Categorie
Recensioni

L’ultimo rigore di Faruk, Gigi Riva (2016)

Edito da: Sellerio, prima pubblicazione 2016

PRO
Come un rumore sordo che arriva da lontano e improvvisamente si abbatte sotto ai tuoi piedi, trascinando via tutto e tutti. La morte del maresciallo Tito, nel 1980, ha dato il via a un sisma che ha cambiato la geografia balcanica e non solo. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (nata al termine del secondo conflitto mondiale, seppur questa denominazione fu adottata solo nel 1963), è stata l’architrave sulla quale si poggiavano le 6 repubbliche che la componevano (Bosnia, Slovenia, Serbia, Macedonia, Croazia e Montenegro) sino all’anno di (dis)grazia 1991, quando in pochi giorni il vento dell’indipendenza inizia a spirare senza possibilità di redenzione. Ma ciò che il libro di Gigi Riva, apprezzata penna solo omonima del più grande calciatore della nazionale italiana di calcio, va ad esplorare, oltre alla situazione politica e militare dei giorni terribili del conflitto che infiammò gli anni Novanta, è relativo al 1990. Nel viaggio a ritroso di dodici mesi prima, il protagonista del libro, a sancire ancora una volta il binomio tra football e politica, è il sogno mai realizzato dell’ultima Jugoslavia che partecipò con questo nome a una grande competizione internazionale. E’ quella allenata da Ivica Osim e capitanata dal Faruk che dà il nome all’opera, ma soprattutto il cognome: Hadzibegic, difensore e leader di quella nazionale che avrebbe potuto alzare al cielo italiano quella Coppa del Mondo di cui in questi giorni ricorrono i trent’anni. E invece, come citato da Riva nel libro, alle 7.30 di sera su Firenze cala il sole. Su Argentina-Jugoslavia, finita 3-2 dopo i calci di rigore, quarti di finale, e su quella squadra formidabile: Stojkovic, Prosinecki, Savicevic, il portiere Ivkovic che in pochi mesi para ben due rigori a Sua Maestà Maradona, il 35enne Susic, che, per capirci, aveva giocato pure i Mondiali del 1982 in Spagna. Quel tramonto dietro al “Franchi” è la fine del cammino della squadra nella rassegna iridata, fermata dagli undici metri e da Goycochea, portiere argentino che avrebbe dovuto essere sparring partner e invece, per un infortunio del titolare Pumpido, subentra e sale sugli scudi. Ma qual è il filo conduttore del libro di Riva, ben scritto, con dovizia di particolari e retroscena stuzzicanti? Che il rigore è un po’ come la vita. Tu, da solo, con una sola possibilità, davanti a un avversario. Due porte, oltre a quella fatta di pali e traverse: quella della gloria o quella dell’abisso. Il balzo del numero 12 argentino getta la Jugoslavia giù dalla torre, ed è lampante, pagina dopo pagina, che Riva voglia far emergere una realtà alternativa. E’ la tecnica letteraria del “what if”: cosa sarebbe successo se quel rigore fosse andato dentro? Se la “Jugo” avesse eliminato l’Argentina e fosse andata avanti? Forse i venti di guerra sarebbero stati soffocati dal giubilo federalista? Se posso sbilanciarmi, poco probabile. Ma quando leggerete il capitolo “L’ultimo rigore, parte seconda”, conoscerete la verità alternativa dell’autore. In un viaggio tra Sarajevo, pezzo di cuore di Faruk che lì era nato, e Belgrado, tra la martoriata Vukovar e gli “aiducchi” che danno il nome all’Hajduk Spalato, queste pagine vi scorreranno dentro come un grande corso d’acqua. Ne sentirete il rumore avvincente, nonostante i fatti siano tragici. Scoprirete una grande squadra mai vincente, come talvolta capita in quel grande caos chiamato pallone, e uomini e fatti che hanno scolpito quegli anni turbolenti ciascuno sul proprio sentiero e attraverso la propria personale opera. E anche voi, forse, vedrete quanti orizzonti la vita può regalare se la osservate da undici metri.

CONTRO
Invisibile ai miei occhi qualsiasi cavillo che faccia storcere il naso.

UN ESTRATTO

Nel 1992 la Jugoslavia deve tecnicamente partecipare all’Europeo in Svezia. La squadra si è qualificata vincendo il girone davanti alla Danimarca, ma la risoluzione 757 dell’Onu impedisce alla Repubblica la partecipazione, consentendo ai danesi di prendere il loro posto. Sdoganando inconsapevolmente un’altra storia calcistica da ricordare: la Danimarca vincerà addirittura quell’Europeo. Pochi mesi prima, il 25 marzo 1992, la Jugoslavia gioca la sua ultima partita con la vecchia denominazione. E’ un amichevole contro l’Olanda, ad Amsterdam, perso per 2-0. Al termine, Faruk Hadzibegic, negli spogliatoi, raduna i compagni e pronuncia un discorso a suo modo storico.“Ragazzi, sapete, tutti, quanto io sia attaccato a questa maglia. L’ho difesa contro tutto e tutti, è stato il mio sogno di bambino che si è avverato. Ho tenuto duro sino adesso. Siamo arrivati fin qui, ci aspetterebbe il campionato europeo. Ma io non posso più giocare in queste condizioni. Ora che la mia città, la mia gente, sono bombardate. Ora che la guerra è arrivata nella mia Sarajevo. Io sono il capitano, io mi assumo la responsabilità di sciogliere la squadra. Perché la nazionale di calcio jugoslava non esiste più”. Si è liberato. Non ci ripenserà. Osim lo abbraccia, sa che ha una sola parola. I compagni, attoniti, accettano, rispettano. E’ andato oltre Faruk. Un capitano non scioglie la squadra, è compito della Federazione. Si è preso una libertà che lo eccede, grazie anche alla libertà di cui gode, ai gradi che gli hanno dato per le sessantuno presenze nella rappresentativa, quarto di ogni tempo. Ecco, lo ha fatto. Ora deve completare l’opera coi vertici federali. Chiama Miljan Miljanic. Si ripete. “Miljan, voglio dirle che io, il capitano, sciolgo la squadra. La squadra adesso non ha più senso”. Non gli resta che il club. Sochaux, da esilio, diventa porto”.

Questa recensione è stata pubblicata da Stefano Ravaglia nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.