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Mondiali di calcio, Bernard Lions (2014)

Edito da: Rizzoli

PREMESSA
La storia della Coppa del Mondo di calcio raccontata attraverso curiosità, aneddoti e interviste ai protagonisti. Già fra le penne più importanti dell’Equipe, Lions ci fa entrare in una atmosfera da leggenda grazie alle sue interviste esclusive ai protagonisti. L’opera inoltre acquista maggior pregio grazie alla prefazione di Michel Platini e a delle fotografie mozzafiato, in gran parte prese dall’archivio Getty.

PRO
Non è la solita, quasi banale, cronistoria degli eventi. L’autore si concentra sui momenti più emozionanti del torneo, non limitandosi a campioni leggendari e alle nazionali più forti, ma tracciando ritratti di misconosciuti carneadi e di matricole per le quali la sola partecipazione costituì un evento storico. Per ogni edizione, breve riassunto introduttivo dell’edizione, interviste ai protagonisti, cenni storici sui fatti più importanti e zibaldone conclusivo con curiosità, record e contestualizzazione storica con gli eventi dell’anno solare.

CONTRO
Pieno sì di aneddoti interessanti e curiosità per appassionati, il volume pecca però dal punto di vista statistico. L’inserimento, edizione per edizione, di risultati e tabellini avrebbe reso l’opera ancor più completa, e a quel punto, davvero imperdibile.

UN ESTRATTO
(Cile 1962, secondo trionfo consecutivo per il Brasile, trascinato dal fenomenale Garrincha)

Garrincha, l’angelo dalle gambe storte
Mentre lasciano lo stadio di Santiago i cileni hanno ancora la testa che gira. In trentadue minuti e due reti un acrobatico Garrincha ha chiuso loro le porte della finale (2-4, 13 giugno). Causa lo stiramento alla coscia sinistra rimediato contro la Cecoslovacchia (0-0, 2 giugno), Pelé assiste dalla panchina alla danza del suo compagno di squadra più anziano di sette anni.Il quale pensa bene di dare un calcio nel didietro a un cileno: espulso all’ 83′, nemmeno lui può partecipare alla finale. O meglio, non potrebbe, perché la FIFA finisce per cedere alla pressione popolare e alle istanze della Federazione Brasiliana accordandogli un deroga. Saranno per lui la seconda finale e il secondo titolo mondiale consecutivi.Ed è così che Garrincha, il cui vero nome è Manoel Francisco dos Santos, entra nella leggenda. Per molti brasiliani è allo stesso livello di Pelé (i due insieme non hanno mai perso una partita). “In allenamento andavamo d’accordo, ecco tutto” ha ricordato Pelé nel 2000 “Non eravamo amici.” (…)Dopo aver ritardato il decollo della sua carriera, questi handicap diverranno la sua forza. Senza la malformazione alla gamba Garrincha non sarebbe diventato quel virtuoso del dribbling che è stato e nemmeno la migliore ala destra della storia,. Lo capì bene il dottor Gostling, il medico della Selecao, che rifiuterà sempre di farlo operare.Questo permette dunque a Garrincha di dribblare tutti i Joao (“Giovanni”, nome che dà a tutti gli avversari) incontrati sui campi cileni, ma dopo l’infortunio di Pelé sa aggiungere alle qualità di percussore e di uomo assist anche quelle di finalizzatore. (…)Imprevedibile in campo, questo calciatore che cammina come un cowboy lo è anche nella vita. Mentre il civilissimo Pelé cura la propria immagine sui media, l’illetterato Garrincha si perde in una vita privata tumultuosa (riconoscerà quattordici figli). Pelé racconta : “L’ho visto bere della caipirinha durante gli allenamenti. Un giorno che aveva litigato con la moglie Elza Soares è arrivato con una pistola.”Sei i brasiliani si identificano in lui al punto di chiamarlo Alegria do Povo (“Gioia del popolo”), alla fine il giocatore pagherà gli eccessi dell’uomo Garrincha. Lasciato il Botafogo nel 1965, si avvia verso il declino. Colui che un poeta brasiliano aveva soprannominato “l’angelo dalle gambe storte” disputerà comunque un terzo Mondiale nel 1966, in cui giocherà la sua ultima partita contro l’Ungheria (1-3, 15 luglio 1966): è la sua unica sconfitta con la Selecao (contro quarantatrè vittorie e sei pareggi).Minato dall’alcol, dall’artrosi e dalle delusioni coniugali, celebra il suo addio al calcio davanti a 131.000 spettatori il 19 dicembre 1973 al Maracanà. L’angelo Garrincha ripiegherà le sue ali curve nove anni dopo, il 19 gennaio 1983, stroncato a soli 49 anni dalla cirrosi epatica. Pelé non parteciperà al suo funerale.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Sfidare il cielo, Marco Cattaneo (2020)

Edito da: Rizzoli

PREMESSA
Marco Cattaneo, volto noto di Sky Sport e già autore di libri per ragazzi, si è cimentato in un’impresa non facile: selezionare e raccontare ventiquattro partite che hanno fatto la Storia, con la S maiuscola. Si noti bene quindi che l’autore non intende proporre i match più importanti della storia del gioco, ma si propone di raccontare attraverso alcune partite gli avvenimenti storici degli ultimi 150 anni del continente europeo. Anche Sfidare il cielo: le 24 partite che hanno fatto la storia, come i precedenti dell’autore, è destinato ad un pubblico di ragazzi.

