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Il mio anno preferito, Nick Hornby (a cura di)(2001)

Edito da: Guanda, prima edizione 2006 (prima edizione straniera 2001), 245 pagine

PREMESSA
È ben noto quale sia stato il contributo di Nick Hornby nella elevazione del calcio a fenomeno culturale, grazie al suo toccante e intenso “Febbre a 90′ “. Qui compiamo un ulteriore passo in avanti, grazie a questa raccolta di racconti in cui lui e 12 autori condividono con noi la stagione calcistica che più emozioni ha suscitato in loro.

PRO
Di fronte a un titolo del genere, il lettore si aspetterebbe di venire introdotto a una sequela di narrazioni riguardanti epocali trionfi sportivi. Non è così : si raccontano sì successi rilevanti, ma anche salvezze sofferte, disfatte desolanti e stagioni mediocri, si spazia dalle massime competizioni mondiali al dilettantismo di livello quasi amatoriale e dalla travolgente follia di chi escogita i più assurdi stratagemmi per seguire la squadra allo stadio, a chi consuma unghie e pacchetti di sigarette nell’attesa di aggiornamenti sul televideo. Al centro di tutto ci sono la bellezza del calcio e i sentimenti che esso suscita: il calcio non è né sarà mai solo un gioco, ma sogno e vita. Valdano in una intervista azzardò un paragone con Borges, che a un intervistatore che gli chiedeva a cosa servisse la poesia rispose serafico “E a cosa serve l’odore del caffè, o un’alba? A renderci felici.” Gli autori mettono a nudo sè stessi con un riuscito mix di nostalgia, ironia e disincanto, maneggiando con indiscutibile abilità tutti i trucchi del mestiere, coinvolgendo spesso il lettore e riuscendo a volte a sorprenderlo (memorabile in questo senso il capitolo sul Watford di Olly Wicken, maestro dell’inganno).

CONTRO
Compito improbo trovare un difetto in un’opera come questa: gli autori sono convinti sostenitori della tesi secondo la quale molti uomini associano un amore o un evento particolare e totalizzante della propria vita a un gol segnato o un trofeo conquistato. Forse questo può causare disturbo a un lettore con un punto di vista più neutro.

UN ESTRATTO
Dal capitolo “ILLUSIONI DI GRANDEUR”

“Ho scritto quasi interamente basandomi sui ricordi. Eppure sono ricordi felici. Mentre scrivevo, ho scoperto che non mi ricordo il dolore della sconfitta e della retrocessione, oppure che più probabilmente ero troppo innamorato della squadra per aver sentito quel dolore all’epoca. (…) Ero giovane, ingenuo , e impermeabile alla verità. Non vedevo lo squallore meschino di una società allo sbando e in declino. Come diceva la canzone, ero un sognatore. Un piccolo sognatore folle. Il Watford era una squadra di merda.

Ma almeno in un modo importante – per come mi sentivo parte della squadra per cui tifavo – il 1974/75 fu davvero un anno imbattibile. Il mio anno preferito. Nel giro di altri tre anni Graham Taylor ci avrebbe ritirati su dalla Fourth. Tempo sei anni e saremmo arrivai secondi in First Division, avremmo giocato la finale di Coppa d’Inghilterra e tre turni di Coppa UEFA. Il successo avrebbe avuto una parte importante della mia vita, arrivando a costituire una parte significativa della mia identità.

Ma in qualche modo era tutto più significativo quando mi cambiavo nello sgabuzzino del magazziniere. Quando correvo su e giù per la linea laterale. Quando portavo una tuta sformata e rotta con la cerniera che non si chiudeva. Quando mi sentivo a casa.

Un successo del genere non l’ho ottenuto mai più.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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