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Aspettando Moratti, Claudio De Carli (2017)

Edito da: Hoepli, 422 pagine.

PREMESSA
250 capitoli: ne servono tanti per raccontare i 22 anni in cui De Carli, prestigiosa firma del Giornale, ha seguito l’Inter e Moratti. Una cronistoria narrati attraverso gli articoli dell’autore, mai banali e pervasi da una stima per Moratti che sconfina in un affetto tanto sincero quanto smisurato.

PRO
Diffido sempre dalla raccolte di articoli: in primo luogo l’opera perde la necessaria freschezza, ma soprattutto perché queste operazioni mi sembrano un vile tentativo di lucrare su una passione , sul genere Severgnini per intenderci. “Aspettando Moratti” rappresenta una magnifica eccezione: De Carli, raffinata penna già alla Notte e al Giornale, racconta fatti e personaggi gravitati attorno all’Inter e al calcio italiano attraverso il suo sguardo, mai scontato e banale. Quello che fa la differenza in quest’opera è il modo in cui l’autore regala un corso intensivo di giornalismo, spiegandoci come si insegue una notizia, come si dà un “buco” ai rivali, i rapporti fra i giornalisti di punta, come si programmano interviste e articoli.

CONTRO
Forse l’opera pecca di parzialità nei confronti del presidente Moratti, ma se è vero che ogni critica è ammantata di bonomia, il libro rimane comunque ben lontano dall’agiografia.

UN ESTRATTO
(scelgo l’estratto su un galantuomo del calcio italiano, recentemente scomparso e mai abbastanza celebrato : Gigi Simoni)