PRO
Libro che si legge con semplicità assoluta, e d’altronde l’autore si rivolge principalmente ad un pubblico di adolescenti. Apprezzabile la scelta non banale di parlare di Storia, e non solo quindi di storia del calcio. Tale scelta condiziona la selezione dei ventiquattro match: succede ad esempio che non venga inclusa Italia-Germania 4 a 3, ma bensì un Roma – Real Madrid del 2001, forse non troppo memorabile dal punto di vista sportivo ma sicuramente memorabile sotto il punto di vista geopolitico: si giocò infatti la sera dell’11 settembre, e non serve ricordare che giornata sia stata quella per il mondo intero.

CONTRO
Per il pubblico al quale è destinato e per l’intento pedagogico del libro, non ci sono grandi contro. Se si vuole introdurre un bambino o un ragazzo allo studio della storia questo libro può essere assolutamente funzionale.
In generale le storie seguono sì un ordine cronologico ma forse sono un po’ troppo slegate tra loro, e soprattutto il titolo è lievemente sbagliato: infatti tra i ventiquattro match raccontati sono pochi quelli che hanno avuto davvero un’influenza sulla Storia con la S maiuscola. Sono stati tutti espressione del loro periodo storico, certo, ma di lì a dire che hanno fatto la Storia, ce ne passa. Emblematico il caso di Roma – Real Madrid dell’11 settembre 2001, che capitò sì in un giorno storico, ma senza influenzare molto la vita dell’umanità colpita e terrorizzata dall’attentato.

UN ESTRATTO
Dal capitolo “Un calcio al razzismo”. Partita raccontata: 8 luglio 1998, Francia vs Croazia.

«Vedrai, sarà più dura del solito» disse Jean scendendo dal letto. Luc richiuse l’album delle figurine. «Non dire così! Noi siamo i più forti!» sbottò. Sapeva che uno dei motivi per cui il fratello diceva cosi era che a Jean non piaceva granché l’allenatore della nazionale francese, Aimé Jacquet. E d’altra par te anche i giornalisti lo criticavano di continuo, tanto che lui aveva dichiarato offeso: «Alla fine del Mondiale lascerò la panchina della nazionale, che si vinca oppure no!». Però a Luc era dispiaciuto. Secondo lui non era così male! Ma in quei giorni c’era anche un altro argomento che teneva banco nei dibattiti televisivi, nei bar, nei discorsi dei francesi: la provenienza dei giocatori in nazionale. Perché tanti giocatori erano figli di immigrati originari delle ex-colonie francesi, e quindi veni- vano da famiglie originarie di Guadalupa, dell’Africa, della Nuova Caledonia o addirittura dell’Armenia. E nonostante le lotte di alcuni giganti della storia come Gandhi, Mandela e Martin Luther King, che molto avevano fatto negli anni passati per ottenere la libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione di tutti gli uomini, purtroppo molti francesi non consideravano questi atleti “veramente” dei connazionali e perciò non si riconoscevano in quella squadra colorata.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Un bellissimo spreco di tempo, Riccardo Lorenzetti (2020)

Edito da: Absolutely Free Libri, 234 pagine.

PREMESSA
Prendiamo un po’ di tempo per noi, sediamoci e apriamo questo libro meraviglioso: ogni riga sarà una coccola per il nostro animo, trasportato dalla prosa chiara e lineare di Lorenzetti in un viaggio onirico che ci conduce in quel favoloso mondo di emozioni che il calcio e lo sport in generale sanno creare. L’autore spazia dal calcio alla Formula 1, dal tennis al ciclismo (sport che si presta magnificamente all’epica), condividendo con noi le sue memorie e le sue trepidazioni, e dimostrandoci che, in fondo sono anche le nostre. Prefazione di Giancarlo Brocci e Andrea Bacci.

PRO
Un titolo dolcemente ingannatore: il romanzo è sì bellissimo, ma non certo uno spreco di tempo. L’autore ci regala una lezione importantissima: il sale dell’evento sportivo sono le emozioni, che però sono fugaci, fuggevoli. Rimane però il ricordo, quello sì imperituro, poiché non svanisce mai, e si fa più dolce con l’andare del tempo. Lorenzetti ci racconta personaggi, storie, partite epiche, vittorie memorabili, sconfitte roboanti; da ogni sua pagina traspare un amore sconfinato per l’epica che accompagna lo sport e per le palpitazioni che scatena. Si parla di stima incondizionata (quando parla di quelli che lui considera i suoi Maestri), di amore sconfinato per gli idoli giovanili (Villeneuve, Chiorri, ma soprattutto Trevor Francis “la rosa che non colsi”), di drammi (Heysel), gioia per il trionfo (l’Italia Mundial), ma c’è spazio anche per oscuri protagonisti di provincia, o squadre finite nel dimenticatoio (il Beveren, simbolo delle ostiche squadre belghe anni 70 e 80). Ma Lorenzetti è capace di una impresa impossibile: riesce a farci immedesimare totalmente in lui.,quando scomoda il vangelo di Matteo per raccontare la morte di Villeneuve (e i nostri idoli non sono forse semidei per il nostro io bambino?), ma soprattutto quando racconta di un regalo di uno zio, la “Storia critica del calcio italiano di Brera”, tomo voluminoso e piuttosto impegnativo, che “somigliava a un mattone” ma si rivelò alla fine la “chiave per fare l’ingresso in un mondo magico: quello dove si muovono i campioni, e dove una storia di sport può condizionare la Storia, quella con la S maiuscola.” Esattamente quello che è successo a me, ed è successo a tutte le persone alle quali ho fatto apprezzare qualche estratto. E a me, e, ne sono certo, anche a tutti coloro i quali che lo leggeranno succederà che …“Lo lessi in pochi giorni, godendo di ogni pagina che scorreva, e rammaricandomi al tempo stesso, perché avrei voluto che non finisse mai. Infatti , quando arrivò l’ultima pagina, ero pronto per ricominciarlo daccapo.”

