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Futbol, Osvaldo Soriano (2014)

Edito da: Einaudi, 208 pagine.

PREMESSA
“Non amo lavorare troppo, né correre per i corridoi di uno stadio, né forse capisco di sport quanto l’incarico richiederebbe. Ma so inventare storie bellissime.”
In questa frase è descritto il capolavoro di Osvaldo Soriano, autore dei 23 racconti di questa formidabile antologia, in cui ci offre la narrazione delle vicende di personaggi magnifici e improbabili, grandi campioni, misconosciuti calciatori, arbitri corrotti, allenatori incapaci, folle inferocite, regalandoci uno spaccato di vita memorabile.

PRO
Artista fra i più acclamati in tutto il mondo, Soriano non ha mai rinnegato (anzi) il suo immenso amore per il calcio. Un sentimento travolgente, che trasuda da ogni pagina, in ogni racconto. Vero e verosimile si mescolano creando una atmosferica quasi fiabesco – onirica ; l’autore narra eventi improbabili, regala l’immortalità a giocatori altrimenti oscuri, rende protagonisti personaggi altrimenti cialtroni, e regala in questo modo una spensieratezza oggi un po’perduta nel calcio.

CONTRO
Un capolavoro non si discute, al massimo si ammette di non averlo capito! Rimane tuttavia inspiegabile la decisione di indicizzare 25 racconti quando in realtà sono 23 (due di essi infatti, “Nostalgie” e “Casablanca”, fanno parte della “Memorie del Mister Peregrino Fernandez”)

UN ESTRATTO
(Non si può non citare “il rigore più lungo del mondo”, forse uno dei più conosciuti racconti di calcio di sempre)

Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine, e quando tutti furono schierati a centrocampo andò dritto verso el Cholo Rivero che gli aveva dato il pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a spintoni el Cholo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore. Allora l’arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una pentola di alluminio.Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell’istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone. Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore – raccontò poi – che lo avrebbe rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato. Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhi rovesciarglisi all’indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area.Mirabelli El Petiso, cioè il Piccoletto, arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra: si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta l’Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : “Non vale! Non vale!” La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il “non vale” continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita. Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall’attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere “che è successo” e quando glielo raccontarono scosse la testa e disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano (l’arbitro, ndr) e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta. Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell’Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia. Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria. Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della Rubia Ferreira ma della sorella del Cholo Rivero, india e vecchia come lui. Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato. “Bene, ragazzo – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

Beh se ti interessa questo libro di Soriano (e a chi non interessa), ti consigliamo di leggere anche questi tre libri:

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Un bellissimo spreco di tempo, Riccardo Lorenzetti (2020)

Edito da: Absolutely Free Libri, 234 pagine.

PREMESSA
Prendiamo un po’ di tempo per noi, sediamoci e apriamo questo libro meraviglioso: ogni riga sarà una coccola per il nostro animo, trasportato dalla prosa chiara e lineare di Lorenzetti in un viaggio onirico che ci conduce in quel favoloso mondo di emozioni che il calcio e lo sport in generale sanno creare. L’autore spazia dal calcio alla Formula 1, dal tennis al ciclismo (sport che si presta magnificamente all’epica), condividendo con noi le sue memorie e le sue trepidazioni, e dimostrandoci che, in fondo sono anche le nostre. Prefazione di Giancarlo Brocci e Andrea Bacci.