Si vergogni, quel licenziamento nel giorno della Panchina d’oro. Non sono rimasto sorpreso da quanto è ruotato attorno a Gigi Simoni. Ho pensato che certe cose accadono ai buoni. Gli telefono per chiedergli come stia e se abbia voglia di vedermi, sabato a Livorno ha conquistato la sua settima promozione in serie A con l’Ancona: ma dai, vieni, mi fa, quando vieni? Io sono qui, fuori Pisa.Pisa è una di quelle trasferte che ti stracciano. A essere onesti in Toscana, esclusa Firenze, sono le più massacranti: parlo di Empoli, Livorno, Siena, Pistoia, casino con i treni, ricordo anche qualche pullman dalla stazione all’albergo, a volte anche direttamente allo stadio senza neppure un panino da masticare perché se vai e torni in giornata i tempi sono strettissimi.Ma questa volta sono in automobile, le indicazioni di Gigi sono perfette, è una villa tipo cascina sulla sinistra, me la descrive, la individuo al volo. Parcheggio in strada, suono, Gigi mi apre, il primo a presentarsi al cancello è Taribo, un labrador grande, grosso e più nero di West, se mai fosse possibile. Glielo ha regalato Luigi Sartor quando era un cucciolo, mi fa le feste, arriva Simoni, sorrisone, stretta di mano, come va?Entriamo, sala enorme, a volta, Gigi è in pantofole, il piccolo Leonardo e la signora Monica gli girano attorno come due trottole: come sto? Sto che non ho dormito tutta notte, mi fa lui, telefonate, telefonate e telefonate, mi ha chiamato mezza Inter, la mia, e anche il presidente Luzzara, sai com’è, e si stende sulla poltrona, mi resta poco tempo… Cioè? Cioè, quando hai 64 anni non sono più 40, l’ho detto subito al presidente Pieroni, guardi che posso fare al massimo una programmazione di due stagioni. Poi è andata che ho vinto il campionato alla prima ma è meglio non fare calcoli, questo lui lo sa.E adesso? Adesso torno in serie A, fa lui come se si sentisse rassegnato, torno e già mi immagino la standing ovation a San Siro quando ci farò un salto in campionato con l’Ancona. Quando ci sono tornato con il Piacenza è stato uno spettacolo, sessantamila in piedi ad applaudire. Loro avevano capito, io no, ancora adesso, ma non importa e non ho mai chiesto spiegazioni.Non so cosa rispondergli, sulla parete c’è una foto gigantesca di Taribo che palleggia a quattro zampe con Ronaldo ad Appiano Gentile: sono due facce della stessa medaglia, mi fa Gigi, e sprofonda ancora di più nella sua poltrona. Moratti voleva il bel gioco, a me dicevano che avevo un solo schema, palla a Pagliuca e rinvio per Ronaldo. Ronie era un bambino meraviglioso, io ho avuto quello vero, quello che ti faceva vincere e abbiamo vinto. Alla squadra avevo detto che per me erano tutti uguali tranne uno, Ronie ai quei tempi poteva fare quello che voleva, ma non credo che si mise contro di me. Un giorno mi chiama Simeone e mi fa: Gigi, con il carisma che ha Ronaldo avrebbe potuto impedire il tuo licenziamento, bastava una parola e avrebbe convinto Moratti, lo speravamo tutti. Forse il Cholo aveva ragione, mi aveva già chiamato e mi aveva chiesto cosa potesse fare la squadra per farmi riconfermare. West mi aveva detto che voleva venire con me a Piacenza. Sei sempre fuori dal mondo, gli ho risposto, il Piacenza è l’unica squadra di serie A che gioca senza stranieri. C’è rimasto male e mi ha richiamato per chiedermi di portarlo ad Ancona ma qui con il costo del suo cartellino facciamo mezza squadra. Però non credo che Ronaldo si sia mai messo di traverso.Bene, gli dico, questo è il passato, hai rivinto. Con l’Ancona è tutto un altro mondo, mi fa, tornano alla mente le mie prime stagioni in panchina. A Milano se non vinci è finita e passi le settimane a sentire il nome del tuo successore. Devi difenderti da tutti e se uno della rosa lo metti in panchina come sente che l’allenatore è in pericolo diventa un nemico in più, spera solo che ti esonerino. No, non parlo di Ganz, lui era uno che se non giocava diventava matto, non si sentiva inferiore neppure a Ronaldo. Mi diceva che non capiva perché Ronie era sempre titolare e lui no. Poi quando lo mettevi dava l’anima. Ma è normale, il calcio alla fine è questo, io però ho sempre giustificato tutti, anche quelli che non mi andavano. Tanti? Ne bastano pochi, basta un palo o un rigore non dato e i tuoi detrattori ti fucilano.C’entrano qualcosa la Juventus e Ceccarini? Sì, certo, mi risponde convinto, quel giorno gli ho detto che doveva vergognarsi. Una partita che ha segnato il campionato e un’infinità di altre cose, quella squadra è implosa, quei novanta minuti hanno condizionato tutto, io penso che abbiano condizionato perfino il lavoro di Lucescu e il suo esonero, erano troppo legati a me. Quel giorno che West gli ha tirato la maglia addosso ho capito che eravamo rimasti una squadra.Gigi mi chiede se bevo qualcosa, arriva la signora con il piccolo e Taribo. Ha l’Inter sotto la pelle: licenziato il giorno che ho ricevuto la Panchina d’oro dai colleghi a Coverciano, ma con Moratti non ho mai avuto una discussione, siamo rimasti amici e basta. Cosa ricordo? Ricordo che ho pianto.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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L’alieno Mourinho, Sandro Modeo (2013)

Edito da: Isbn Edizioni, 185 pagine, 2013 (edizione aggiornata)

PREMESSA
Oh sì,ci è già capitato. Quasi sempre, la biografia del personaggio che abbiamo acquistato si rivela in realtà una banale agiografia, un elenco delle imprese del nostro eroe, che si dimostra raramente fallibile e assurge a rango quasi divino. Ma chi avesse la bontà di leggere il favoloso libro di Modeo (collaboratore fra gli altri del Corriere della Sera e del Guardian) si troverebbe di fronte a un vero e proprio saggio sociopedagogico, che riesce a presentarci tutte le sfaccettature dell’uomo Mourinho, senza fermarsi al lato calcistico, ma anzi sfruttandolo per spiegarci Mou in modo introspettivo e umano.