CONTRO
Come trovare difetti in un’opera che fa amare a un interista sfegatato persino il ricordo di uno dei gol subiti più dolorosi di sempre, quello di Hateley? Se c’è un rimpianto che lascia quest libro, è uno e uno solo: vorresti che Lorenzetti ne scrivesse subito un altro, e poi un altro ancora….

UN ESTRATTO
(impresa titanica scegliere un unico estratto: un giorno dovrebbero inserirla nel libro)

Bert Trautmann In Inghilterra, nel primo weekend di novembre, giocano con un papavero rosso stampato sulle magliette.E’ il simbolo che usano per ricordare i caduti in guerra, e il silenzio che cala su quelle cattedrali calcistiche (da Anfield Road a Old Trafford, fino all’ultimo degli stadi della League Two) durante il minuto di raccoglimento, è da brividi. (…)C’è una storia molto bella, legata alla guerra e al football, e vale la pena di raccontarla perché ci narra di un certo Bert Trautmann: che fu portiere del Manchester City dal 1948 al 1964 e che da quelle parti ricordano come il migliore che abbiano mai visto.Era il Manchester City più classico (…) una squadra sfigatina e perdente, nella loro sbiadita maglietta celestina, all’ombra dei potentissimi Diavoli Rosso Fuoco del Manchester United.Trautmann era un portiere fantastico. Una volta, in Coppa di Lega, un bestione del West Ham gli rovinò addosso in uscita e gli fracassò il cranio(!): rimase in campo in quelle condizioni a difendere la porta fino all’ultimo, senza essere battuto. Poi, finita la partita, fu trasportato d’urgenza all’ospedale, dove gli salvarono la vita per un pelo.Era un atleta esemplare, capace di gesti tecnici tali da rasentare l’eroismo: uno di quei campioni che proprio in Inghilterra, dove certe qualità sanno apprezzarle più di tutti, trovano la loro patria ideale… Eppure… Eppure non c’era stadio dove la gente non gli vomitasse addosso di tutto: i tifosi si piazzavano dietro la porta del City , e gli sputavano addosso. (…)Perché Trautmann era tedesco. Ed essere tedeschi in Inghilterra, appena finita la guerra, non era una passeggiata di salute: “bastardo nazista” era la cosa più gentile che potesse ricevere.(…)Era stato soldato della Wehrmacht, e aveva impresso a fuoco il marchio della colpa, in quegli anni di ferite ancora freschissime. Ma fu un uomo e un calciatore esemplare.Quando tornò al “suo” Maine Road, prima di morire, era vecchio e ormai aggredito dal morbo di Alzheimer. Difficile riconoscere in quella larva d’uomo ridotto in una carrozzina, il portiere più meraviglioso della storia del Manchester City.Il pubblico rimase un po’ interdetto. Poi cominciò un leggero mormorio: dalle tribune si levò qualche timido applauso che nel giro di pochi istanti divenne oceanico, con tutti i tifosi che balzarono in piedi in una standing ovation come non era mai stata tributata a nessuno.”Legend!” gli urlarono in coro.Raccontano che il grande Bert Trautmann, nel suo ultimo barlume di lucidità, riuscì a commuoversi.Ecco cosa è il calcio.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Goals, Gianluca Vialli (2018)

Edito da: Mondadori

PREMESSA
Non inganni il titolo: questo libro non è il racconto delle più importanti reti segnate da Vialli nella sua lunga e fortunata carriera. Sono in realtà dei brevi racconti esemplari, storie di personaggi del calcio e dello sport in generale, che nei desideri dell’autore, vogliono fornire al lettore il coraggio per affrontare le sfide più difficili.

PRO
Libro che nasce in seguito a una esigenza scaturita in Vialli dopo la diagnosi della malattia che lo ha colpito: nei momenti difficili servono esempi ai quali aggrapparsi per non mollare. L’ex attaccante della Nazionale sceglie con cura 99 personaggi +1 le cui storie, sempre appassionanti, mai banali, mostrano quanto siano fondamentali nella vita la perseveranza, i sogni, il duro lavoro, il credere in sé stessi senza mai mollare. Ogni racconto è preceduto da una massima motivazionale, sia essa un antico proverbio cinese o una frase di Aristotele, Steve Jobs o Eleanor Roosevelt fra gli altri. Perché il “+1”? La centesima storia è proprio quella personale di Vialli, che svela gli angosciosi momenti in cui si trova a fare i conti con il dramma del male, la diagnosi, la paura, il sollievo delle prime cure, la vicinanza degli affetti più cari, la luce in fondo al tunnel. I proventi del libro sono inoltre destinati alla Fondazione Vialli e Mauro per la ricerca e lo sport.