PRO
Un titolo dolcemente ingannatore: il romanzo è sì bellissimo, ma non certo uno spreco di tempo. L’autore ci regala una lezione importantissima: il sale dell’evento sportivo sono le emozioni, che però sono fugaci, fuggevoli. Rimane però il ricordo, quello sì imperituro, poiché non svanisce mai, e si fa più dolce con l’andare del tempo. Lorenzetti ci racconta personaggi, storie, partite epiche, vittorie memorabili, sconfitte roboanti; da ogni sua pagina traspare un amore sconfinato per l’epica che accompagna lo sport e per le palpitazioni che scatena. Si parla di stima incondizionata (quando parla di quelli che lui considera i suoi Maestri), di amore sconfinato per gli idoli giovanili (Villeneuve, Chiorri, ma soprattutto Trevor Francis “la rosa che non colsi”), di drammi (Heysel), gioia per il trionfo (l’Italia Mundial), ma c’è spazio anche per oscuri protagonisti di provincia, o squadre finite nel dimenticatoio (il Beveren, simbolo delle ostiche squadre belghe anni 70 e 80). Ma Lorenzetti è capace di una impresa impossibile: riesce a farci immedesimare totalmente in lui.,quando scomoda il vangelo di Matteo per raccontare la morte di Villeneuve (e i nostri idoli non sono forse semidei per il nostro io bambino?), ma soprattutto quando racconta di un regalo di uno zio, la “Storia critica del calcio italiano di Brera”, tomo voluminoso e piuttosto impegnativo, che “somigliava a un mattone” ma si rivelò alla fine la “chiave per fare l’ingresso in un mondo magico: quello dove si muovono i campioni, e dove una storia di sport può condizionare la Storia, quella con la S maiuscola.” Esattamente quello che è successo a me, ed è successo a tutte le persone alle quali ho fatto apprezzare qualche estratto. E a me, e, ne sono certo, anche a tutti coloro i quali che lo leggeranno succederà che …“Lo lessi in pochi giorni, godendo di ogni pagina che scorreva, e rammaricandomi al tempo stesso, perché avrei voluto che non finisse mai. Infatti , quando arrivò l’ultima pagina, ero pronto per ricominciarlo daccapo.”

CONTRO
Come trovare difetti in un’opera che fa amare a un interista sfegatato persino il ricordo di uno dei gol subiti più dolorosi di sempre, quello di Hateley? Se c’è un rimpianto che lascia quest libro, è uno e uno solo: vorresti che Lorenzetti ne scrivesse subito un altro, e poi un altro ancora….

UN ESTRATTO
(impresa titanica scegliere un unico estratto: un giorno dovrebbero inserirla nel libro)

Bert Trautmann In Inghilterra, nel primo weekend di novembre, giocano con un papavero rosso stampato sulle magliette.E’ il simbolo che usano per ricordare i caduti in guerra, e il silenzio che cala su quelle cattedrali calcistiche (da Anfield Road a Old Trafford, fino all’ultimo degli stadi della League Two) durante il minuto di raccoglimento, è da brividi. (…)C’è una storia molto bella, legata alla guerra e al football, e vale la pena di raccontarla perché ci narra di un certo Bert Trautmann: che fu portiere del Manchester City dal 1948 al 1964 e che da quelle parti ricordano come il migliore che abbiano mai visto.Era il Manchester City più classico (…) una squadra sfigatina e perdente, nella loro sbiadita maglietta celestina, all’ombra dei potentissimi Diavoli Rosso Fuoco del Manchester United.Trautmann era un portiere fantastico. Una volta, in Coppa di Lega, un bestione del West Ham gli rovinò addosso in uscita e gli fracassò il cranio(!): rimase in campo in quelle condizioni a difendere la porta fino all’ultimo, senza essere battuto. Poi, finita la partita, fu trasportato d’urgenza all’ospedale, dove gli salvarono la vita per un pelo.Era un atleta esemplare, capace di gesti tecnici tali da rasentare l’eroismo: uno di quei campioni che proprio in Inghilterra, dove certe qualità sanno apprezzarle più di tutti, trovano la loro patria ideale… Eppure… Eppure non c’era stadio dove la gente non gli vomitasse addosso di tutto: i tifosi si piazzavano dietro la porta del City , e gli sputavano addosso. (…)Perché Trautmann era tedesco. Ed essere tedeschi in Inghilterra, appena finita la guerra, non era una passeggiata di salute: “bastardo nazista” era la cosa più gentile che potesse ricevere.(…)Era stato soldato della Wehrmacht, e aveva impresso a fuoco il marchio della colpa, in quegli anni di ferite ancora freschissime. Ma fu un uomo e un calciatore esemplare.Quando tornò al “suo” Maine Road, prima di morire, era vecchio e ormai aggredito dal morbo di Alzheimer. Difficile riconoscere in quella larva d’uomo ridotto in una carrozzina, il portiere più meraviglioso della storia del Manchester City.Il pubblico rimase un po’ interdetto. Poi cominciò un leggero mormorio: dalle tribune si levò qualche timido applauso che nel giro di pochi istanti divenne oceanico, con tutti i tifosi che balzarono in piedi in una standing ovation come non era mai stata tributata a nessuno.”Legend!” gli urlarono in coro.Raccontano che il grande Bert Trautmann, nel suo ultimo barlume di lucidità, riuscì a commuoversi.Ecco cosa è il calcio.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il calcio secondo Pasolini, Valerio Curcio (2018)

