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Premier League, Nicola Roggero (2019)

Edito da: Rizzoli, 336 pagine.

PREMESSA
La storia, splendidamente raccontata, della Premier League, dalla fondazione della Football League da parte di William MC Gregor nel 1888 fino ai giorni nostri, passando per Dixie Dean e l’Arsenal di Chapman, il Man Utd di Busby, Brian Clough, il Liverpool che dominò in Europa, il lungo dominio di Sir Alex Ferguson.

PRO
Il merito di aver inventato il calcio può venire superato da una sola cosa: saperne tramandare la tradizione e accettarne lo sviluppo. Ai Maestri inglesi dovremo sempre essere grati per tutto questo, così come grande deve essere la gratitudine per Nicola Roggero, che riesce a condensare con stile e ritmo giornalistico un secolo e mezzo di storia. Aneddoti , curiosità, squadre e campioni leggendari la fanno da padroni per gran parte del libro, ma l’autore non ignora nemmeno la fase oscura degli hooligans e la genesi della Premier League, tuttora il campionato più bello ed emozionante del mondo.

CONTRO
Pur nell’ambito di una narrazione avvincente e accurata, campeggia qualche refuso; un esempio per tutti il Gary Lineker premiato come miglior realizzatore a Italia 90 (vinse Schillaci: Lineker fu capocannoniere in Messico)

UN ESTRATTO
(che compito ingrato e difficile! Fra tante che avrebbero meritato la citazione, scegliamo l’epopea del Nottingham Forest)

Arriva il bis in Coppa Campioni, battuto in finale l’Amburgo con gol di John Robertson al Santiago Bernabeu di Madrid. Un risultato che fa del Nottingham Forest l’unico club con più Coppe dei Campioni che campionati.La squadra è rimasta sostanzialmente la stessa, compresa la capacità di sapersi arrangiare, come nei giorni degli allenamenti in un parco pubblico. Alla vigilia della finale di Madrid, Shilton decide di rifinire la preparazione, e siccome l’albergo non ha un campo da gioco, lui si piazza in una rotonda stradale con l’erba. Lì si mette a parare palloni in mezzo alle macchine che sfrecciano e ai clacson che suonano. Il miracolo di Clough è stato quello di trasformare calciatori medi in fuoriclasse. “Non avevo mai sentito nominare questo Mc Govern, eppure stasera ha dominato il centrocampo ” commenta il fuoriclasse tedesco Gunter Netzer dopo a semifinale di coppa contro il Colonia. Vincono anche la Supercoppa Europea battendo il Barcellona e all’uscita del Camp Nou trovano un centinaio di tifosi attorno al loro autobus. “Siamo nei guai” pensano i giocatori. E invece appena li vedono uscire con Clough tutti cominciano ad applaudire convinti. Il gioco con la palla tenuta sull’erba e non lanciata tra le nuvole aveva conquistato anche i catalani.Il modo di Clough di prendere sempre a spallate la vita ha fatto del Nottingham Forest un club amato dalla working class, non dai salotti buoni. Nel 1979 per il premio della squadra dell’anno la BBC sceglie la nazionale inglese di equitazione che ha vinto il titolo europeo. Con tutto il rispetto per cavalli e cavalieri , non c’è paragone con l’impresa di quelli in maglia rossa. E il Forest non è neppure tra le grandi squadre che fanno parte della Hall of Fame del Museo Nazionale inglese del calcio. Assurdo (…).Dalle parti della foresta di Sherwood potevano essere orgogliosi,come spiegò McGovern : “Siamo stati una cometa, che ha brillato per poco tempo ma di una luce fortissima. Grazie a noi, Nottingham non aveva più solo Robin Hood. Aveva anche Brian Clough e il Forest.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Red or dead, David Peace (2014)

Edtito da: Il Saggiatore, 659 pagine, prima edizione 2014.