PRO
Modeo, penna elegante e ricca di cultura, riesce a regalare al calcio dignità e spessore culturale raccontandoci vita e carriera di Josè Mourinho, appoggiandosi a molti altri campi, quali la biologia evoluzionistica, la filosofia , le neuroscienze, la psicologia, ma anche storia e cinema. Il racconto è straordinario : i vari fatti di vita e carriera di Mou sono occasione per fantastiche digressioni in cui l’allenatore portoghese viene paragonato non solo a personaggi di calcio dalla vita avventurosa come Bela Guttmann e Helenio Herrera, ma anche al grandissimo illusionista Harry Houdini. Dipingendo un ritratto di Mou non solo allenatore, ma anche manager, ricercatore, stratega e psicologo, Modeo riesce a spaziare in ogni ambito del sapere, rivelandosi veicolo di cultura ma lasciando anche la porta aperta per un eventuale approfondimento ; l’analisi calcistica inoltre è davvero notevole ( un esempio per tutti il passo in cui viene spiegato il metodo Lobanovsky)

CONTRO
Modeo è indiscutibilmente tanto colto quanto bravissimo: forse a volte non riesce a evitare di cadere nella sindrome di Narciso. Mentre Mourinho riesce a farsi capire con grande facilità da chiunque, Modeo a volte non resiste dalla tentazione di infarcire la sua opera con dei vocaboli altisonanti e complicati poco agevoli a una immediata comprensione del testo, e con delle parentesi magari troppo ampie per personaggi tutto sommato poco significativi.

UN ESTRATTO
(Sono gli ultimi momenti della semifinale di ritorno della Champions League 2010 al Camp Nou di Barcellona, uno dei momenti più alti del periodo interista di Mourinho)

Ognuno degli ultimi minuti ha una compressione nervosa abnorme: e al fischio finale, Mourinho corre – le braccia levate verso l’alto, gli indici tesi – fermandosi, nella stessa postura, sotto il frammento interista del Camp Nou. Il volto contratto in un orgoglio smisurato, il petto ansimante, più per la tensione compressa che per la corsa, li fissa come per dire loro qualcosa senza parlare. Mai come in quel momento è sembrato Harry Houdini : <<Sarò un mistificatore, sarò un comunicatore, ma quello che vivete è vero, ha la pesantezza dura della materia, della fatica dei vostri giocatori, della mia fatica, ed è per voi.>> In quel momento niente e nessuno può insinuarsi in quella comunione: ci prova il portiere del Barça, Valdes, abbrancando Mourinho e tentando di fermarne la corsa: ma viene allontanato con uno sguardo da posseduto, come fosse l’allucinazione indebita di un’altra dimensione. Non c’è più posto per il piano onirico: il sogno non è più tale:il principio di Realtà ha fatto irruzione in una notte che ha la nitidezza dei contorni del mattino. Come non c’è posto per le accuse – incombenti – di pragmatismo e risultatismo. Ogni diaframma fra estetica e concretezza è abolito: il bello , adesso, è lo splendore del vero. Lì, in quel momento, Mourinho vince di fatto la Champions, ben prima della finale del 22 maggio a Madrid.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Giocare da uomo, Javier Zanetti (2013)

Edito da: Mondadori

PREMESSA
Gianni Riotta, “capitano” del giornalismo italiano (ex direttore tg1, ex direttore del Sole 24 ore), guida Javier Zanetti, capitano nerazzurro ritiratosi nel 2014, nella stesura di un’autobiografia corposa che ripercorre tutti i passaggi fondamentali della sua carriera.