CONTRO
La prima fatica letteraria di Vialli era stata “The Italian Job” (ne riparleremo), splendido libro in cui Luca parte delle esperienze come player manager in Inghilterra per vivisezionare il lavoro dell’allenatore grazie anche al contributo di colleghi, sia giornalisti che allenaotir e giocatori. “Goals” è di tutt’altro genere: classico libro da leggere come passatempo, durante un volo intercontintale o anche per svagarsi piacevolmente dopo una dura giornata di lavoro o in pausa studio. Se per voi questo non è un difetto…vi do perfettamente ragione, ma il libro è davvero piacevole e veloce da leggere.

UN ESTRATTO
(fra le varie storie esemplari, presento quella di Jock Stein, figura poco conosciuta in Italia, ma che gode di immenso prestigio nel regno Unito, allenatore della prima squadra britannica a vincere la Coppa dei Campioni con il Celtic)

Anche gli allenatori hanno una classifica, e tra i primi dieci di ogni epoca ce n’è uno forse meno conosciuto di altri: John “Jock” Stein. Uno che come si dice, legò la sua vita la calcio fino all’ultimo respiro. Letteralmente. Scozzese, di tempra dura, ma dal cuore tenero, aveva iniziato a giocare giovane e aveva avuto una più che discreta carriera. Poiché era cattolico, la sua destinazione più naturale non poteva che essere il Celtic, la squadra dei cattolici di Glasgow, quella con le meravigliose strisce orizzontali bianche e verdi. Siamo nel 1951. E il matrimonio è uno di quelli destinati a durare per sempre: quasi trent’anni. Prima come giocatore, poi come allaneatore delle giovanili e infine come tecnico della prima squadra. Fu lui a tirare su ragazzi come Billy Mc Neal, futuro storico capitano della squadra. Jock Stein amava il calcio d’attacco, e il suo Celtic attaccava e attaccava per tutta la partita, a ondate continue. (…) Quel Celtic vinse un titolo dopo l’altro, campionati e coppe di Scozia. E non solo: quando si affacciò in europa, nella Coppa dei Campioni del 1967, arrivò fino a Lisbona per giocarsi la finale contro la Grande Inter di Helenio Herrera. I milanesi erano favoriti, e infatti andarono in vantaggio dopo soli sette minuti con un rigore di Mazzola.a da quel momento in poi il Celtic fu arrembante. Un vero e proprio assedio scozzese, con trentanove tiri verso la porta di Giuliano Sarti, che compì parate incredibili. Ma alla fine Tommy Gemmell e Steven Chalmers riuscirono a superarlo, e il Celtic fu la prima squadra britannica , e in generale non latina, a vincere la Coppa dei Campioni. E Jock Stein il primo allenatore a conquistare il treble, quello che oggi tutti chiamano triplete (…) A differenza di altri tecnici vincenti, però, Jock Stein non aveva a disposizione una squadra di fuoriclasse strapagati provenienti da tutto il mondo. Era formata da giocatori nati a non più di trenta miglia da Glasgow, e cresciuti nelle giovanili della squadra.Vero e proprio eroe nazionale, Jock, dopo aver vinto molto e sfiorato una seconda Coppa dei Campioni nel 1970 a San Siro contro il Feyenoord, nel 1978 passò alla guida dell a nazionale scozzese., che portò al mondiale del 1982. Uscì in un girone di ferro, contro Urss, Brasile qualche sospetta decisione arbitrale. Il 10 settembre 1985, però, era ancora sulla panchina della Scozia, a Cardiff, in un match contro il Galles decisivo per qualificarsi al Mondiale di Messico 86. La partita fu tesa, si mise subito male, ma la Scozia non mollava. A nove minuti dalla fine pareggiò su rigore. Un buon risultato, e finalmente Jock poté calmarsi. Chiuse gli occhi, e si accasciò tra le braccia del suo assistente, Alex Ferguson, il futuro Sir. Le sue ultime parole, furono “I’m feeling much better now, doc”, “mi sento molto meglio ora”. Morì sul campo, a soli sessantadue anni, nel posto che conosceva meglio di chiunque altro.

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Radiogol, Riccardo Cucchi (2018)

Edito da: Il saggiatore

PREMESSA
Riccardo Cucchi, storico radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto, racconta la sua carriera nel giornalismo sportivo radiofonico. Prima ancora delle riprese televisive, ad entrare nelle case degli italiani ogni giorno erano le voci di radiocronisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri e appunto Cucchi.

