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Nereo Rocco, Gigi Garanzini (1999)

Edito da: Baldini & Castoldi

PREMESSA
Lungo viaggio nella memoria per ricordare e omaggiare uno dei personaggi più amati e affascinanti del calcio italiano. L’elegante prosa di Gigi Garanzini ci racconta il Paron attraverso i ricordi di amici, giocatori e compagni, in una sorta di Giro d’Italia che tocca le città più importanti per Rocco.

PRO
Per l’epoca, un modo originale di raccontare vita e opere di un allenatore. Garanzini, amico personale del Paron, conosciuto quando la parabola personale di Rocco stava volgendo al termine, perpetua la memoria del primo allenatore italiano a vincere la Coppa Campioni facendolo raccontare da quelli che lo hanno conosciuto. Ne esce un libro bellissimo, che trasuda un affetto e una memoria vivissimi ancora oggi; uno spaccato di un calcio ormai tramontato, ma dove valori e sentimenti contavano ancora molto. Tra racconti di partite, allenamenti, cene, mitiche gag, il Paron sembra ancora assieme a noi in carne e ossa, col bicchiere di vino perennemente riempito e le sue massime tranchant in dialetto triestino. Il tono si fa malinconico solo nella struggente lettera a Rocco con cui Garanzini conclude il racconto.

CONTRO
La struttura del libro, la cui prima edizione si basava sulle interviste ai testimoni viventi dell’epoca rocchiana, fa sì che manchino nel racconto capitoli dedicati a persone fondamentali nella vicenda di vita del Paron, e cioè Gipo Viani , suo mentore nel primo periodo milanista, e Gianni Brera, amico di una vita. Ed è una lacuna che si fa sentire, anche se la godibilità dell’opera non viene meno.

UN ESTRATTO

In materia di Paron , parlare con Giovan Battista Monti, medico sociale del Milan dal 1965 al maggio 1998, è come consultare la Treccani. Oppure, a piacere, trovarsi davanti a uno sterminato juke-box: tu inserisci un gettone dicendo una parola e lui va avanti con giorno, mese e anno di quell’episodio, di quella gag, con tutte le virgolette al loro posto.(…)”La sai quella del rebus? No? Beh, è dei tempi del Padova. Un giorno si inventa che bisogna stimolare la fantasia, che è ora di finirla coi gavettoni perché i giochi di società aprono la mente. Fa tutto questo preambolo con i giocatori che lo guardano stupiti, poi annuncia rebus animato, città di sette lettere, e dice ad Azzini di mettersi faccia al muro con la schiena piegata e le mani appoggiate. Una volta in posizione, ordina ai primi tre – quattro che ha a tiro di saltargli sopra, e agli altri chiede la soluzione del rebus. Quando Azzini crolla, travolto dal peso degli altri manzi, domanda: nisun che indovina? Sul-mona. No iera dificil.” (…)Pianelli. “Mitica. Cena di gala a villa Pianelli per festeggiare l’arrivo di rocco a Torino. Posate d’argento, camerieri in livrea, ostriche e champagne. Il Paron alla destra del presidente e di fronte alla signora. Ginko, sarà stà l’ostrica, fu lui a raccontarmela una sera in ritiro, a un certo momento go dolor de panza. Domando ‘l bagno. I me compagna de sopra, in quel padronal, un lusso che no te digo, tre speci, rubineti d’oro. me sento dove che te imagini, guardo davanti, e ghe xè un quadro, un de quei del col lungo… Un Modigliani, dissi io, creden do di aiutarlo. Mi guardò con sospetto: ciò, te ga cagà anche ti da Pianelli?

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Preferisco la coppa, Carlo Ancelotti (2009)

PREMESSA
Carlo Ancelotti è senza dubbio uno dei miti viventi del calcio italiano ed è rimasto nel cuore di tutte le squadre che ha allenato. In questa autobiografia si fa aiutare dal giornalista di Sky Alessandro Alciato per portare su carta innumerevoli aneddoti.

