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Il maledetto United, David Peace (2006)

Edito da: Il Saggiatore, prima edizione 2006, 410 pagine

PREMESSA
Una delle parole più abusate, in questa temperie culturale dove si tende sempre all’iperbole, è CAPOLAVORO. Non è questo il caso però di questo splendido romanzo scritto da David Peace, che narra i 44 giorni in cui Brian Clough, allenatore fra i più vincenti e personaggio fra i più amati e controversi della storia del calcio inglese, allenò il Leeds United, venendo poi costretto ad andarsene dall’ostracismo di un ambiente che non gli aveva perdonato l’antica rivalità.

PRO
Particolarmente accattivante è già la struttura del romanzo, in cui la distorsione temporale svolge un ruolo fondamentale. La narrazione non si limita a raccontare delle difficoltà di Clough a rapportarsi con un ambiente che lo detesta, ma fa un sapiente e continuo uso del flashback per raccontare la vita precedente dell’allenatore, raccontando la fine dei suoi giorni da giocatore, il terribile infortunio, la paura di perdere tutto, gli inizi all’ Hartlepool, la gloria al Derby, gli scoppi d’ira, il rapporto strettissimo con Peter Taylor, più di un assistente per lui. Peace, dopo aver compiuto un monumentale lavoro bibliografico, fa emergere ogni lato di Clough, i suoi pregi come allenatore e motivatore, senza risparmiarlo quando deve tratteggiarne la morale ambigua, i tradimenti agli amici, la sua tendenza all’alcolismo. Per non confondere il lettore, Peace utilizza due diversi caratteri, il corsivo per il passato, lo stampatello per il presente, e riesce da maestro consumato sia a dare ritmo all’azione (memorabili i passaggi in cui descrive la fasi salienti delle partite, come un grande radiocronista, enfatizzandone il ritmo con uso sapiente di ripetizioni e punteggiatura) sia a tinteggiare la psicologia dei personaggi, talmente vivi da ispirare una istantanea reazione di simpatia o antipatia in chi legge.

CONTRO
Compito improbo trovare difetti in un romanzo come questo , che ha ispirato un film altrettanto bello e che vedrei benissimo anche come serie Tv, sulla falsariga del recente “The English Game” di Netflix. Si può solo dire che a volte l’uso dello stream of consciousness di joyciana memoria rende un po’ farraginosa la narrazione.

UN ESTRATTO
(È la notte della vigilia del Charity Shield che vedrà il Leeds affrontare il Liverpool. Clough, già osteggiato da parte della dirigenza e della squadra nonostante sia appena al decimo giorno di lavoro, manifesta i primi sintomi di una crisi di rigetto da Elland Road che si rivelerà sempre più forte col passare dei giorni. Magnifica la tecnica di Peace, che solo alla fine svela il destinatario della telefonata, facilmente intuibile comunque dal lettore.)

Loro non sono la mia squadra. Non la mia. Non questa squadra, e non lo saranno mai.Loro sono la sua squadra. Il suo Leeds. Il suo sporco, fottuto Leeds, e lo saranno sempre. Non la mia squadra. Mai. Non la mia. Mai. Non questa squadra. Mai.

Mezzanotte è passata e non riesco a dormire. Ho di nuovo bevuto troppo, e ho un fottuto mal di testa del cazzo. La stanza è troppo calda e i cuscini sono troppo duri e mi manca mia moglie, mi mancano i miei bambini e vorrei non essere io, Brian Howard Clough. Non questa sera e non domani. Tiro fuori la mia rubrica. Alzo il telefono. Faccio il suo numero e lo sveglio.

“Chi è?”
“Sono Brian Clough” gli dico
“Che diavolo vuoi,Brian? È mezzanotte passata.”
“Lo so” gli dico “Mi spiace molto svegliarti in questo modo.”
“Sei ubriaco per caso? Cosa c’è che non va?”
“Sono la tua squadra” gli dico “Voglio che sia tu a sfilare con loro a Wembley .”
“Prego?”
“Tu hai vinto il campionato” gli dico “Tu sfili con loro domani.”
“Adesso il lavoro l’hai avuto tu Brian ” dice Don Revie “A te l’onore.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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