PRO
Personalmente, essendo interista ed essendomi molto commosso nel giorno del suo addio, ho ritrovato in queste pagine quasi la storia di un vecchio amico. Quanti di noi sono cresciuti insieme ai loro idoli in calzettoni e scarpini? Beh, questo libro è una fenditura che lascia intravedere cosa c’è sempre stato “dall’altra parte dello schermo”, ovvero una storia personale per molto tempo inaccessibile. Eh sì, perché il caro Javier non si è mai prestato ad alcun tipo di pettegolezzo in carriera, non ha mai rilasciato dichiarazioni superflue, non ha mai esposto nemmeno un briciolo della sua vita privata alle telecamere. Per questo Giocare da uomo sembra quasi una fuga di notizie, per tutta la lettura del libro hai la sensazione di leggere un diario altrui, finora gelosamente custodito.
Troverete nel libro molti ricordi legati a Dock Sud (cittadina argentina che gli ha dato i natali) e alle sue origini umili (padre muratore, lui nella sua squadra), alla moglie Paula (che scoprirete essere stata influente anche nelle decisioni di mercato, Dio la ringrazi!) compagna fedele di una vita, ma anche ovviamente alle stagioni che ha “macinato” in maglia nerazzurra. Sullo sfondo del racconto, si stagliano i precetti morali che hanno guidato la sua carriera (ma direi più in generale la sua vita), e che somigliano quasi a comandamenti che un qualsiasi giovane uomo farebbe bene a conoscere: primo fra tutti, “chi gioca con orgoglio non perde mai”, una verità che forse più di altri l’ex-capitano è stato in grado di imprimere nel dna della sua squadra.
Il racconto non può che concludersi con i ricordi legati al mitico triplete del 2010, legato indissolubilmente (e questo libro è fondamentale per capirlo) al 2002 e a quel 5 maggio che i tifosi nerazzurri nel tempo hanno quasi cercato di rimuovere dalla propria memoria. La telecamere si soffermarono su Ronaldo in lacrime, in quel dell’Olimpico, ma al suo fianco, se guardate bene, c’è anche Javier Adelmas Zanetti. Piange? No, non versa nemmeno una lacrima, sta pensando già a come migliorare nella stagione successiva.

CONTRO
I limiti di questo libro sono tutti legati al genere di cui fa parte. Questa è una delle classiche autobiografie fittizie che andavano e sfortunatamente continuano ad andare di moda. Chiaro che i ricordi e i pensieri siano di Zanetti, ma questo genere letterario, facendo fintamente raccontare al campione di turno in prima persona gli avvenimenti, oscura/plastifica il risultato finale perché cerca quasi di nascondere il lavoro del giornalista incaricato della stesura. Il risultato è che mentre si legge si ha spesso la sensazione che il giocatore non si sarebbe mai espresso in certi termini, e si reputa l’azione del giornalista opprimente. In realtà il problema è proprio nel genere, un problema al quale alcune case editrici intelligenti stanno ovviando, pubblicando i racconti di epopee sportive straordinarie prendendo come punto di vista esplicito quello del giornalista, unico autore del titolo.

UN ESTRATTO

Massimo Moratti, ai giornalisti che gridavano: «Presidente, come suo padre, campione d’Europa…», risponde modesto: «No, lui di Coppe dei Campioni ne ha vinte due…». Ma è felice: il giorno dopo va a colazione con la famiglia all’antico ristorante Botín, al collo la medaglia della vittoria. Mentre sta mangiando, entra un gruppo di tifosi e, tra le risate degli avventori madrileni, si inginocchiano tutti davanti a lui, in festa. Non abbiamo neppure parlato quella sera con Moratti: io sono sbucato da un gradone dello stadio, ci siamo visti e abbracciati forte, in silenzio. Quell’abbraccio significava tante cose, voleva dire: «lo e te ci siamo dall’inizio, dal 1995. Abbiamo vissuto insieme le illusioni e le gioie, i dolori e le ingiustizie, il riscatto e il lavoro. Noi due soli ci siamo dal primo giorno, quando nessuno credeva in noi, e adesso siamo qui, sul tetto del mondo, dopo tutte le battaglie».
Abbraccio Moratti, nessuno merita quella felicità come lui, dopo tutto quel che ha fatto per l’Inter. Quando io e i miei
compagni, negli anni a venire, ci ricorderemo della notte di Madrid e del nostro lavoro, la soddisfazione sarà aver condiviso quella felicità con milioni di tifosi.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio Santori nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Roberto Baggio, Stefano Piri (2020)