PRO
Una lettura leggera, semplice e divertente, un libro da divorare in poco tempo, piacevole nella lettura, intriso di aneddoti ben descritti che riescono a catapultarti nella dimensione del racconto, rendendoti partecipe. Carlo Ancelotti si racconta, lo fa come se si stesse rivolgendo ad un bambino, semplice nella lettura ma mai banale, ogni racconto, per quanto ilare, lascia sempre trasparire quella cultura della vita semplice emiliana.
In più, c’è anche un messaggio importante nella prefazione del libro: “Questa autobiografia è nata dalla voglia di aiutare Stefano Borgonovo e la sua Fondazione per la lotta contro la SLA. I miei compensi vanno alla ricerca perché io voglio conoscere tutto di questa malattia, ma una cosa in particolare: il modo di sconfiggere la Stronza, come la chiamava Stefano.”

CONTRO
Nessuno.

UN ESTRATTO

Una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos ed abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato ed è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto, ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. Aiutato da Daniel Fonseca, un altro che non si faceva certo pregare. Paolo adorava Zizou, io adoravo anche Paolo, puro di cuore e di spirito. Un galeotto mancato, ma con un suo codice d’onore.

Questa recensione è stata pubblicata da Fabrizio De Cagno nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Roberto Baggio, Stefano Piri (2020)

Edito da: 66thand2nd; Febbraio 2020; p. 205

PREMESSA
Stefano Piri, giornalista e redattore di Esquire, si è imbarcato in una storia apparentemente semplice: narrare la carriera di Roberto Baggio. L’autore si dimostra abile nel raccontare l’evoluzione del “personaggio Baggio” mettendo in primo piano l’uomo e solo successivamente il calciatore, l’icona. E lo fa raccontando sia le difficoltà in cui è incorso il “divin codino” (infortuni ed incomprensioni con allenatori) e sia la carriera, vissuta in una sorta di continuo saliscendi sulle montagne russe, partendo dalle prime apparizioni con il Vicenza (periodo durante il quale sembrava il prototipo di un calciatore del futuro) sino a giungere all’epilogo con il Brescia – senza dimenticare quello che, verosimilmente, è stato il suo più grande amore, ossia la maglia azzurra, con la quale ha vissuto anche la più cocente delusione della sua carriera.

PRO
Più del campione in grado di illuminare in un unico momento una partita (in altre parole, il tipico giocatore per il quale “vale la pena pagare il prezzo del biglietto”), ciò che mi ha colpito è stato il ritratto della persona Roberto Baggio (ragazzo prima e di un uomo poi), per il quale era imprescindibile essere rispettato. È, dunque, una figura per la quale è inevitabile parteggiare, in considerazione di tutto ciò che è riuscito a dare al calcio nonostante le disavventure – fisiche e sportive – che ha affrontato durante tutto l’arco della carriera.

CONTRO
L’unica cosa che mi è piaciuta meno è stata quel vago accenno – che, per la verità, permea quasi tutto il libro – ad una presunta irrilevanza di Baggio. Secondo l’autore, infatti, le squadre in cui ha giocato Baggio avrebbero anche potuto fare a meno di lui, motivo per cui il divin codino finirebbe quasi per essere un piacere che gli allenatori sono costretti a negarsi con la maturità (in questo senso si pensi alla stagione 95/96 al Milan, durante la quale le assenze per infortunio sembrano rendere quasi irrilevante la sua mancanza; oppure alla pesante convivenza con Lippi all’Inter durante la stagione 99/00). E ciò mi pare davvero una contraddizione in termini, se si pensa a ciò che Baggio ha rappresentato per il mondo del calcio italiano e non.

UN ESTRATTO
Ce ne sarebbero tanti, su tutti lo sfogo contro Tabarez nella stagione 96/97, reo di non farlo giocare troppo. Però quello che più mi ha colpito, anche per questioni personali, riguarda la partita di Champions League Inter – Real. Eccola qui:

A cinque minuti dalla fine però c’è un’azione confusa in area del Real, Simeone serve Baggio che si gira e calcia in porta quasi alla cieca, con cattiveria, molto da attaccante e molto poco da Baggio. La palla è violenta, centrale, Illgner che si è tuffato a sinistra la tocca col piede ma riesce solo a farla impennare e finire sotto la traversa. A quasi trentadue anni, e da quasi esordiente in Champions League, Baggio corre verso la bandierina strappandosi la maglia come se fosse in fiamme, col viso contratto in un’espressione di esultanza che sembra quasi di orrore: mai visto esultare così, mentre una nuvola di maglie nerazzurre e giacche a vento provenienti dalla panchina lo avvolge.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.