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Roberto Baggio, Stefano Piri (2020)

Edito da: 66thand2nd; Febbraio 2020; p. 205

PREMESSA
Stefano Piri, giornalista e redattore di Esquire, si è imbarcato in una storia apparentemente semplice: narrare la carriera di Roberto Baggio. L’autore si dimostra abile nel raccontare l’evoluzione del “personaggio Baggio” mettendo in primo piano l’uomo e solo successivamente il calciatore, l’icona. E lo fa raccontando sia le difficoltà in cui è incorso il “divin codino” (infortuni ed incomprensioni con allenatori) e sia la carriera, vissuta in una sorta di continuo saliscendi sulle montagne russe, partendo dalle prime apparizioni con il Vicenza (periodo durante il quale sembrava il prototipo di un calciatore del futuro) sino a giungere all’epilogo con il Brescia – senza dimenticare quello che, verosimilmente, è stato il suo più grande amore, ossia la maglia azzurra, con la quale ha vissuto anche la più cocente delusione della sua carriera.

PRO
Più del campione in grado di illuminare in un unico momento una partita (in altre parole, il tipico giocatore per il quale “vale la pena pagare il prezzo del biglietto”), ciò che mi ha colpito è stato il ritratto della persona Roberto Baggio (ragazzo prima e di un uomo poi), per il quale era imprescindibile essere rispettato. È, dunque, una figura per la quale è inevitabile parteggiare, in considerazione di tutto ciò che è riuscito a dare al calcio nonostante le disavventure – fisiche e sportive – che ha affrontato durante tutto l’arco della carriera.

CONTRO
L’unica cosa che mi è piaciuta meno è stata quel vago accenno – che, per la verità, permea quasi tutto il libro – ad una presunta irrilevanza di Baggio. Secondo l’autore, infatti, le squadre in cui ha giocato Baggio avrebbero anche potuto fare a meno di lui, motivo per cui il divin codino finirebbe quasi per essere un piacere che gli allenatori sono costretti a negarsi con la maturità (in questo senso si pensi alla stagione 95/96 al Milan, durante la quale le assenze per infortunio sembrano rendere quasi irrilevante la sua mancanza; oppure alla pesante convivenza con Lippi all’Inter durante la stagione 99/00). E ciò mi pare davvero una contraddizione in termini, se si pensa a ciò che Baggio ha rappresentato per il mondo del calcio italiano e non.

UN ESTRATTO
Ce ne sarebbero tanti, su tutti lo sfogo contro Tabarez nella stagione 96/97, reo di non farlo giocare troppo. Però quello che più mi ha colpito, anche per questioni personali, riguarda la partita di Champions League Inter – Real. Eccola qui:

A cinque minuti dalla fine però c’è un’azione confusa in area del Real, Simeone serve Baggio che si gira e calcia in porta quasi alla cieca, con cattiveria, molto da attaccante e molto poco da Baggio. La palla è violenta, centrale, Illgner che si è tuffato a sinistra la tocca col piede ma riesce solo a farla impennare e finire sotto la traversa. A quasi trentadue anni, e da quasi esordiente in Champions League, Baggio corre verso la bandierina strappandosi la maglia come se fosse in fiamme, col viso contratto in un’espressione di esultanza che sembra quasi di orrore: mai visto esultare così, mentre una nuvola di maglie nerazzurre e giacche a vento provenienti dalla panchina lo avvolge.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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