PREMESSA
La straordinaria parabola di Bill Shankly, leggendario e amatissimo allenatore del Liverpool, raccontata da David Peace. Si parte dal 1959, anno in cui Shankly arriva alla guida di un Liverpool che langue in Seconda Divisione; attraverso una rivoluzione dei metodi di allenamento e un accurato scouting dei giocatori, Shankly condurrà i Reds a dominare in Inghilterra e in Europa, per poi ritirarsi dopo l’ennesimo trionfo, vinto dallo stress. Un pensionamento però di cui si pentirà amaramente pochi mesi dopo…

PRO
Peace lo conosciamo tutti. Accuratissima ricerca, estrema attenzione ai dettagli, maniacale ricostruzione storica, particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, spesse volte fatta intuire al lettore attraverso i dialoghi dei protagonisti: si pensi alla “spietatezza” di Shankly nello sbarazzarsi di giocatori che gli hanno dato tutto, come Saint John e Smith, in nome però del bene superiore del Liverpool Football Club, unica cosa che antepone all’affetto filiale provato per ogni suo giocatore. L’autore è eccezionale anche nel tratteggiare il ritiro del manager, che si pente quasi subito di non poter più essere l’allenatore della squadra che ha tanto amato, e probabilmente la parte migliore del libro è proprio quella in cui viene descritto il dolore di Shankly, maltrattato dai suoi vecchi dirigenti e perfino dal suo storico vice, che tenta di vincere la solitudine e il senso di inutilità autoinflittosi col ritiro andando ad aiutare al Tranmere il suo vecchio giocatore Yeats, o semplicemente allenandosi coi ragazzini al parco o scambiando quattro chiacchiere coi tifosi, gli unici a non averlo mai dimenticato e sempre amato, al pub.

CONTRO
Lo stile di Peace, ricco di ripetizioni ossessive. La punteggiatura che sincopa il ritmo. I dettagli sovrabbondanti, l’uso di venti vocaboli per descrivere cose per le quali ne basterebbero cinque. Bisogna ammettere che la lettura a volte risulta davvero faticosa, e avendo letto il libro anche in lingua originale, posso assicurare che il problema non è dovuto alla cattiva traduzione, anzi davvero ottima.

UN ESTRATTO
(Ian St.John, escluso col Newcastle, irrompe nell’ufficio di Shankly per chiedere spiegazioni. L’allenatore lo rimbalza, in quello che è il manifesto del suo modo di vivere la professione e il rapporto con il club, chiudendo con una frase che lo perseguiterà in un secondo momento)

Avrebbe dovuto dirmelo in faccia.Solo lei e me. Questo avrebbe dovuto fare.Perché? Prima d’ora non l’ho mai fatto con nessuno.Ma prima d’ora io non ero mai stato escluso. Prima d’ora non ero mai stato messo fuori squadra. Non mi era mai accaduto prima d’ora.E poi venirlo a sapere in quel modo. In quel cazzo di ingresso, da un fottuto estraneo. Credevo di meritarmi qualcosa di meglio. Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo tutto il tempo da cui ci conosciamo. Questo non significa niente per lei? Dopo tutti questi anni? Dopo tutte queste partite? Non significa niente? Bill scosse la testa. E Bill disse, Quelle partite erano per il Liverpool Football Club. Le partite che hai giocato, le cose che hai fatto. Erano tutte per il club, non per me…Ian St.John trattenne le lacrime. Ian St.John non riusciva a respirare. Ian St.John deglutì…Lo so che erano per il Liverpool Football Club. Ma erano anche per lei. Perché lei credeva in me. Per questo sono venuto qui. Per lei. Per la sua fiducia in me. (…) Sì, ho fatto tutto questo per il Liverpool Football Club. Ma ogni singola cosa che ho fatto era anche per lei. Per ringraziarla. Della sua fiducia in me. E della sua fede in me. Tutto questo l’ho fatto per lei. Tutto per lei, Boss.Bill aprì la bocca. Bill chiuse la bocca.(…) E poi Bill si alzò. E Bill disse, è quasi ora dell’allenamento, figliolo. faremo tardi. Forza, figliolo. Andiamo… Ian St.John non si mosse. Sabato è sempre stato il più bel giorno della mia vita, sussurrò Ian St.John. Ma sabato scorso è stato il giorno più brutto della mia vita. E questi sono stati i giorni più belli della mia vita. Qui al Liverpool, qui con lei. Ma quei giorni sono finiti, non è così? Ormai sono finiti. Bill alzò di nuovo lo sguardo sull’orologio alla parete. Bill abbassò di nuovo lo sguardo sul suo orologio da polso. Bill scosse la testa. E Bill disse, No, figliolo. No. Non ancora. Ma il momento arriva per tutti noi, figliolo. E perciò devi essere preparato. Devi essere pronto, figliolo. Perché devi decidere come lo affronterai. Con grazia e con dignità? O con rabbia e amarezza? Ma questo soltanto tu puoi deciderlo. Soltanto tu lo sai, figliolo.