PRO
Carico della giusta quantità di nostalgia, il libro è una perla per chi insieme alle voci dei grandi radiocronisti è cresciuto, immaginando le azioni dei propri beniamini con l’orecchio attaccato alla radiolina. Per persone come me, invece, cresciute insieme a un calcio oltremodo televisivo, le parole di Cucchi suonano come un vecchio racconto della buonanotte: pieno di eroi e incredibili gesta, sentimenti forti, comprimari incredibili e grandi maestri.
Mi sento di consigliare questo libro soprattutto ai bambini, proprio oggi che nella narrazione tele-giornalistica del calcio si va sempre più verso una “pornografia del dato”, una sterile esaltazione della statistica, una morbosa attenzione verso particolari tecnici in realtà insignificanti. Cucchi ci insegna invece che la radiocronaca è il racconto di una storia, non una semplice descrizione dei fatti. Non servono riprese in alta definizione per raccontare una storia, serve solo un grande narratore. Senza l’ausilio delle immagini una radiocronaca è in grado di far sognare il radioascoltatore e portarlo in una dimensione onirica sempre più sconosciuta per i bambini di oggi, che invece avrebbero ancora tanto bisogno di fantasticare intorno ai propri eroi calcistici.

CONTRO
Per me non ce ne sono.

UN ESTRATTO
(Riferendosi in generale ai calciatori, Cucchi descrive il momento in cui smettono di giocare. Ci vedo personalmente un parallelismo con la situazione dell’autore al momento della stesura del libro, dopo il termine della sua carriera come radiocronista.)

Ne ho visti tanti. In alcuni gli occhi mostrano malinconia. un velo di tristezza quando smettono di giocare. Si capisce dopo, molto dopo, quello che si è vissuto. Quando insegui la palla su un campo sei giovane. Non hai tempo per riflettere. Vuoi giocare, crescere in fretta, approdare in una grande squadra; hai energia e velocità nelle gambe. Vai agli allenamenti, sudi, ti metti in mostra perché domenica l’allenatore ti consegni la maglia da titolare, negli spogliatoi. Hai fretta di fare bene, di conquistare l’applauso del pubblico e diventare un beniamino dei tifosi, un calciatore amato. Un calciatore che vive la vita minuto dopo minuto, che la beve come una bibita dolce. E poi, a casa, non pensi a quello che è successo: sogni quello che verrà. Il futuro è lì. Sembra lungo, sembra in grado di donarti tempo, tanto tempo. Hai talmente tanto tempo a disposizione.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Il minuto di silenzio, Gigi Garanzini (2017)

Edito da: Mondadori, 281 pagine

PREMESSA
Come detto più volte, il calcio è emozione, emozione che risiede a volte in partite che il tempo ammanta di epica, a volte nelle gesta dei campioni o dei semplici personaggi che hanno popolato il mondo del pallone. Prendendo spunto dall’antologia di Edgar Lee Masters, Garanzini mette la sua penna fine e forbita per ricreare la “Spoon River del pallone”.

PRO
Calmo, misurato ed elegante: lo stile di Garanzini è riconoscibile e godibilissimo in ogni sua opera. Qui l’autore fa , come dice lui nella introduzione, una “semplice passeggiata nella memoria”, peccando di modestia. Ogni racconto , ogni storia degli eroi del calcio, sono pennellate da maestro che compongono un affresco meraviglioso. Un paio di pagine vengono dedicate a ognuno, e l’epica sgorga da ogni riga, da ogni vocabolo. In tutti i ritratti non manca nulla: vittorie, il genio , la classe, la ricchezza , la gioia, ma anche umane fragilità, la disperazione post ritiro, drammi familiari, tragedie e depressione; l’autore scandaglia tutto il mondo calcistico, dai campioni siano essi italiani, europei o sudamericani, ma anche giornalisti, allenatori, dirigenti. Un’opera d’arte davvero completa e poetica, che farà innamorare di sé anche chi non è appassionato di calcio.

CONTRO
Imbarazzante il fatto che non abbia razziato qualsiasi tipo di premio letterario. Un libro STUPENDO.

UN ESTRATTO
(scelgo il ritratto di un artista del calcio poco conosciuto da noi, ma stimatissimo nei paesi latinoamericani: Adolfo Pedernera)

Con quel nome fascinoso e altisonante, che riempie la bocca come un tempo riempiva gli occhidella folla di Buenos Aires e poi di Bogotà, Adolfo Pedernera è stato il simbolo del grande River Plate anni ’40. La celeberrima Maquina del River, così chiamata per la perfezione dei suoi meccanismi di gioco e per una velocità di crociera insostenibile per gli avversari. (…)Adolfo Pedernera,per l’appunto, era soprannominato El Maquinista. Perché era lui a guidare quell’attacco formidabile, da destra a sinistra Munoz- Moreno – Pedernera – Labruna – Loustau. Perché a segnare caterve di gol, era il centravanti che smistava il traffico nei paraggi dell’area di rigore, ma anche quello che arretrava a organizzare le offensive, con quel suo lancio millimetrico che puntualmente planava sul piede del compagno più smarcato. Perché era l’accensione e l’acceleratore, il carburatore e il cambio. Un fuoriclasse che disponeva in egual misura di talento e di personalità. (…)Due testimonianze d’autore, impresse a fuoco nella memoria del calcio sudamericano. Nell’estate del ’50, alla vigilia del Maracanazo chiesero a Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay, se non avesse paura dell’attacco del Brasile. “Paura? Ho giocato contro Pedernera!” Cinquant’anni dopo domandarono a Di Stefano, giusto per cambiare, se era stato più grande lui, o Pelé, o Maradona. E Don Alfredo, che all’ombra di Pedernera era cresciuto nel River e lo aveva poi preceduto nei Millonarios di Bogotà dove fecero coppia per anni, sorridendo scandì: “Come si vede che non avete mai visto giocare Pedernera”.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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101 momenti magici del calcio, Bertolacci, Fonsato, Tacchini (2019)

Edito da: Nuinui, 320 pagne.

