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Il minuto di silenzio, Gigi Garanzini (2017)

Edito da: Mondadori, 281 pagine

PREMESSA
Come detto più volte, il calcio è emozione, emozione che risiede a volte in partite che il tempo ammanta di epica, a volte nelle gesta dei campioni o dei semplici personaggi che hanno popolato il mondo del pallone. Prendendo spunto dall’antologia di Edgar Lee Masters, Garanzini mette la sua penna fine e forbita per ricreare la “Spoon River del pallone”.

PRO
Calmo, misurato ed elegante: lo stile di Garanzini è riconoscibile e godibilissimo in ogni sua opera. Qui l’autore fa , come dice lui nella introduzione, una “semplice passeggiata nella memoria”, peccando di modestia. Ogni racconto , ogni storia degli eroi del calcio, sono pennellate da maestro che compongono un affresco meraviglioso. Un paio di pagine vengono dedicate a ognuno, e l’epica sgorga da ogni riga, da ogni vocabolo. In tutti i ritratti non manca nulla: vittorie, il genio , la classe, la ricchezza , la gioia, ma anche umane fragilità, la disperazione post ritiro, drammi familiari, tragedie e depressione; l’autore scandaglia tutto il mondo calcistico, dai campioni siano essi italiani, europei o sudamericani, ma anche giornalisti, allenatori, dirigenti. Un’opera d’arte davvero completa e poetica, che farà innamorare di sé anche chi non è appassionato di calcio.

CONTRO
Imbarazzante il fatto che non abbia razziato qualsiasi tipo di premio letterario. Un libro STUPENDO.

UN ESTRATTO
(scelgo il ritratto di un artista del calcio poco conosciuto da noi, ma stimatissimo nei paesi latinoamericani: Adolfo Pedernera)

Con quel nome fascinoso e altisonante, che riempie la bocca come un tempo riempiva gli occhidella folla di Buenos Aires e poi di Bogotà, Adolfo Pedernera è stato il simbolo del grande River Plate anni ’40. La celeberrima Maquina del River, così chiamata per la perfezione dei suoi meccanismi di gioco e per una velocità di crociera insostenibile per gli avversari. (…)Adolfo Pedernera,per l’appunto, era soprannominato El Maquinista. Perché era lui a guidare quell’attacco formidabile, da destra a sinistra Munoz- Moreno – Pedernera – Labruna – Loustau. Perché a segnare caterve di gol, era il centravanti che smistava il traffico nei paraggi dell’area di rigore, ma anche quello che arretrava a organizzare le offensive, con quel suo lancio millimetrico che puntualmente planava sul piede del compagno più smarcato. Perché era l’accensione e l’acceleratore, il carburatore e il cambio. Un fuoriclasse che disponeva in egual misura di talento e di personalità. (…)Due testimonianze d’autore, impresse a fuoco nella memoria del calcio sudamericano. Nell’estate del ’50, alla vigilia del Maracanazo chiesero a Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay, se non avesse paura dell’attacco del Brasile. “Paura? Ho giocato contro Pedernera!” Cinquant’anni dopo domandarono a Di Stefano, giusto per cambiare, se era stato più grande lui, o Pelé, o Maradona. E Don Alfredo, che all’ombra di Pedernera era cresciuto nel River e lo aveva poi preceduto nei Millonarios di Bogotà dove fecero coppia per anni, sorridendo scandì: “Come si vede che non avete mai visto giocare Pedernera”.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.