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George Best. L’immortale, Duncan Hamilton (2015)

Edito da: 66thand2nd,496 pagine, prima edizione italiana 2015

PREMESSA
Personificazione calcistica del motto latino “nomen omen”, George Best non può non essere amato da chiunque ami il calcio. Un artista del campo da calcio, un genio totale, al punto che un asso della carta stampata come Duncan Hamilton decide di mettersi al servizio del campione nordirlandese, raccontandone la sfolgorante ascesa, la vita tumultuosa, gli eccessi, e il triste declino del ragazzo di Cregagh.

PRO
Meraviglioso, coinvolgente, appassionante, toccante, in una parola emozionante. E mai come in questo caso un vocabolo può essere utilizzato per descrivere sia la vita del protagonista della biografia, sia la biografia stessa. Hamilton fornisce una prova all’altezza del campione di cui racconta le gesta: ogni singola pagina trasuda amore , stima e rispetto per il campione nordirlandese. Trascinante e palpabile il suo entusiasmo quando si fa narratore del periodo più fulgido e felice di Best; ma altrettanto delicato e rispettoso è il ritratto che ne fa del declino, sottolineando come George galoppò a briglia sciolta verso il suo inferno personale a causa della sua dolcezza e sensibilità, che trovarono nell’alcol il mezzo per condurlo alla dissipazione di una intera esistenza da film. Bestie aveva già fatto a pezzi sé stesso nella sua autobiografia del 2001, facendosi ben pochi sconti: Hamilton riesce nella titanica impresa di usare maggiore indulgenza con il genio di Belfast, pur non essendo assolutamente indulgente. Leggere questo libro è come assistere alla creazione di un affresco nelle sale vaticane: ogni pennellata descrive un episodio della vita di Best, dall’infanzia in Irlanda alla chiamata a Manchester, i Sixties, decennio gravido di cambiamenti anche nello star system, il successo, la fama, la depressione, gli eccessi, l’alcol, le donne, la rovina, le disavventure giudiziarie, la lenta risalita, gli ultimi anni, ammantati di un unico rimpianto , un rimpianto vestito con la maglia rossa del Manchester United, l’unica squadra che abbia mai amato. Il risultato finale è un capolavoro di livello tale che non capisco come mai stiate ancora leggendo queste righe invece di correre a procurarvelo.

CONTRO
Un solo, e però imperdonabile, difetto. Questo capolavoro avrei voluto scriverlo io.

DUE ESTRATTI
(per capire la sensibilità di Best e il suo rapporto con il suo mentore Matt Busby, scelgo due estratti del magnifico romanzo. Il primo è tratto dall’incontro casuale con l’ex rivale Albert Johanneson, caduto in disgrazia e ridotto a fare il lavapiatti per sopravvivere, il secondo la riunione con l’amatoìissimo mister Busby durante una commemorazione della Coppa Campioni vinta nel 1968)

Quando Best lo incontrò di nuovo, Johanneson era in pessime condizioni. Aveva il viso gonfio e la sclera degli occhi gialla e rossa invece di bianca. Camminava trascinando i piedi. I suoi vestiti avevano bisogno di una bella ripulita. Era quasi senza un soldo. Quella sera Best doveva apparire accanto a Jimmy Greaves in un teatrio cittadino.Decise, invece, di fare un regalo a Jhanneson, e Greaves dovette salire su un palco da solo. Il semplice racconto di questo episodio può far sembrare la scelta di abbandonare Greaves un gesto egoista , e Best un irresponsabile. Lui però non usò Johanneson come una scusa per svignarsela.Best riconobbe un uomo che, come lui, non era sopravvissuto all’ammirazione degli anni Sessanta. Johanneson era caduto più in basso di lui, e più velocemente, e sul suo viso gonfio e avvilito Best riconobbe la terribile disperazione che aveva visto sul proprio. Johanneson aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse e fosse lì per lui, anche se solo per poche ore. Best lo portò in un albergo di lusso, dove i camerieri inizialmente rifiutarono di servire qualcuno che sembrava un barbone. Ci volle qualche parola sottovoce di Best perché cambiassero idea. I due rimasero a chiacchierare fino a mezzanotte, ricordando vecchie partite. Johanneson morì nel 1995, a soli 53 anni. Il cadavere rimase per quasi una settimana nel suo appartamento in un grande condominio prima di esser ritrovato. Quando Best apprese della sua morte (…) fu ancora più convinto di avere fatto la cosa giusta.