PREMESSA
Un modo straordinario di raccontare la Storia del calcio, dai giorni in cui Ebenezer Cobb Morley alla Freemason’s Tavern decise di dare al gioco delle regole precise, ai recenti trionfi inglesi nelle coppe europee del 2019, non già con una mera esposizione cronologica degli eventi ma concentrandosi su 101 momenti che gli autori non esitano a definire storici per i più svariati motivi.

PRO
Se è vero, come è vero , che il calcio gode di un successo universale, ciò è dovuto principalmente a due motivi: la sua semplicità e le dirompenti emozioni che suscita. Due fattori che sono ben presenti in questa monumentale opera, permeandone ogni pagina. Gli autori spaziano per quasi un secolo e mezzo selezionando con estrema cura i 101 momenti che hanno fatto la Storia : gli episodi , presentati in ordine cronologico, sono le stazioni di un viaggio quasi onirico. Ci sembra quasi di sentire il suono del valzer quando si parla del Wunderteam di Meisl e Sindelar, mentre è il ritmo della samba a risuonare nelle nostre orecchie quando si parla del divino Brasile di Messico 70. Nessun grande campione è escluso da questo percorso, ma sono presenti anche personaggi pittoreschi eppure tremendamente emozionanti, da Sam Bartram, portiere “dimenticato” nella nebbia di un lontano Chelsea – Charlton ai fratelli Starostin che fecero conoscere il calcio a Stalin. E poi la celebre “partita della morte” che ispirò John Huston e il suo “Fuga per la vittoria”, quella giocata sotto le bombe, il portiere che parava tutto e ipnotizzava gli avversari, l’autogol che costa una vita, le tragedie delle squadre spezzate, i grandi allenatori, i grandi manager…pagine che definire coinvolgenti è riduttivo. Il libro inoltre è corredato da magnifiche foto per lo più provenienti dall’archivio Getty. Particolarmente accattivante inoltre l’iniziativa di aggiungere un QR Code a ogni capitolo, grazie al quale, con l’ausilio di una app per smartphone o tablet, si realizza il sogno di ogni autore: far sì che i personaggi su carta prendano davvero vita, anche se solo in video.

CONTRO
Scherziamo, vero?

UN ESTRATTO
(Impresa improba scegliere fra tutto lo scibile della storia calcistica: punto su Brian Clough e il suo Nottingham dei miracoli, unica squadra finora ad avere più coppe Campioni che scudetti nel suo palmares)

Il calcio, lo sport più bello del mondo, è in grado di trasformare i sogni in realtà. Proprio come fece Brian Clough, con il suo Nottingham Forest, un team di provincia della seconda divisione, portato in pochissimo tempo – e per giunta due volte consecutivamente – a esultare sul tetto d’Europa.I believe in miraclesè l’ultimo film documentario (in ordine cronologico) dedicato a Clough, il più grande allenatore del calcio inglese e , ragionevolmente, come sostengono i “più”, del mondo.Perché lui sì, per davvero, quasi sempre assieme al suo fido assistente Peter Taylor, riusciva a tramutare l’impossibile in impresa sensazionale. Portare formazioni provinciali e dalla bacheca semivuota alla gloria: nazionale per il Derby County nel 1972 e addirittura d’Europa, qualche anno dopo, seduto su un’altra panchina delle East Midlands, quella dei rivali del Nottingham Forest. (…) Con grande umiltà, il 6 gennaio del 1975, a stagione in corso, accetta – come a Derby – di ripartire dal basoo. Dal Nottingham Forest, squadra condannata a un lungo anonimato di classifica in seconda divisione. Dopo un anno e mezzo di assestamento, portò i “Garibaldi Reds” , al termine della stagione 1976/77, alla conquista dell’allora First Division. Al termine della stagione successiva, alla conquista del titolo di campione d’Inghilterra e , quella dopo ancora, sul tetto d’Europa (…) con i suoi soliti metodi rivoluzionari, la sua dialettica dissacrante, il suo gioco corale che cambiò un calcio inglese tutto muscoli e tackle nel fango.(…)Il sogno era diventato realtà, il Forest salì sul tetto d’Europa ma i ragazzi terribili di Clough diedero vita, l’anno successivo, a qualcosa di unico: ripetere l’impresa per la seconda volta consecutiva, partecipando come squadra detentrice del trofeo. (…) Nella finalissima del Santiago Bernabeu di Madrid, la banda di Clough si impose ancora una volta 1-0 grazie alla rete al 20′ del folletto scozzese John Robertson. Da team going nowhere della periferia del calcio inglese, il Nottingham Forest passò ben presto a miracolo europeo. Proprio sotto le note di I believe in miracles, inteso questa volta come brano dance delle Jackson Sisters.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Un giorno questo calcio sarà tuo, Fulvio Paglialunga (2017)

Edito da: Baldini & Castoldi

PREMESSA
Fulvio Paglialunga, giornalista tarantino (sia per provenienza che per tifo) in forza alla RAI (RaioTre e RaiSport) si cimenta in un’impresa difficile quanto stimolante: raccontare storie di padri e figli nel mondo del calcio, considerando il gioco e l’appartenenza che ne deriva come un lascito di grande valore.

