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Un bellissimo spreco di tempo, Riccardo Lorenzetti (2020)

Edito da: Absolutely Free Libri, 234 pagine.

PREMESSA
Prendiamo un po’ di tempo per noi, sediamoci e apriamo questo libro meraviglioso: ogni riga sarà una coccola per il nostro animo, trasportato dalla prosa chiara e lineare di Lorenzetti in un viaggio onirico che ci conduce in quel favoloso mondo di emozioni che il calcio e lo sport in generale sanno creare. L’autore spazia dal calcio alla Formula 1, dal tennis al ciclismo (sport che si presta magnificamente all’epica), condividendo con noi le sue memorie e le sue trepidazioni, e dimostrandoci che, in fondo sono anche le nostre. Prefazione di Giancarlo Brocci e Andrea Bacci.

PRO
Un titolo dolcemente ingannatore: il romanzo è sì bellissimo, ma non certo uno spreco di tempo. L’autore ci regala una lezione importantissima: il sale dell’evento sportivo sono le emozioni, che però sono fugaci, fuggevoli. Rimane però il ricordo, quello sì imperituro, poiché non svanisce mai, e si fa più dolce con l’andare del tempo. Lorenzetti ci racconta personaggi, storie, partite epiche, vittorie memorabili, sconfitte roboanti; da ogni sua pagina traspare un amore sconfinato per l’epica che accompagna lo sport e per le palpitazioni che scatena. Si parla di stima incondizionata (quando parla di quelli che lui considera i suoi Maestri), di amore sconfinato per gli idoli giovanili (Villeneuve, Chiorri, ma soprattutto Trevor Francis “la rosa che non colsi”), di drammi (Heysel), gioia per il trionfo (l’Italia Mundial), ma c’è spazio anche per oscuri protagonisti di provincia, o squadre finite nel dimenticatoio (il Beveren, simbolo delle ostiche squadre belghe anni 70 e 80). Ma Lorenzetti è capace di una impresa impossibile: riesce a farci immedesimare totalmente in lui.,quando scomoda il vangelo di Matteo per raccontare la morte di Villeneuve (e i nostri idoli non sono forse semidei per il nostro io bambino?), ma soprattutto quando racconta di un regalo di uno zio, la “Storia critica del calcio italiano di Brera”, tomo voluminoso e piuttosto impegnativo, che “somigliava a un mattone” ma si rivelò alla fine la “chiave per fare l’ingresso in un mondo magico: quello dove si muovono i campioni, e dove una storia di sport può condizionare la Storia, quella con la S maiuscola.” Esattamente quello che è successo a me, ed è successo a tutte le persone alle quali ho fatto apprezzare qualche estratto. E a me, e, ne sono certo, anche a tutti coloro i quali che lo leggeranno succederà che …“Lo lessi in pochi giorni, godendo di ogni pagina che scorreva, e rammaricandomi al tempo stesso, perché avrei voluto che non finisse mai. Infatti , quando arrivò l’ultima pagina, ero pronto per ricominciarlo daccapo.”

CONTRO
Come trovare difetti in un’opera che fa amare a un interista sfegatato persino il ricordo di uno dei gol subiti più dolorosi di sempre, quello di Hateley? Se c’è un rimpianto che lascia quest libro, è uno e uno solo: vorresti che Lorenzetti ne scrivesse subito un altro, e poi un altro ancora….

UN ESTRATTO
(impresa titanica scegliere un unico estratto: un giorno dovrebbero inserirla nel libro)

Bert Trautmann In Inghilterra, nel primo weekend di novembre, giocano con un papavero rosso stampato sulle magliette.E’ il simbolo che usano per ricordare i caduti in guerra, e il silenzio che cala su quelle cattedrali calcistiche (da Anfield Road a Old Trafford, fino all’ultimo degli stadi della League Two) durante il minuto di raccoglimento, è da brividi. (…)C’è una storia molto bella, legata alla guerra e al football, e vale la pena di raccontarla perché ci narra di un certo Bert Trautmann: che fu portiere del Manchester City dal 1948 al 1964 e che da quelle parti ricordano come il migliore che abbiano mai visto.Era il Manchester City più classico (…) una squadra sfigatina e perdente, nella loro sbiadita maglietta celestina, all’ombra dei potentissimi Diavoli Rosso Fuoco del Manchester United.Trautmann era un portiere fantastico. Una volta, in Coppa di Lega, un bestione del West Ham gli rovinò addosso in uscita e gli fracassò il cranio(!): rimase in campo in quelle condizioni a difendere la porta fino all’ultimo, senza essere battuto. Poi, finita la partita, fu trasportato d’urgenza all’ospedale, dove gli salvarono la vita per un pelo.Era un atleta esemplare, capace di gesti tecnici tali da rasentare l’eroismo: uno di quei campioni che proprio in Inghilterra, dove certe qualità sanno apprezzarle più di tutti, trovano la loro patria ideale… Eppure… Eppure non c’era stadio dove la gente non gli vomitasse addosso di tutto: i tifosi si piazzavano dietro la porta del City , e gli sputavano addosso. (…)Perché Trautmann era tedesco. Ed essere tedeschi in Inghilterra, appena finita la guerra, non era una passeggiata di salute: “bastardo nazista” era la cosa più gentile che potesse ricevere.(…)Era stato soldato della Wehrmacht, e aveva impresso a fuoco il marchio della colpa, in quegli anni di ferite ancora freschissime. Ma fu un uomo e un calciatore esemplare.Quando tornò al “suo” Maine Road, prima di morire, era vecchio e ormai aggredito dal morbo di Alzheimer. Difficile riconoscere in quella larva d’uomo ridotto in una carrozzina, il portiere più meraviglioso della storia del Manchester City.Il pubblico rimase un po’ interdetto. Poi cominciò un leggero mormorio: dalle tribune si levò qualche timido applauso che nel giro di pochi istanti divenne oceanico, con tutti i tifosi che balzarono in piedi in una standing ovation come non era mai stata tributata a nessuno.”Legend!” gli urlarono in coro.Raccontano che il grande Bert Trautmann, nel suo ultimo barlume di lucidità, riuscì a commuoversi.Ecco cosa è il calcio.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.