Anche i giganti invecchiano e muoiono. Sir Matt Busby se ne andò a quasi 85 anni, nel 1994. Appena diciotto mesi prima, Busby e i vincitori della Coppa dei Campioni del ?68 si erano riuniti per girare un documentario per il venticinquesimo anniversario della finale. Lo United si ritrovò a Wembley.
<<Come stai, figliolo?>> chiese Busby a Best con voce malferma, più simile a quella apprensiva di un genitore che a un semplice saluto.(…) Dopo un po’, esauriti i primi ricordi, Best disse agli altri <<il capo vuole andare>>, e lui e Busby lasciarono il campo insieme. Best accorciò il passo per restare accanto al suo allenatore, che sembrava fragile come il vetro. Best ancora non immaginava il mondo senza di lui. Era impreparato alla morte di Busby come lo era stato a quella della madre.
<<Sai che ti voleva bene?>>, gli chiese il figlio di BUsby, sandy, vicino alla tomba. << Quasi non riuscivo a parlare>> disse Best.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il mio anno preferito, Nick Hornby (a cura di)(2001)

Edito da: Guanda, prima edizione 2006 (prima edizione straniera 2001), 245 pagine

PREMESSA
È ben noto quale sia stato il contributo di Nick Hornby nella elevazione del calcio a fenomeno culturale, grazie al suo toccante e intenso “Febbre a 90′ “. Qui compiamo un ulteriore passo in avanti, grazie a questa raccolta di racconti in cui lui e 12 autori condividono con noi la stagione calcistica che più emozioni ha suscitato in loro.

PRO
Di fronte a un titolo del genere, il lettore si aspetterebbe di venire introdotto a una sequela di narrazioni riguardanti epocali trionfi sportivi. Non è così : si raccontano sì successi rilevanti, ma anche salvezze sofferte, disfatte desolanti e stagioni mediocri, si spazia dalle massime competizioni mondiali al dilettantismo di livello quasi amatoriale e dalla travolgente follia di chi escogita i più assurdi stratagemmi per seguire la squadra allo stadio, a chi consuma unghie e pacchetti di sigarette nell’attesa di aggiornamenti sul televideo. Al centro di tutto ci sono la bellezza del calcio e i sentimenti che esso suscita: il calcio non è né sarà mai solo un gioco, ma sogno e vita. Valdano in una intervista azzardò un paragone con Borges, che a un intervistatore che gli chiedeva a cosa servisse la poesia rispose serafico “E a cosa serve l’odore del caffè, o un’alba? A renderci felici.” Gli autori mettono a nudo sè stessi con un riuscito mix di nostalgia, ironia e disincanto, maneggiando con indiscutibile abilità tutti i trucchi del mestiere, coinvolgendo spesso il lettore e riuscendo a volte a sorprenderlo (memorabile in questo senso il capitolo sul Watford di Olly Wicken, maestro dell’inganno).

CONTRO
Compito improbo trovare un difetto in un’opera come questa: gli autori sono convinti sostenitori della tesi secondo la quale molti uomini associano un amore o un evento particolare e totalizzante della propria vita a un gol segnato o un trofeo conquistato. Forse questo può causare disturbo a un lettore con un punto di vista più neutro.

UN ESTRATTO
Dal capitolo “ILLUSIONI DI GRANDEUR”

“Ho scritto quasi interamente basandomi sui ricordi. Eppure sono ricordi felici. Mentre scrivevo, ho scoperto che non mi ricordo il dolore della sconfitta e della retrocessione, oppure che più probabilmente ero troppo innamorato della squadra per aver sentito quel dolore all’epoca. (…) Ero giovane, ingenuo , e impermeabile alla verità. Non vedevo lo squallore meschino di una società allo sbando e in declino. Come diceva la canzone, ero un sognatore. Un piccolo sognatore folle. Il Watford era una squadra di merda.

Ma almeno in un modo importante – per come mi sentivo parte della squadra per cui tifavo – il 1974/75 fu davvero un anno imbattibile. Il mio anno preferito. Nel giro di altri tre anni Graham Taylor ci avrebbe ritirati su dalla Fourth. Tempo sei anni e saremmo arrivai secondi in First Division, avremmo giocato la finale di Coppa d’Inghilterra e tre turni di Coppa UEFA. Il successo avrebbe avuto una parte importante della mia vita, arrivando a costituire una parte significativa della mia identità.