PRO
Questo libro mi ha stupito per la semplicità dello stile annessa alla potenza delle storie raccontate. Più di quindici storie di padri e figli che hanno seguito le loro orme, carichi di speranze e spesso aspettative irrazionali. Ma questo libro non parla di questo, delle aspettative o di altri fattori psicologici di ragazzi pronti a emulare le gesta del genitore. No, questo libro parla di destini, inevitabili, scritti ancora prima di accadere. L’autore riesce così a descrivere vividamente tutta la bellezza della tradizione, da “tradere”, ovvero il “tramandare, trasmettere”. Quanto la storia di un figlio dipende da quella del padre? Quanto possiamo ritenere “slegati” i loro destini? Siamo sicuri si tratti di due destini distinti e non di un unico destino che li comprende entrambi?
Il calcio in questo libro sembra un pretesto, per poter raccontare una visione della vita che rifugge dall’individualità a-cronologica ad oggi presa come modello dalle nuove generazioni, un modello monco, che non riconosce il valore di una storia e della storia. Pensiamo anche solo alla squadra per cui tifiamo: ci caratterizza pienamente e la scelta spesso è determinata dalle volontà dei propri genitori. “Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà…” diceva Gaber, e Paglialunga allo stesso modo racconta (in particolare nella bella appendice), di come è riuscito a far divenire tifoso del Taranto suo figlio.

CONTRO
Forse un filo di retorica di troppo. Soprattutto nel primo capitolo, non all’altezza dei restanti.

UN ESTRATTO

Lui si trova a passeggiare con l’eroe di tutti, mentre va al campo a giocare con gli altri grandi. C’è il papà che gli allaccia le scarpe mentre sono in campo, gli sistema i calzettoni. E lui è seduto, con le gambe distese, e sorride di questo modo assai calcistico di ricevere le coccole: è una delle foto che mette insieme Valentino e Sandro, quando Sandro non sa ancora di essere nato, cosa che spiegherà molto tempo dopo. L’autobiografia di Sandro Mazzola comincia infatti così: “Mazzola Alessandro, nato a Torino, 8 novembre 1942. Questo è scritto in tutti i miei documenti, ma io non sono nato in quell’anno né in quel giorno, sono nato un giorno di maggio del 1949”. Il giorno di Superga Sandro Mazzola ha sei anni e mezzo e già deve nascere di nuovo: il privilegio di essere il figlio di Valentino Mazzola ora lo costringe a fare i conti con il dolore e a diventare un altro.

Questa recensione è stata pubblicata da Valerio D’Aroma nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.

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Undici metri, Ben Lyttleton (2015)

Edito da: Tea , 2015, 398 pagine

PREMESSA
Uno dei motivi per cui il calcio ha così tanta presa nel cuore degli appassionati è per il carico di emozioni che comporta. Ed esiste una cosa che sia più appassionante ed emozionante per lo spettatore di un duello ai rigori, in cui la vittoria di uno significa la morte, in questo caso sportiva, dell’altro? Prendendo spunto da questo assioma, oltre che dalle ripetute sconfitte della nazionale inglese alla cosiddetta “crudele lotteria dei calci di rigore”, Ben Lyttleton ci fa da guida in uno straordinario viaggio su storia e tecnica dei penalties.

PRO
Grazie ai contatti avuti in anni di carriera come giornalista per BBC e Guardian fra gli altri, e come direttore dell’agenzia di consulenza Soccernomics, Lyttleton sviscera il gesto tecnico del calcio di rigore come mai è stato fatto prima. Il libro è ricchissimo di contributi dei protagonisti del mondo dello sport, non solo portieri e attaccanti, ma anche arbitri, preparatori (interessantissima la parte dedicata ai metodi di Lollichon), psicologi, analisti. La narrazione scivola via rapida e appassionante: c’è spazio per la narrazione di imprese leggendarie e disfatte epocali, tabelle e dati statistici, interviste a colleghi giornalisti e studiosi. Il saggio consta di nove capitoli, al termine di ognuno dei quali l’autore racconta la storia di un rigorista simbolo,come Le Tissier, Coppens, Panenka e Palermo, o anche il semisconosciuto Molodetskiy, ognuno dei quali viene tratteggiato con la maestria di un Buffa d’oltremanica Il libro è una vera miniera d’oro di informazioni, capace di sedurre e soddisfare sia il semplice appassionato che lo statistico più accanito: sono imperdibili perfino le appendici, in cui viene svelato come e da chi fu ideato il calcio di rigore e si diffonde il mistero su chi sia stato l’inventore delle sessioni di rigori extra fra lo spagnolo
Ballester, il tedesco Wald e l’israeliano Dagan. Ma se volete scoprirlo…leggete il libro!

CONTRO
Inevitabilmente, nell’ampia dissertazione, ci sono stralci in cui (si veda il capitolo 5 “Grossi dati, grosse decisioni”) la narrazione viene appesantita da una imponente mole di statistiche che possono risultare indigeste a un fruitore più “leggero”.

