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Fragile, Marco Van Basten (2020)

Edito da: Mondadori, 348 pagine.

PREMESSA
Il Cigno di Utrecht si racconta in questa dolente biografia; gli inizi con l’Ajax e i trionfi col Milan si alternano al dramma dell’infortunio che gli costerà la carriera , al difficile reinserimento nella vita di tutti i giorni e alle difficoltà familiari e ai disastri finanziari seguiti al ritiro.

PRO
Gli ingredienti per cucinare un’opera che appassioni il lettore ci sono tutti: se è vero che Van Basten, da sempre considerato un esempio di eleganza e stile, ha avuto una carriera infarcita di trionfi sia personali sia di squadra, non si può negare che dopo il ritiro abbia dovuto fare i conti con una ridda di sciagure che portano inevitabilmente il lettore a empatizzare con il grande campione olandese. L’ex attaccante del Milan aveva promesso di non risparmiare nessuno nella sua autobiografia, e in effetti non lesina giudizi, dimostrandosi molto severo sopratutto con sé stesso. Il punto di forza dell’opera sono proprio i momenti in cui mette a nudo le sue difficoltà nel recupero dagli infortuni, la disperazione e la paura del futuro, le difficoltà a reinserirsi in un ambiente dal quale è stato costretto ad allontanarsi in modo tanto traumatico.

CONTRO
Sfortunatamente ottimi ingredienti non sono sufficienti a presentare una squisitezza: il cuoco deve amalgamarli bene. Il romanzo risulta slegato, a volte indugia troppo in alcuni punti, rinunciando a sviscerarne altri appena tratteggiati. Si sa, ogni biografia di un fuoriclasse porta con sé un’altissima percentuale di rischio: solitamente sono opere pensate per essere consumate dal tifoso, si indugia nell’autocompiacimento e nell’autogiustificazione, come per esempio in “Yo soy el Diego”, in cui Maradona riesce nell’impresa di assolversi da tutto fuorché dalla droga (e anche qui, con qualche distinguo). L’eccezione è il memorabile “Open” di Agassi, ma “Fragile” è molto lontano da quel livello. Se Van Basten non è certo parco di giudizi negativi su di sé, si scatena quando parla degli altri. Ne ha per tutti, dal padre putativo Crujiff (un rapporto quasi filiale finito malissimo), a Sacchi ;sfoga il legittimo risentimento per i dottori che gli hanno distrutto la carriera e se la prende con i giornalisti italiani (e per fortuna, aggiungiamo noi, non si è confrontato con quelli dei giorni nostri). I tanto pubblicizzati “giudizi secchi come frustate” si limitano dunque a uno sfogo personale oppure a ovvietà tipo “nel calcio l’unica cosa che conta è fare gol”. Grazie tante Marco, ma con tutto il rispetto ci eravamo arrivati anche noi.

UN ESTRATTO
(18 agosto 1995, Van Basten compie un ultimo giro di campo per salutare i suoi tifosi: la sua caviglia lo costringe al ritiro)

Avanzo e in effetti procedo abbastanza sciolto. Avanzo correndo, voglio dire. Cerro, a passo lentissimo, eppure… Ho iniziato camminando – dieci, venti, trenta metri – poi ho accelerato. E adesso mantengo la velocità. E’ passato un bel po’ di tempo e il percorso non è breve, tutto sommato è solo un giro, ma faticoso. E stranamente non sento alcun dolore. Faccio un passo dopo l’altro, corro come se fossi in trance, quasi in automatico. Per di più in abiti normali, jeans, camicia rosa, giubbotto marrone scamosciato.Mentre procedo, ogni tanto alzo entrambe le mani. E faccio un applauso. Anche quello è un movimento sciolto, fluido. Ripeto l’applauso un paio di volte, mentre continuo a correre. So che è così che si fa, e così lo voglio fare.Malgrado conosca bene questo posto, mi sento a disagio. Malgrado l’applauso assordante, mi sento solo. Provo una sensazione di vuoto, ma proseguo il mio giro come penso di dover fare. Non ci vorrà molto.In realtà non vorrei affatto essere qui, non è così che dovrebbe essere. Non dovrei correre in abiti civili mentre loro sono fermi lì a centrocampo. Dovrei essere qui a scattare. soprattutto a segnare reti, ancora per anni. A fare magie sul prato di San Siro. Il mio prato.Non voglio questo, non ancora. Ho così tanto da dare, così tanti gol da mostrare al mondo. Posso vincere ancora così tanto. Questo era solo l’inizio.Mi sento circondato dal silenzio, malgrado gli ottantamila tifosi e il loro applauso, anche se li sento scandire il mio nome e vedo gli striscioni.(…)D’un tratto lo sento, chiarissimo, prendo coscienza. Sotto gli occhi degli ottantamila, sono testimone del mio addio. Marco Van Basten, il calciatore, non esiste più. State guardando uno che non è più.State applaudendo un fantasma. (…) Il calcio è la mia vita. Ho perso la mia vita. Oggi sono morto come calciatore. Sono qui, ospite al mio funerale.

Questa recensione è stata pubblicata da Gabriele Tassin nel gruppo facebook del Circolo ILEIC.