Edito da: Aliberti

PREMESSA
Pier Paolo Pasolini non dovrebbe mai necessitare di una presentazione, non conoscerlo equivale a non conoscere il più grande intellettuale italiano del Novecento. Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, ma soprattutto uomo dalla mente illuminata e di sensibilità non comune. Nei suoi scritti e nelle sue opere la vita viene descritta minuziosamente, interpretata secondo chiavi di lettura mai scontate e spesso scandalizzanti.
Come potrebbe essere altrimenti? Pasolini è “scandaloso” fin dal modo in cui conduce la sua vita privata, nella quale alterna conferenze e dibattiti con i più grandi intellettuali del mondo a partitelle di calcio improvvisate con la manovalanza dei suoi set cinematografici (sarà al centro anche di processi giuridici incentrati su suoi comportamenti considerati amorali, come le sue frequentazioni omosessuali). Il calcio è la passione che vive fin da quando è bambino e gioca anche a lungo, divenendo capitano della squadra della facoltà di lettere di Bologna. Questa passione è chiaramente malvista dagli intellettuali suoi contemporanei, abituati a ritenere il calcio un passatempo volgare, un “oppio dei popoli”. La grandezza di Pasolini sta invece nel non essersi mai auto-escluso dalla popolazione nella sua interezza, nel non essersi mai posto al di sopra delle masse, che anzi ritenne depositarie di una bellezza non comune alle classi sociali più elevate.

PRO
Ritengo questo libro, come si sarà capito dal fervore col quale ho tratteggiato la figura di Pasolini, quanto mai necessario.
In poche pagine (140) Valerio Curcio riesce a raccogliere una gran quantità di documenti relativi alla passione per il calcio di Pasolini.
Ciò che ho particolarmente apprezzato nel libro è la rilevanza che assumono in questo gli aneddoti legati all’attività calcistica dell’intellettuale. I suoi scritti afferenti la sfera calcistica, infatti, a ben vedere non sono molti. Il libro però colma questa pochezza con il racconto di partitelle, dialoghi, e altra aneddotica meritevole di essere conservata.
In un’epoca nella quale da un lato la letteratura calcistica fatica ad essere presa in considerazione dall’élite culturale europea e dall’altro si va sempre di più verso una narrazione giornalistica incentrata sui dati, leggere quanta considerazione Pasolini avesse del calcio è una medicina portentosa per chi vede nel calcio qualcosa in più di un semplice sport.

CONTRO
In alcuni sporadici passaggi l’autore non rende forse appieno la profondità delle considerazioni di Pasolini. Chiaramente è una mia opinione.

UN ESTRATTO

Pasolini fu un frequentatore piuttosto assiduo dell’Olimpico. Gli piaceva vedere il calcio, osservare le persone che tifano, gioiscono e si disperano. «Non c’è nulla che assomiglia a uno stadio pieno di gente: anche i grandi pubblici del cinema, frazionati in mille sale e salette, non sono nulla in confronto a quella massa viva, ruggente, e infine, struggente, di spettatori», scrisse nel 1969. Non andava in tribuna stampa, ma preferiva farsi portare da Citti in mezzo ai tifosi della Roma. Il suo interesse antropologico verso le masse popolari che popolavano gli stadi era affiancato da quello linguistico. Spesso si portava dietro l’immancabile blocchetto degli appunti, dove annotava espressioni o imprecazioni sentite sugli spalti. Quella di rivolgersi più verso le tribune che verso il campo di gioco è un’abitudine che ritorna: lo fece anche assistendo a una partita di calcio ad Asmara nel 1973, quando si recò in Eritrea per girare Il fiore delle mille e una notte. Nonostante fosse una partita del massimo campionato nazionale, il livello lasciava ampiamente a desiderare: «Ma lo spettacolo – per chi, come me, fosse innamorato di tutti gli eritrei – era il pubblico: un pubblico gentile, ordinato, non privo di umorismo, con qualche scoppio però di violenza letteralmente selvaggia. (…) ».

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio Santori nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.