UN ESTRATTO
(Davvero titanica l’impresa di scegliere un unico estratto in un libro così bello e ricco di contenuti. Scelgo di condividere l’impresa dello Zambia in coppa d’Africa, una storia in cui si mescolano dramma, tensione ed estasi, che meriterebbe davvero un libro a parte)

Nessuno ricorda più chi fu il primo a cantare la Chipolopolo Song durante i calci di rigore che chiusero la sfida contro la Costa d’Avorio nella finale della Coppa d’Africa del 2012 in Gabon. Quello che sappiamo è che, quando il capitano Chris Katongo mise a segno il primo tiro per lo Zambia, una fila di venti persone – tra panchinari e membri dello staff – cominciarono a cantare all’unisono. (…) Le immagini e i suoni di quella scena furono incredibili. Ciò nonostante, non è affatto questo l’aspetto più stimolante della storia di quella nazionale del 2012.Diciannove anni prima, Kalusha Bwalya (al momento in cui scrivo, presidente della federazione calcistica dello Zambia) si trovava a Eindhoven, dove militava nella squadra del Psv, e stava per uscire a fare jogging, quando ricevette una chiamata che gli cambiò la vita. All’altro capo del telefono c’era il contabile della federazione zambese. (…) <<I ragazzi non sono arrivati, è successo qualcosa all’aereo>> disse. L’aereo aveva raggiunto i 6000 piedi di quota e poi si era schiantato nell’oceano, poco più di un minuto dopo essere decollato da Libreville. Tutti i passeggeri – diciotto giocatori, due allenatori, cinque membri della federazione calcistica dello Zambia e i cinque membri dell’equipaggio – persero la vita. Kalusha accettò la verità solo quando accese la televisione e vide il servizio di cronaca della BBC. (…) Il sogno era finito. Ma non per sempre. Per diciannove anni.Kalusha rivestì un ruolo fondamentale nel percorso che portò lo Zambia a raggiungere la finale del 2012. Dopo l’insuccesso nel girone di qualificazione a Mondiali del 2006, aveva messo in atto un piano per creare una squadra di giovani affiatati. Aveva anche richiamato in panchina l’allenatore Hervé Renard, che era riuscito a portare la squadra fino ai quarti di finale nel 2010, poi persi contro la Nigeria. <<Sono cresciuto a Kamuchanga e, da bambino, ho sempre sognato che lo Zambia vincesse un trofeo importante>>, spiegò Kalusha. Aveva giocato in sei edizioni della Coppa d’Africa senza mai vincerla. <<Ho versato sangue e sudore. Ho provato con tutto il cuore e tutta l’anima a portare lo Zambia ai Mondiali. E nessuno è mai riuscito a scoraggiarmi.>> (Lo Zambia arriva ad affrontare in finale la Costa d’Avorio, alla fine dei tempi supplementari il punteggio è ancora fermo sullo 0-0. I primi sette rigori vengono segnati da entrambe le nazionali, poi Kolo Tourè sbaglia il suo)Per consegnare la vittoria della Coppa d’Africa allo Zambia, mancava solo la trasformazione di Rainford Kalaba. Coi suoi compagni di squadra in ginocchio, intenti a cantare, Kalaba lasciò partire un tiraccio che sorvolò la traversa. <<Quando Rainford ha sbagliato, abbiamo pensato che avremmo perso>> confessò Janza, dt della nazionale. <<Anche quei ragazzi che non avrebbero mai immaginato di dover tirare un rigore hanno dovuto fare un passo avanti: è facile indovinare come si sentivano>>, disse Kalusha, che da giocatore era stato un rigorista esperto.(Gervinho però fallisce il rigore successivo per gli ivoriani) Quindi fu il turno di Stoppila Sunzu, che aveva davanti a sè il pallone della vittoria.. Difensore, unitosi da poco alla nazionale, aveva solo tre anni quando la squadra del 1993 aveva perso la vita. Mentre si avvicinava al dischetto, continuò a cantare. Posizionò il pallone e prese la rincorsa, senza mai smettere(…)<<Ho dovuto alzare gli occhi per cercare Dio con lo sguardo affinché mi aiutasse a segnare per il Paese >> disse Sunzu. Anche lui si emozionò al ricordo di quel giorno. <<In realtà non stavo pensando a calciare il rigore: mi ero interamente consegnato nelle mani di Dio. Pensavo spesso a quanto sarebbe stato bello vincere la coppa d’Africa. Devi solo capire dove piazzare il pallone e, se tiri bene, segnerai anche se il portiere riesce a indovinare la direzione. Lasciare il resto nelle mani di Dio era la scelta migliore.>>E così, a pochi chilometri dal luogo della tragedia che aveva cancellato una intera squadra e devastato una intera nazione, Sunzu racchiuse in sé il potere del canto, della preghiera e della fede e spinse quel pallone in porta. Lo Zambia aveva vinto la Coppa d’Africa. L’allenatore Renard prese in braccio un giocatore infortunato, Joseph Musonda, come un padre avrebbe fatto col proprio figlio addormentato, per portarlo a festeggiare con gli altri. Kalusha, che osservava la scena dalla linea del fallo laterale, si mise a piangere sommessamente.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.