Ma in qualche modo era tutto più significativo quando mi cambiavo nello sgabuzzino del magazziniere. Quando correvo su e giù per la linea laterale. Quando portavo una tuta sformata e rotta con la cerniera che non si chiudeva. Quando mi sentivo a casa.

Un successo del genere non l’ho ottenuto mai più.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Cantona, Daniele Manusia (2013)

Edito da: ADD Editore; p.191

PREMESSA
Daniele Manusia, direttore di l’UltimoUomo, descrive l’epopea di King Eric, dagli inizi in Francia con l’Auxerre al successo in Inghilterra, dove con il Manchester United diventerà uno dei più grandi giocatori di sempre (e, secondo i mancuniani, il miglior giocatore di tutti i tempi nella centenaria storia dei Red Devils).L’autore ci regala dunque un compendio delle gesta di Cantona, mettendone in luce le crisi private, le grandi giocate, i Brutti Gesti, inquadrando sia il calciatore sia l’uomo – il primo, peraltro, a parlare direttamente, spesso senza filtri, ai giornali e ai tifosi, talvolta pentendosi di ciò che ha detto e fatto. Forse. Perché con Cantona non si sa mai.

PRO
La cosa meravigliosa di Cantona è la piena consapevolezza di sé e dei suoi mezzi, alla quale si accompagna una incrollabile fedeltà ai propri ideali. Proprio per questo motivo, come da lui più volte ammesso, non ha mai voluto essere quello che gli altri volevano che fosse, né tantomeno ha mai detto ciò che gli altri volevano sentirsi dire. Una persona, tra l’altro, con un proprio concetto di ciò che è giusto o sbagliato. Non a caso, sir Alex Ferguson a tal proposito dirà: «se sente che si sta compiendo un’ingiustizia, deve dimostrare al mondo intero che lui la correggerà». Cantona, inoltre, è riuscito a scardinare il luogo comune dell’atleta che pensa unicamente al proprio sport. Non a caso, ha sempre manifestato il suo amore per l’arte, per il beau geste, in ogni sua forma: pittura, lettura, cinema. E proprio per le sue passioni artistiche, in Francia è stato visto (ed etichettato) come un “marginale” – termine utilizzato oltralpe in maniera estremamente dispregiativa, ma che lui ha accolto come un complimento perché, parole sue, ogni essere umano è diverso.

CONTRO
Manusia, a mio modesto avviso, non commette alcun errore nel raccontare le gesta di King Eric, sicché non ci sono dei veri e propri contro. Al più si può obiettare l’atteggiamento di aperto ostracismo mostrato dalla stampa francese nei confronti di Cantona, specialmente dopo il famoso calcio al tifoso del Crystal Palace, in occasione del quale la stampa transalpina lo trattò sostanzialmente come un appestato.

UN ESTRATTO
A mio parere (e non solo mio), il gol più bello di Cantona è stato realizzato durante una partita già vinta, di fine dicembre del ’96, quando lo United sta conducendo per 4-0. All’improvviso, però, la storia:

Eric prende palla a centrocampo. Si districa in mezzo a due avversari, è pesante, anche goffo, sembra che le ginocchia gli si pieghino verso l’interno. Al tempo stesso si capisce subito che gli avversari non possono fare niente per fermarlo, trasformati in statue di sale dalla fluidità un po’ a scatti di Cantona. Dopo un triangolo con McLair si ritrova al limite dell’area. Un difensore lo sta chiudendo in scivolata da sinistra e il portiere è avanzato fino al limite dell’area piccola chiudendogli lo specchio. In una frazione di secondo Cantona riesce a immaginare che ci sia lo spazio per fare un pallonetto. E forse quello spazio non c’è. Ci sarebbe quello sul primo palo, alla sinistra del portiere, ma sembra troppo vicino alla porta perché la palla scavalchi il portiere e scenda in tempo per entrare in rete. Quello che ne viene fuori è un colpo unico, un cucchiaio teso che sembra non scendere mai (anche a causa della prospettiva schiacciata della telecamera) e in diagonale sbatte sulla parte alta del secondo palo e per via dell’effetto continua la sua corsa sull’interno della rete».

