti, che compì parate incredibili. Ma alla fine Tommy Gemmell e Steven Chalmers riuscirono a superarlo, e il Celtic fu la prima squadra britannica , e in generale non latina, a vincere la Coppa dei Campioni. E Jock Stein il primo allenatore a conquistare il treble, quello che oggi tutti chiamano triplete (…) A differenza di altri tecnici vincenti, però, Jock Stein non aveva a disposizione una squadra di fuoriclasse strapagati provenienti da tutto il mondo. Era formata da giocatori nati a non più di trenta miglia da Glasgow, e cresciuti nelle giovanili della squadra.Vero e proprio eroe nazionale, Jock, dopo aver vinto molto e sfiorato una seconda Coppa dei Campioni nel 1970 a San Siro contro il Feyenoord, nel 1978 passò alla guida dell a nazionale scozzese., che portò al mondiale del 1982. Uscì in un girone di ferro, contro Urss, Brasile qualche sospetta decisione arbitrale. Il 10 settembre 1985, però, era ancora sulla panchina della Scozia, a Cardiff, in un match contro il Galles decisivo per qualificarsi al Mondiale di Messico 86. La partita fu tesa, si mise subito male, ma la Scozia non mollava. A nove minuti dalla fine pareggiò su rigore. Un buon risultato, e finalmente Jock poté calmarsi. Chiuse gli occhi, e si accasciò tra le braccia del suo assistente, Alex Ferguson, il futuro Sir. Le sue ultime parole, furono “I’m feeling much better now, doc”, “mi sento molto meglio ora”. Morì sul campo, a soli sessantadue anni, nel posto che conosceva meglio di chiunque altro.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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