Edito da: 66thand2nd; Febbraio 2020; p. 205

PREMESSA
Stefano Piri, giornalista e redattore di Esquire, si è imbarcato in una storia apparentemente semplice: narrare la carriera di Roberto Baggio. L’autore si dimostra abile nel raccontare l’evoluzione del “personaggio Baggio” mettendo in primo piano l’uomo e solo successivamente il calciatore, l’icona. E lo fa raccontando sia le difficoltà in cui è incorso il “divin codino” (infortuni ed incomprensioni con allenatori) e sia la carriera, vissuta in una sorta di continuo saliscendi sulle montagne russe, partendo dalle prime apparizioni con il Vicenza (periodo durante il quale sembrava il prototipo di un calciatore del futuro) sino a giungere all’epilogo con il Brescia – senza dimenticare quello che, verosimilmente, è stato il suo più grande amore, ossia la maglia azzurra, con la quale ha vissuto anche la più cocente delusione della sua carriera.

PRO
Più del campione in grado di illuminare in un unico momento una partita (in altre parole, il tipico giocatore per il quale “vale la pena pagare il prezzo del biglietto”), ciò che mi ha colpito è stato il ritratto della persona Roberto Baggio (ragazzo prima e di un uomo poi), per il quale era imprescindibile essere rispettato. È, dunque, una figura per la quale è inevitabile parteggiare, in considerazione di tutto ciò che è riuscito a dare al calcio nonostante le disavventure – fisiche e sportive – che ha affrontato durante tutto l’arco della carriera.

CONTRO
L’unica cosa che mi è piaciuta meno è stata quel vago accenno – che, per la verità, permea quasi tutto il libro – ad una presunta irrilevanza di Baggio. Secondo l’autore, infatti, le squadre in cui ha giocato Baggio avrebbero anche potuto fare a meno di lui, motivo per cui il divin codino finirebbe quasi per essere un piacere che gli allenatori sono costretti a negarsi con la maturità (in questo senso si pensi alla stagione 95/96 al Milan, durante la quale le assenze per infortunio sembrano rendere quasi irrilevante la sua mancanza; oppure alla pesante convivenza con Lippi all’Inter durante la stagione 99/00). E ciò mi pare davvero una contraddizione in termini, se si pensa a ciò che Baggio ha rappresentato per il mondo del calcio italiano e non.

UN ESTRATTO
Ce ne sarebbero tanti, su tutti lo sfogo contro Tabarez nella stagione 96/97, reo di non farlo giocare troppo. Però quello che più mi ha colpito, anche per questioni personali, riguarda la partita di Champions League Inter – Real. Eccola qui:

A cinque minuti dalla fine però c’è un’azione confusa in area del Real, Simeone serve Baggio che si gira e calcia in porta quasi alla cieca, con cattiveria, molto da attaccante e molto poco da Baggio. La palla è violenta, centrale, Illgner che si è tuffato a sinistra la tocca col piede ma riesce solo a farla impennare e finire sotto la traversa. A quasi trentadue anni, e da quasi esordiente in Champions League, Baggio corre verso la bandierina strappandosi la maglia come se fosse in fiamme, col viso contratto in un’espressione di esultanza che sembra quasi di orrore: mai visto esultare così, mentre una nuvola di maglie nerazzurre e giacche a vento provenienti dalla panchina lo avvolge.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.