Ladies and gentleman, madame and monsieur, The King. Eric Cantona.

Questa recensione è stata pubblicata da Simone De Carlo nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il maledetto United, David Peace (2006)

Edito da: Il Saggiatore, prima edizione 2006, 410 pagine

PREMESSA
Una delle parole più abusate, in questa temperie culturale dove si tende sempre all’iperbole, è CAPOLAVORO. Non è questo il caso però di questo splendido romanzo scritto da David Peace, che narra i 44 giorni in cui Brian Clough, allenatore fra i più vincenti e personaggio fra i più amati e controversi della storia del calcio inglese, allenò il Leeds United, venendo poi costretto ad andarsene dall’ostracismo di un ambiente che non gli aveva perdonato l’antica rivalità.

PRO
Particolarmente accattivante è già la struttura del romanzo, in cui la distorsione temporale svolge un ruolo fondamentale. La narrazione non si limita a raccontare delle difficoltà di Clough a rapportarsi con un ambiente che lo detesta, ma fa un sapiente e continuo uso del flashback per raccontare la vita precedente dell’allenatore, raccontando la fine dei suoi giorni da giocatore, il terribile infortunio, la paura di perdere tutto, gli inizi all’ Hartlepool, la gloria al Derby, gli scoppi d’ira, il rapporto strettissimo con Peter Taylor, più di un assistente per lui. Peace, dopo aver compiuto un monumentale lavoro bibliografico, fa emergere ogni lato di Clough, i suoi pregi come allenatore e motivatore, senza risparmiarlo quando deve tratteggiarne la morale ambigua, i tradimenti agli amici, la sua tendenza all’alcolismo. Per non confondere il lettore, Peace utilizza due diversi caratteri, il corsivo per il passato, lo stampatello per il presente, e riesce da maestro consumato sia a dare ritmo all’azione (memorabili i passaggi in cui descrive la fasi salienti delle partite, come un grande radiocronista, enfatizzandone il ritmo con uso sapiente di ripetizioni e punteggiatura) sia a tinteggiare la psicologia dei personaggi, talmente vivi da ispirare una istantanea reazione di simpatia o antipatia in chi legge.

CONTRO
Compito improbo trovare difetti in un romanzo come questo , che ha ispirato un film altrettanto bello e che vedrei benissimo anche come serie Tv, sulla falsariga del recente “The English Game” di Netflix. Si può solo dire che a volte l’uso dello stream of consciousness di joyciana memoria rende un po’ farraginosa la narrazione.

UN ESTRATTO
(È la notte della vigilia del Charity Shield che vedrà il Leeds affrontare il Liverpool. Clough, già osteggiato da parte della dirigenza e della squadra nonostante sia appena al decimo giorno di lavoro, manifesta i primi sintomi di una crisi di rigetto da Elland Road che si rivelerà sempre più forte col passare dei giorni. Magnifica la tecnica di Peace, che solo alla fine svela il destinatario della telefonata, facilmente intuibile comunque dal lettore.)

Loro non sono la mia squadra. Non la mia. Non questa squadra, e non lo saranno mai.Loro sono la sua squadra. Il suo Leeds. Il suo sporco, fottuto Leeds, e lo saranno sempre. Non la mia squadra. Mai. Non la mia. Mai. Non questa squadra. Mai.

Mezzanotte è passata e non riesco a dormire. Ho di nuovo bevuto troppo, e ho un fottuto mal di testa del cazzo. La stanza è troppo calda e i cuscini sono troppo duri e mi manca mia moglie, mi mancano i miei bambini e vorrei non essere io, Brian Howard Clough. Non questa sera e non domani. Tiro fuori la mia rubrica. Alzo il telefono. Faccio il suo numero e lo sveglio.

“Chi è?”
“Sono Brian Clough” gli dico
“Che diavolo vuoi,Brian? È mezzanotte passata.”
“Lo so” gli dico “Mi spiace molto svegliarti in questo modo.”
“Sei ubriaco per caso? Cosa c’è che non va?”
“Sono la tua squadra” gli dico “Voglio che sia tu a sfilare con loro a Wembley .”
“Prego?”
“Tu hai vinto il campionato” gli dico “Tu sfili con loro domani.”
“Adesso il lavoro l’hai avuto tu Brian ” dice Don Revie “A te l’onore.”

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.