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Il calcio secondo Pasolini, Valerio Curcio (2018)

Edito da: Aliberti

PREMESSA
Pier Paolo Pasolini non dovrebbe mai necessitare di una presentazione, non conoscerlo equivale a non conoscere il più grande intellettuale italiano del Novecento. Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, ma soprattutto uomo dalla mente illuminata e di sensibilità non comune. Nei suoi scritti e nelle sue opere la vita viene descritta minuziosamente, interpretata secondo chiavi di lettura mai scontate e spesso scandalizzanti.
Come potrebbe essere altrimenti? Pasolini è “scandaloso” fin dal modo in cui conduce la sua vita privata, nella quale alterna conferenze e dibattiti con i più grandi intellettuali del mondo a partitelle di calcio improvvisate con la manovalanza dei suoi set cinematografici (sarà al centro anche di processi giuridici incentrati su suoi comportamenti considerati amorali, come le sue frequentazioni omosessuali). Il calcio è la passione che vive fin da quando è bambino e gioca anche a lungo, divenendo capitano della squadra della facoltà di lettere di Bologna. Questa passione è chiaramente malvista dagli intellettuali suoi contemporanei, abituati a ritenere il calcio un passatempo volgare, un “oppio dei popoli”. La grandezza di Pasolini sta invece nel non essersi mai auto-escluso dalla popolazione nella sua interezza, nel non essersi mai posto al di sopra delle masse, che anzi ritenne depositarie di una bellezza non comune alle classi sociali più elevate.

PRO
Ritengo questo libro, come si sarà capito dal fervore col quale ho tratteggiato la figura di Pasolini, quanto mai necessario.
In poche pagine (140) Valerio Curcio riesce a raccogliere una gran quantità di documenti relativi alla passione per il calcio di Pasolini.
Ciò che ho particolarmente apprezzato nel libro è la rilevanza che assumono in questo gli aneddoti legati all’attività calcistica dell’intellettuale. I suoi scritti afferenti la sfera calcistica, infatti, a ben vedere non sono molti. Il libro però colma questa pochezza con il racconto di partitelle, dialoghi, e altra aneddotica meritevole di essere conservata.
In un’epoca nella quale da un lato la letteratura calcistica fatica ad essere presa in considerazione dall’élite culturale europea e dall’altro si va sempre di più verso una narrazione giornalistica incentrata sui dati, leggere quanta considerazione Pasolini avesse del calcio è una medicina portentosa per chi vede nel calcio qualcosa in più di un semplice sport.

CONTRO
In alcuni sporadici passaggi l’autore non rende forse appieno la profondità delle considerazioni di Pasolini. Chiaramente è una mia opinione.

UN ESTRATTO

Pasolini fu un frequentatore piuttosto assiduo dell’Olimpico. Gli piaceva vedere il calcio, osservare le persone che tifano, gioiscono e si disperano. «Non c’è nulla che assomiglia a uno stadio pieno di gente: anche i grandi pubblici del cinema, frazionati in mille sale e salette, non sono nulla in confronto a quella massa viva, ruggente, e infine, struggente, di spettatori», scrisse nel 1969. Non andava in tribuna stampa, ma preferiva farsi portare da Citti in mezzo ai tifosi della Roma. Il suo interesse antropologico verso le masse popolari che popolavano gli stadi era affiancato da quello linguistico. Spesso si portava dietro l’immancabile blocchetto degli appunti, dove annotava espressioni o imprecazioni sentite sugli spalti. Quella di rivolgersi più verso le tribune che verso il campo di gioco è un’abitudine che ritorna: lo fece anche assistendo a una partita di calcio ad Asmara nel 1973, quando si recò in Eritrea per girare Il fiore delle mille e una notte. Nonostante fosse una partita del massimo campionato nazionale, il livello lasciava ampiamente a desiderare: «Ma lo spettacolo – per chi, come me, fosse innamorato di tutti gli eritrei – era il pubblico: un pubblico gentile, ordinato, non privo di umorismo, con qualche scoppio però di violenza letteralmente selvaggia. (…) ».

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.