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Storia del gol, Mario Sconcerti (2015)

Edito da: Mondadori, 352 pagine.

PREMESSA
Il gol è il sale del calcio,e partendo da questo assunto Mario Sconcerti riesce a trovare un modo affascinante per ripercorrere la storia del calcio, dai tempi dei pionieri (Sheffield Fc per gli inglesi , Genoa e Milan per l’Italia) fino ai giorni nostri, vivisezionando il gol come gesto tecnico e come parte dell’evoluzione del gioco, in una ideale prosecuzione della precedente opera “Storia delle idee del calcio”.

PRO
Magnifico libro, in cui il calcio viene trattato non solamente come unno sport, ma come una vera e propria disciplina scientifica. Numerosissimi sono i riferimenti a storia, scienza, filosofia e antropologia. Vengono passati in rassegna i più forti attaccanti che hanno giocato in serie A, e l’autore cerca di trovare una spiegazione ai motivi per cui nei vari decenni la media gol presenta parecchie oscillazioni. Tutte le analisi tecniche sono documentate con grande acume. Ogni capitolo è una dissertazione che fa la gioia anche per gli amanti delle cifre; l’opera presenta una ricca raccolta di dati , numeri e appunto statistiche, facendo moltissimi raffronti fra i bomber di varie epoche.

CONTRO
Pur nel contesto di una prosa “alta” e al contemplo fruibile da chiunque, l’utilizzo di locuzioni ridondanti rende a volte l’esposizione piuttosto nebulosa.

UN ESTRATTO
(scelgo di omaggiare un allenatore poco celebrato dalla stampa, Enzo Bearzot)

La sintesi di Bearzot fra Italia e Olanda “(…) Il calcio è fatto di soluzioni individuali.(…) Se hai Cruijff puoi aspettare ,un suo spunto, la sua differenza. Se non ce l’hai devi complicarti la vita trovando un insieme di qualità che lo sostituiscano.Improvvisamente , in Europa si comincia a cercare un modo per usare il vero messaggio olandese, cioè l’eclettismo, la fine del ruolo rigido, il concetto, questo sì universale, che dentro un singolo giocatore esiste sempre tutto il calcio. Il primo passo in avanti è l’Italia di Bearzot. Siamo sempre stati mescolanza, non potevamo farci sfuggire l’idea di Michels. Bearzot è un friulano colto, si è diplomato al liceo classico, legge le poesie di Hikmet, e fuma con avidità tabacco aromatico. Non ha mai allenato davvero nessuna squadra, ma è forse uno dei pochi al mondo che ha visto tutto. Di mestiere viaggiava cercando il calcio. Allora non c’erano televisioni, c’era Bearzot che era il vice di Valcareggi, commissario tecnico fino al 1974. Bearzot ha finito per avere una cultura calcistica che nessun altro aveva. La novità è che questa conoscenza non era un mezzo per difendersi, ma per progredire. Era pura saggezza che andava accumulandosi nelle mani di un signore che la sapeva tradurre.L’Italia di Bearzot non è da raccontare ma da studiare. Era calcio puro applicato alle leggi di tornei brevi dove le regole sono ancora più strette che nel resto del calcio. Diventava quasi logico. Bearzot sapeva degli avversari, per averli studiati, cose che nemmeno gli avversari sapevano di sé stessi.Sapeva che se Maradona era condannato a fare la seconda punta, Gentile lo avrebbe sempre limitato. Il suo problema sarebbe sorto se gli avversari avessero impostato la propria squadra su Maradona in generale, non facendone semplicemente un altro attaccante. Certo non poteva prevedere che Rossi avrebbe segnato tre gol al Brasile, ma si era messo nelle condizioni di aspettarlo. E aveva messo la squadra nelle condizioni di sopportare il percorso collinare di un fuoriclasse timido come Antognoni, che gli altri però non possedevano. Bearzot aveva la modernità dentro le sue pipe di radica, la sua mancanza di sonno cronica, la sua morale così diritta da diventare utopia, la sua semplicità contadina per cui se piove ci si bagna ma dopo arriva il sole e asciuga tutto. C’è sempre la pioggia e c’è sempre il sole. Basta mettersi nelle condizioni di accettarli.Bearzot inventa un calcio olandese all’italiana. Altri tecnici ci erano andati vicini, lui ebbe soprattutto il modo di mostrarlo al mondo. Non basta mai l’invenzione da sola, serve spiegarla. L’equilibrio dell’Italia di Bearzot è ancora oggi qualcosa di semplice e perfetto, un passaggio nel calcio che rende a posteriori inevitabile il suo trionfo. E’ il successo di Rossi, certo, ma quasi sempre ogni squadra ha il suo Rossi. (…) Bearzot, forse senza esserne completamente cosciente, aveva reso universale il senso del calcio olandese e lo aveva fatto partendo dal calcio più vecchio del mondo, quello italiano. La sintesi di due piccoli eccessi non poteva che essere normalmente perfetta.Fu per questo che scelse di tenere fuori Pruzzo dalla Nazionale. Pruzzo aveva vinto la classifica cannonieri nell’anno dei Mondiali, ma era un singolo, aveva bisogno di una squadra che pensasse a lui. Nessuno dei primi tre attaccanti di quella classifica andò in Nazionale. Al secondo posto arrivò Bivi del Catanzaro, al terzo Pellegrini del Napoli. Rossi non aveva praticamente giocato, Graziani aveva segnato 9 reti. Ma non importava, c’era un concetto di squadra, c’era una vera idea di calcio. Non andò ai Mondiali, nemmeno Eraldo Pecci, da alcune stagioni il miglior regista del campionato. Bearzot gli disse una cosa che sembrava incomprensibile, che giocava troppo bene a calcio, fino a diventarne l’interprete. Troppo invasivo, troppo personale. Bearzot cercava l’insieme. Ecco l’idea, un calcio personalmente universale.Una parentesi tecnica formidabile, quasi senza riscontri.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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